Certe sere non serve un film che faccia solo passare due ore. Serve una storia che abbia dentro un’ombra, qualcosa che si insinui piano e renda impossibile restare spettatori davvero distanti. Quando il desiderio è questo, trovare su Netflix un thriller capace di tenere insieme tensione, freddezza e realtà non è così semplice come sembra.

Su Netflix questi tre titoli offrono tre modi differenti di raccontare il thriller psicologico e il thriller criminale: uno più intimo e perturbante, uno più urbano e feroce, uno più simbolico e sospeso. E in tutti e tre i casi, la trama non si limita a raccontare un pericolo: lo fa crescere lentamente, fino a renderlo inevitabile.

Eileen

“Eileen” è un thriller del 2023, diretto da William Oldroyd e prodotto da Fifth Seasons e Film4. Le protagoniste principali sono Thomasin McKenzie e Anne Hathaway. Ambientato negli anni Sessanta, il film segue Eileen, una ragazza schiva e irrisolta che vive in una condizione di soffocante immobilità: da un lato un padre alcolizzato e problematico, dall’altro un lavoro in un istituto penitenziario minorile che sembra riflettere il gelo della sua esistenza.

La sua vita cambia quando arriva Rebecca, nuova collega brillante e misteriosa, donna elegante, sicura di sé, quasi magnetica. Tra le due nasce un rapporto fatto di fascinazione, dipendenza e desiderio di evasione, ma quello che inizialmente sembra un incontro salvifico prende presto una piega più torbida.

La trama gioca tutta sull’ambiguità del legame tra queste due figure femminili, spingendo Eileen verso una trasformazione interiore che diventa sempre più pericolosa. È un racconto che parte come dramma psicologico e si trasforma gradualmente in un thriller cupo e destabilizzante, dove il vero centro non è solo il mistero, ma il bisogno disperato di essere visti, amati, riconosciuti.

Brotherhood – Stato di paura

Più esplosivo, più politico e molto più immerso nel caos urbano è “Brotherhood – Stato di paura”, film brasiliano diretto da Pedro Morelli, legato all’universo narrativo della serie Brotherhood (Irmandade). Nel cast spiccano Naruna Costa, Camilla Damião e Seu Jorge.

Qui la trama si apre con un rapimento che agisce da detonatore: Elisa, figlia del fondatore della potente organizzazione criminale Irmandade, viene sequestrata da poliziotti corrotti. Da quel momento la vicenda si trasforma in una spirale di vendette, attacchi e rappresaglie che travolge San Paolo e trascina tutti dentro una guerra senza confini netti tra giustizia e brutalità. A reagire è Cristina, leader carismatica e spietata della fazione, che organizza una controffensiva massiccia capace di incendiare la città.

Ma il film non si limita all’azione: dentro inseguimenti, sparatorie e guerriglia urbana, emerge un impianto più profondo, fatto di lealtà familiari, eredità criminali e dilemmi morali. La trama mostra come la violenza finisca per divorare tutto, contaminando affetti, scelte e identità. Il risultato è un thriller criminale teso e crudo, dove il conflitto tra Stato e malavita diventa anche il racconto di una società ferita, incapace di distinguere davvero tra ordine e sopraffazione.

Distanza di sicurezza

Ancora più sfuggente e disturbante è “Distanza di sicurezza” (“Distancia de rescate”), film del 2021 diretto da Claudia Llosa, tratto dall’omonimo romanzo di Samanta Schweblin, che ha firmato anche la sceneggiatura. Le attrici principali sono Maria Valverde e Dolores Fonzi.

In superficie la storia sembra semplice: Amanda è in vacanza in campagna con la figlia Nina, in un luogo apparentemente tranquillo. Ma sin dall’inizio qualcosa stona. L’incontro con Carola, madre di un bambino enigmatico di nome David, incrina subito quella calma apparente. Attraverso un dialogo sospeso tra la stessa Amanda, ormai vicinissima alla morte, e David, il film ricostruisce pezzo dopo pezzo una vicenda sempre più angosciante, fatta di malattie misteriose, bambini segnati da deformazioni e una minaccia invisibile che sembra provenire dalla terra stessa.

La trama non procede in modo lineare, ma per frammenti, ricordi, intuizioni, con un continuo slittamento tra realtà e percezione. Al centro c’è la celebre “distanza di sicurezza”, cioè quel calcolo istintivo che ogni madre compie per proteggere il proprio figlio dal pericolo. Solo che qui quella distanza si rivela inutile, fragile, quasi illusoria.

Il film costruisce così un thriller psicologico rarefatto, dove la tensione nasce dall’assenza di certezze e dalla sensazione che il male non abbia un volto preciso, ma si annidi nell’ambiente, nei corpi, nelle relazioni.

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