I campioni dell'Avellino Calcio. Intervista a Paolo Beruatto
di Riccardo Cannavale
Quei tre anni in Irpinia Paolo “il caldo” non li ha
mai dimenticati. Tre stagioni disputate ad altissimi livelli, tre
stagioni che lo lanciarono in serie A, in un periodo in cui non era
facile emergere. Eppure lui è uno di quelli che può dire di avercela
fatta, anche grazie ad una piccola squadra di provincia capace di
compiere un miracolo sportivo.
Terzino sinistro, nato a Cuorgnè in provincia di Torino, arrivò ad
Avellino nel mercato di riparazione novembrino della prima stagione
dei lupi in serie A. Lo prelevò l’allora presidente Sibilia, in
extremis, dal Monza, dove il ventenne si era messo in mostra in
avvio di campionato.
“Firmai il contratto a Coverciano sul cofano dell’auto del
“commendatore” – ricorda Paolo Beruatto -. Il mercato si era appena
concluso e subito dopo salii sulla sua macchina e feci tutto il
viaggio da Firenze al suo fianco. Mi colpì subito il personaggio,
che considero il mio padre calcistico, per quel suo modo di fare: a
metà viaggio costrinse l’autista a farsi da parte e si mise lui al
volante”.
Le sue caratteristiche di combattente lo fecero diventare
immediatamente un beniamino del “Partenio”. Nella prima stagione
disputò 15 gare (“quasi sempre in casa” rammenta) contribuendo alla
prima salvezza dell’Avellino in serie A.
“Arrivai che la squadra era ancora ferma al palo dopo cinque
giornate di campionato. In panchina c’era Marchesi, un vero
galantuomo, uno che mi ha insegnato tanto. Quando partimmo per
Torino, per l’ultima giornata, davanti all’albergo c’erano due ali
di folla festanti. Il pubblico impazziva letteralmente per le nostre
gesta. Oggi posso dire, con cognizione di causa, che in quegli anni
abbiamo scritto la storia del calcio ad Avellino”.
Nelle due stagioni successive, Beruatto disputò altre 58 gare con la
casacca biancoverde, realizzando anche un rete, in casa, contro il
Pescara. “Segnai il gol del vantaggio con un tiro di sinistro da
fuori area, una splendida sensazione per me che non ero abituato a
farne tanti”.
Per il difensore piemontese il vero segreto di quella squadra era la
forza del gruppo, un gruppo unito che si ritrovava quasi ogni sera.
“Vivevamo tutti a Mercogliano – racconta – e trascorrevamo lì il
nostro tempo libero. Ricordo che c’era un bar dove ci incontravamo
per giocare al flipper: bisognava calarsi per entrare tanto era
angusto. Ci accontentavamo delle piccole cose, non andavamo alla
ricerca del lusso o della mondanità. Con Boscolo e Romano formavamo
un trio inseparabile: lo stare insieme fuori dal campo faceva
crescere anche il nostro feeling all’interno del rettangolo di gioco
e la domenica eravamo sempre caricati a mille”.
Dopo tre stagioni ad Avellino, Beruatto si trasferì nella “sua”
Torino. Sei anni in granata e poi il passaggio alla Lazio per altri
tre anni, prima di chiudere la carriera in C a Mantova.
“Quelli di Avellino sono stati gli anni più belli della mia
carriera. Avevo poco più di vent’anni quando arrivai in Irpinia, lì
sono maturato sia calcisticamente che come uomo. Ho imparato a
soffrire, avendo vissuto in prima persona la tragica parentesi del
terremoto. Ancora oggi – confessa – capita di incontrare ex
avversari che ricordano come fosse impossibile superarci. Quando mi
dicono: ma come facevate a vincere contro tutti, contro il Milan, la
Juve, l’Inter, beh non posso nascondere che provo un’enorme
soddisfazione”.
Smessi gli scarpini da calciatore, Paolo Beruatto ha cominciato
presto ad allenare, partendo dalle formazioni giovanili della Lazio.
Trieste, Viterbo, Padova, San Benedetto del Tronto, Messina, Arezzo,
Varese e, da ultimo, Gualdo, le tappe in panchina. Da qualche mese
sta cercando di portare in salvo la formazione umbra invischiata
nelle sabbie mobili della classifica in C2. Sposato, padre di
quattro figli, ha in Andrea, 14 anni, il suo erede calcistico.
“Gioca nelle giovanili dell’Arezzo – racconta – ma avrebbe bisogno
di un’esperienza come quella vissuta da me ad Avellino per capire
cosa sia il calcio”.
Parlare del figlio gli permette di fare un salto a ritroso e di
evidenziare come si sia evoluto uno sport che, pur rimanendo
affascinante, ha perso molto. “E’ quasi impossibile fare un paragone
– ammette – sono cambiate tante cose. Mio figlio non potrà mai avere
quella grinta che avevamo noi perch?ormai manca quel senso di
appartenenza ad una maglia. Noi ci mettevamo il cuore, oggi mi
sembra che le cosa vadano diversamente. Ai miei tempi si viveva la
città sette giorni su sette, a casa tornavamo assai di rado, e la
logica conclusione era il carattere che alla domenica mettevamo in
campo. In quei tre anni io mi sono sentito un avellinese ed il fatto
che fossi considerato un combattente nasceva proprio da questa
simbiosi che si veniva a creare con la città”.
Ad Avellino Beruatto era considerato uno dei “belli” della squadra.
Ha spezzato diversi cuori in quei tre anni vivendo, poi, una lunga
relazione con una ragazza avellinese. “Le donne erano l’incubo di
Sibilia – scherza – non ci faceva uscire per paura che ci
distraessimo troppo”.