Pochi autori hanno saputo raccontare l’Italia contemporanea con la stessa forza visiva e poetica di Paolo Sorrentino. Il suo cinema non si limita a narrare: osserva, ascolta, interroga. Trasforma la bellezza in un enigma e la decadenza in una forma d’arte. Ogni inquadratura è una confessione, ogni silenzio un abisso.
Dalla Napoli sospesa tra mito e malinconia fino alla Roma abbagliante e corrotta, Sorrentino ha costruito un linguaggio che unisce il sacro e il grottesco, la memoria e l’oblio. È il regista che ha portato l’Italia sul palco degli Oscar con La grande bellezza, ma anche l’autore che non ha mai smesso di cercare nel volto dei suoi personaggi quel frammento di verità che sfugge alla luce.
Oggi Netflix offre un’occasione preziosa per (ri)scoprire il suo universo visivo: un mosaico di film che raccontano il tempo, la solitudine e la bellezza del vivere. Nel catalogo sono presenti titoli fondamentali come “È stata la mano di Dio”, “Parthenope”, “L’amico di famiglia”, “La grande bellezza”, “Le conseguenze dell’amore”, “Youth – La giovinezza”, “Il Divo” e “This Must Be the Place”.
Alcuni di questi, però, sono segnalati come “disponibili ancora per poco”: tra cui “Il Divo”, “This Must Be the Place”, “Youth – La giovinezza” e “Le conseguenze dell’amore”. Un avviso che suona come un invito urgente a non rimandare la visione.
Su Netflix per scoprire il mondo di questo regista napoletano, ci sono tre tappe fondamentali della sua carriera: l’esordio che annunciava il talento, il ritorno nella città natale con un racconto mitologico e la consacrazione internazionale con un’opera che ha riscritto la percezione del cinema italiano.
Tre riflessioni visive sul declino, la bellezza e la nostalgia. Tre film che, messi insieme, tracciano il ritratto di un uomo che ha trasformato la solitudine in poesia.
Il nostro viaggio comincia da lì, dall’inizio, quando nel 2001 viene distibuito nelle sale cinematografiche “L’uomo in più”, il film che segna l’esordio alla regia del giovane Sorrentino. È un dramma asciutto, malinconico, elegante, in cui già si riconoscono i temi e lo sguardo che renderanno celebre il regista napoletano.

Due uomini con lo stesso nome, Antonio Pisapia, ma due destini opposti: un cantante di successo in caduta libera (Toni Servillo) e un ex calciatore spezzato dall’infortunio (Andrea Renzi). Entrambi prigionieri di un mondo che li ha amati e poi dimenticati.
La regia è sobria ma già magnetica: riflessiva, sospesa, quasi ipnotica. Netflix permette oggi di riscoprirlo in tutta la sua potenza malinconica, un piccolo capolavoro rimasto nell’ombra, che anticipa la poetica della decadenza e della solitudine che Sorrentino avrebbe poi perfezionato negli anni successivi.
Su Netflix, questo film resta una perla nascosta, un piccolo manifesto della poetica sorrentiniana: la gloria che svanisce, il tempo che consuma, la solitudine che accompagna la fine di ogni applauso.
Ed è proprio da quella solitudine che, vent’anni dopo, nasce “Parthenope” — un ritorno alle origini e insieme un atto d’amore verso Napoli, la città dove tutto è cominciato.
Se in L’uomo in più il declino era individuale, qui diventa universale: una meditazione sul tempo, sul corpo, sulla bellezza che si trasforma in condanna. Presentato al Festival di Cannes 2024, Parthenope segna l’approdo di un autore ormai consapevole del proprio sguardo, capace di fondere mito e realtà in un racconto che attraversa cinquant’anni di vita e di memoria.
Interpretata dalla giovane Celeste Dalla Porta, la protagonista incarna la sirena del mito e la donna del nostro tempo. Al suo fianco, Stefania Sandrelli, Luisa Ranieri e Silvio Orlando danno corpo a una coralità tutta sorrentiniana. Ogni fotogramma, firmato dalla direttrice della fotografia Daria D’Antonio, è una dichiarazione d’amore alla luce di Napoli. E ancora una volta, la visione di questo film diventa un’esperienza sensoriale, tra nostalgia, stupore e desiderio.
E infine l’ultima pellicola di questa trilogia che ti sto proponendo è “La grande bellezza”, il film che nel 2014 consegnò all’Italia l’Oscar per il miglior film straniero.
Qui la riflessione diventa universale: il giornalista Jep Gambardella (ancora Toni Servillo) si muove tra feste decadenti e notti romane, circondato da una società che idolatra la giovinezza e rifugge il pensiero. Eppure, dietro i sorrisi e la mondanità, c’è un abisso di malinconia.

Roma non è solo lo sfondo, ma un personaggio vivo: seducente, corrotta, immortale. Ogni inquadratura — firmata da Luca Bigazzi — racconta la distanza tra ciò che appare e ciò che resta, tra la maschera e la verità.
Su Netflix, rivedere “La grande bellezza” significa riscoprire un’Italia fragile e vanitosa, ma anche irresistibilmente umana. E come dice Jep, «non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare». Forse è questo il cuore di tutto il cinema di Sorrentino: il tempo che fugge, la bellezza che ferisce, la vita che resta sospesa tra ironia e dolore.
