Paolo Benedetti
I campioni dell'Avellino Calcio. Intervista a Paolo Benedetti
di Riccardo Cannavale
Centrocampista di quantità e qualità ma all’occorrenza anche arcigno
difensore e bomber dell’ultimo minuto. Paolo Benedetti è stato, senza
dubbio, tra i calciatori più apprezzati di un Avellino d’altri tempi,
di quella squadra che ispirava simpatia non solo in provincia ma anche
al di fuori dei confini regionali. Con la casacca biancoverde ha ricoperto
quasi tutti i ruoli, ad esclusione del portiere.
Jolly a tutto
campo, il biondo pisano giunse in Irpinia nell’estate del 1985. Carattere
schivo, poco avvezzo ai riflettori, a parlare preferiva che fosse il
campo. La sua serietà, l’incredibile disciplina tattica ed i gol pesanti
ne fecero un perno insostituibile di quella squadra.
La massima
serie l’aveva già conosciuta a Pistoia, Napoli e Genova, sponda rossoblu,
prima della definitiva consacrazione in biancoverde.
“Sono stati
tre anni eccezionali – ricorda Benedetti – ad Avellino ho vissuto uno
dei periodi più belli della mia carriera, se escludiamo quella maledetta
ultima stagione che culminò con la retrocessione in serie B. Quell’anno
partimmo davvero male, forse eravamo troppo convinti di poter fare grandi
cose, visto come era andato il campionato precedente. Invece, nonostante
un girone di ritorno esaltante, quel pessimo avvio ci risultò fatale.
Un vero peccato, perch?quella piazza, quell’ambiente non avrebbe meritato
la retrocessione”.
Proprio il biondo centrocampista toscano fu
protagonista di un episodio che costò la fine dell’avventura nella massima
serie dell’Avellino: un gol regolarissimo annullato a Como.
“Eravamo
a tre giornate dalla fine del torneo – ricorda – ed avevamo quasi compiuto
il miracolo di raggiungere le terz’ultime. Andammo a Como consapevoli
che, in caso di vittoria, avremmo potuto centrare l’obiettivo. Fu una
giornata terribile, con il campo ridotto ad acquitrino. Il risultato
era fermo sullo 0-0 quando arrivò un perfetto cross al centro dell’area,
mi tuffai e di testa mandai la palla in fondo al sacco. Incredibilmente
l’arbitro non convalidò la rete: a distanza di tanti anni ancora non
mi rendo conto del motivo di tale decisione”.
Proprio quel risultato,
contro una diretta concorrente, segnò il destino dei lupi e della permanenza
di Benedetti ad Avellino. Con i biancoverdi in serie B, infatti, il
biondo centrocampista si trasferì alla corte del Lecce, dove rimase
cinque stagioni, tutte disputate ad altissimi livelli.
“Ma dell’esperienza
avellinese – assicura Paolo il biondo – conservo un grandissimo ricordo.
Sono stato davvero bene ad Avellino, ero riuscito ad instaurare ottimi
rapporti con tutti, sia con i compagni che con i tifosi e con molti
di loro ancora oggi ho contatti. Qualche anno fa sono tornato in città
proprio per salutare alcuni dei ragazzi di allora della curva sud”
Settacinque presenze spalmate in tre tornei, undici reti messe a segno:
un palmares importante quello di Paolo Benedetti in maglia verde. Tra
i gol, tutti di pregevole fattura, uno è rimasto negli annali. Era il
19 gennaio 1986 e con una spettacolare rovesciata del numero “8” l’Avellino
superò al “Partenio” l’Inter di Altobelli.
“Quel gol ancora
me lo sogno la notte – confessa l’ex calciatore – oltre ad essere molto
bello regalò una vittoria importante all’Avellino contro una delle squadre
più blasonate d’Italia. Ci fu una grande azione di Agostinelli sulla
fascia, che superò un paio di avversari e mise in mezzo un gran pallone,
io ero marcato da Bergomi: in quel momento mi dissi che l’unica possibilità
che avevo era quella di tentare la rovesciata volante. Ci provai e mi
andò bene, a Zenga non rimase che guardare la palla che entrava in rete.
Che emozione, ragazzi! La foto di quel gol ce l’ho attaccata al muro
nel salone di casa: ogni volta che ci penso mi sembra fosse ieri, eppure
son passati quasi vent’anni”.
Il calcio giocato, per Paolo Benedetti,
è ormai un lontano ricordo. Da quando, nel 1987 dopo una fugace apparizione
nel Pisa, ha appeso le scarpette al chiodo ha chiuso definitivamente
con il mondo della sfera di cuoio. Sposato, padre di un figlio, vive
all’ombra della torre pendente. Nella città toscana ha aperto un centro
estetico, cui si dedica con cura insieme alla consorte.
“Sinceramente
non mi interessava né la carriera di allenatore né quella di direttore
sportivo o qualsiasi altra che avesse a che vedere con il calcio. Non
che il pallone mi abbia stancato o annoiato: il fatto è che ritengo
di aver dato tutto alla causa e non sento stimoli tali da rilanciarmi
nella mischia. Il calcio è stato la mia vita, continuo a seguirlo con
attenzione, ma lo faccio con l’occhio dello spettatore, magari spostato
più dal punto di vista degli uomini in campo”.
Appare difficile,
alla luce degli stereotipi odierni del mondo del calcio, immaginare
un giocatore universale come il biondo toscano, inserito nei rigidi
schemi attuali. Probabilmente anche questa eccessiva schematizzazione
ha condotto Benedetti a non riconoscersi più nell’intero sistema calcio
e a prendere la decisione di tagliare tutti i ponti. “Vent’anni fa i
calciatori si sfruttavano per quello che potevano dare, per la loro
carica umana prima ancora che per il bagaglio tecnico. Oggi il modulo
viene prima di tutto: ognuno ha il suo ruolo che gli è stato disegnato
addosso e deve svolgere quel compito nel miglior modo possibile. Non
è un caso che appare difficile, oggi, immaginare un centrocampista che
faccia il difensore o l’attaccante come è capitato a me. Tolti i pochi
fantasisti rimasti in circolazione – osserva - credo sia scomparsa la
libertà d’azione dei singoli”.
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