Su Netflix ci sono tre film italiani molto diversi tra loro, ma uniti da una stessa tensione morale: il momento in cui una persona comune deve scegliere da che parte stare. Non contro il mondo intero, ma contro ciò che è più comodo. Contro ciò che conviene. Contro ciò che “si è sempre fatto così”.

C’è chi difende la propria terra da un progetto milionario. Chi prova a cambiare vita mescolando cucina e criminalità. Chi attraversa le zone più oscure della storia italiana muovendosi tra verità manipolate e identità ambigue. Tre storie ambientate in contesti lontanissimi – la Sardegna, una Roma gastronomica e una Roma politica – ma accomunate dallo stesso nodo: la responsabilità personale.

Sono film che parlano di scelte. Scelte scomode, lente, mai semplici. E forse è proprio questo il loro punto in comune più potente: raccontano il momento in cui la vita potrebbe andare “come va”, ma qualcuno decide che può andare diversamente.

Il primo tassello di questo percorso è La vita va così, diretto da Riccardo Milani e presentato alla Festa del Cinema di Roma. Coprodotto da Wildside e Medusa Film, il film prende spunto dalla vicenda reale di Ovidio Marras, il pastore sardo che si oppose alla costruzione di un resort di lusso sulla spiaggia di Capo Malfatano.

Non aspettarti un racconto muscolare o una narrazione rabbiosa. Milani costruisce un film civile che procede per sottrazione, per silenzi, per dialoghi che sembrano quotidiani ma che contengono fratture profonde. Il protagonista non è un attivista, non è un simbolo politico dichiarato: è un uomo legato alla propria terra da un senso di appartenenza che non si può monetizzare. Ed è proprio questa normalità a rendere potente il suo “no”.

Attorno a lui si muove un cast popolare e riconoscibile – da Diego Abbatantuono a Virginia Raffaele, da Aldo Baglio a Geppi Cucciari, fino alla presenza di Carlo Cracco nel ruolo di sé stesso – che alleggerisce la tensione con sfumature di commedia amara senza mai tradire la serietà del tema. Su Google il gradimento supera l’84%, segno che il pubblico ha intercettato la forza di una storia che parla di dignità senza retorica. Qui la scelta morale è quella di restare fermi, anche quando tutto intorno spinge a cedere.

Poi il tono cambia, ma il conflitto resta. Sempre su Netflix, con La cena perfetta, diretto da Davide Minnella e prodotto da Italian International Film, Lucisano Media Group e Vision Distribution, entriamo in una commedia sentimentale che mescola criminalità e alta cucina. In apparenza è una storia leggera. In realtà è un racconto sulla possibilità di cambiare ricetta alla propria vita.

Carmine, interpretato da Salvatore Esposito, gestisce un ristorante come copertura per i suoi traffici. Consuelo, a cui dà volto Greta Scarano, sogna una stella Michelin come riscatto personale. L’incontro tra i due è inizialmente opportunistico, quasi freddo. Ma lentamente diventa altro. Ed è in quella lentezza che il film trova il suo equilibrio migliore.

Le scene in cucina sono curate con attenzione: i piatti, i colori, i gesti diventano linguaggio emotivo. Non tutto funziona in modo impeccabile – alcuni passaggi risultano prevedibili – ma l’alchimia tra i protagonisti tiene insieme il racconto. Su Google il gradimento si attesta intorno al 75%, e si capisce perché: è un film che conforta, ma senza ingenuità. Qui la scelta morale è rischiare il cambiamento, anche quando il passato pesa.

Infine, il nostro viaggio sui film italiani da vedere su Netflix si fa più oscuro con Il falsario, diretto da Stefano Lodovichi e prodotto da Cattleya, liberamente tratto dal libro Il Falsario di Stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani. Al centro c’è Tony Chichiarelli, figura controversa della criminalità romana, interpretata da un intenso Pietro Castellitto.

Qui la scelta non è luminosa, non è rassicurante. È ambigua. Il film si muove tra gli anni di piombo, la Banda della Magliana, il caso Moro, i corridoi opachi dei servizi segreti. La sceneggiatura frammentata, fatta di salti temporali e punti di vista multipli, riflette perfettamente la natura del protagonista: sfuggente, contraddittorio, impossibile da incasellare.

Nel cast compaiono volti solidi come Edoardo Pesce, Giulia Michelini e Claudio Santamaria, ma è Castellitto a reggere il peso morale del racconto con una prova trattenuta e magnetica. Roma è lontana da ogni estetizzazione: interni chiusi, luci radenti, atmosfera sospesa. Il film non assolve e non condanna. Interroga. Su Google il gradimento supera il 92%, segnale che questo crime drama riflessivo ha saputo colpire nel segno. Qui la scelta morale riguarda la verità stessa: manipolarla o affrontarla.