Ci sono storie che non chiedono permesso: entrano nella testa e restano lì, come una voce che non smette di farti pensare. Su Netflix, la Spagna diventa il teatro perfetto di tre miniserie che non lasciano scampo. Tre modi diversi di raccontare la stessa ossessione: il potere. E con esso, l’avidità, la vendetta, la colpa. Ogni episodio è una ferita che pulsa, un riflesso di ciò che accade quando l’uomo si misura con i propri limiti morali.
Queste tre miniserie sanno raccontare quel momento esatto in cui la coscienza vacilla, quando l’ambizione o il dolore diventano più forti di ogni regola. Tre viaggi diversi, ma uniti da un filo rosso: la corruzione dell’animo umano.
La prima tappa è “Mano de hierro” (2024, The Mediapro Studio), un thriller criminale firmato da Lluís Quílez che porta lo spettatore tra i moli di Barcellona, dove ogni container è un potenziale scrigno di cocaina e morte. Il protagonista, Eduard Fernández, è Joaquín Manchado, un uomo dalla “mano di ferro” tanto letterale quanto simbolica: leader spietato, padre imperfetto, dominatore di un microcosmo dove la fedeltà si compra e si tradisce con la stessa rapidità con cui si carica una nave.
Il porto, filmato come un organismo vivo, diventa teatro di un dramma familiare e mafioso che non ha bisogno di eroi. Accanto a Fernández brillano Jaime Lorente, Chino Darín, Sergi López ed Enric Auquer, in un intreccio di vendette e alleanze che non lascia tregua. Su Netflix, questa serie è un viaggio nelle viscere del potere, crudo e magnetico, lodato dalla critica per l’interpretazione e la regia d’impatto (6,4/10 su IMDb).
Se “Mano de hierro” mostra la corruzione dall’alto, “Due tombe” (2025, Netflix Studios España) ci trascina invece nel dolore dal basso, quello di una nonna che perde tutto e decide di farsi giustizia da sola.
Diretta da Kike Maíllo e scritta dal collettivo Carmen Mola, questa miniserie in tre episodi è un colpo al cuore: Kiti Mánver, nei panni di Isabel, si trasforma da figura affettuosa a vendicatrice silenziosa. La sua determinazione scava ferite morali più profonde dei crimini che vuole punire.
Con Álvaro Morte al suo fianco, la serie racconta un’Andalusia assolata ma cupa, dove la luce del Sud si mescola al buio delle anime. È un thriller familiare asciutto e teso, che mette in scena il proverbio confuciano da cui prende il titolo: “prima di intraprendere un viaggio di vendetta, scava due tombe”.
Nonostante qualche limite nella brevità (solo tre puntate), “Due tombe” è una visione da fare tutta d’un fiato, spinta da un’interpretazione femminile monumentale.
Gli utenti di Google l’hanno apprezzata con un discreto 51%, su Rotten Tomatoes raggiunge l’80% di gradimento, mentre IMDb la valuta 6,3/10.
Poi c’è “I favoriti di Mida” (2020), tratto da un racconto di Jack London e diretto da Mateo Gil. Qui la tensione è mentale, sottile, moderna. Luis Tosar interpreta un uomo di potere costretto a misurarsi con un gruppo misterioso che ricatta i ricchi, spingendoli a scegliere tra denaro e coscienza. Al suo fianco Marta Belmonte e Willy Toledo danno corpo a una storia che mescola thriller psicologico e critica sociale.
Se “Mano de hierro” ti fa sentire l’odore del carburante e del sudore, e “Due tombe” il peso del lutto, “I favoriti di Mida” ti inchioda con il dubbio: fino a dove saresti disposto a spingerti pur di salvare la tua reputazione?
Girata con eleganza visiva e ritmo calibrato, la serie conferma la forza del racconto originale adattandolo a un mondo ossessionato dall’immagine pubblica. Su Netflix è tra i titoli da recuperare se ami storie in cui il potere si misura con la paura.
