Una voce fuori campo dal timbro familiare invita a varcare una porta sul buio. E’ la voce di Dario Argento che annuncia un viaggio dentro l’inquietudine. Niente  musica inquietante né effetti speciali: solo silenzio, ombre e la promessa di un mistero.

Grazie alla piattaforma streaming Raiplay è oggi possibile riscoprire una delle opere più affascinanti e meno ricordate della televisione italiana: La porta sul buio, la miniserie diretta e prodotta dal maestro del brivido nel 1973, con cui il regista romano porta in tivvù la stessa tensione visiva che aveva già consacrato il suo cinema.

Nata come un esperimento per Rai Uno, la serie si compone di quattro episodiIl vicino di casa, Testimone oculare, Il tram e La bambola — ognuno introdotto dallo stesso Argento in veste di narratore, con tono sobrio e misterioso, quasi un moderno Alfred Hitchcock.

L’idea, come dichiarò il regista in un’intervista all’epoca, era “portare il linguaggio del cinema giallo e la tensione del noir in televisione, dentro le case degli italiani, senza filtri”.

Il cast è composto da interpreti di solida esperienza teatrale e televisiva: Enzo Cerusico,  Gianfranco D’Angelo, Laura Belli, Glauco Onorato.

Ognuno presta il volto a personaggi comuni – un conducente di tram, una giovane donna perseguitata, un testimone involontario – che si trovano improvvisamente intrappolati in situazioni di paura, dove la normalità si incrina e il male si manifesta senza spiegazioni razionali.

La regia di Argento è magistrale nel costruire tensione con pochi elementi: l’uso delle inquadrature soggettive, il montaggio serrato, la luce che taglia i volti come lame. Anche nella durata televisiva (gli episodi non superano i 60 minuti), la sua impronta resta inconfondibile: la paura nasce dal dettaglio, dal rumore, dal non detto.

Ne Il tram, uno degli episodi più celebri, la telecamera si muove dentro un tram notturno in cui viene ritrovato un cadavere. Il protagonista cerca di ricostruire il delitto attraverso gli orari, le fermate, i testimoni: un piccolo capolavoro di tensione che anticipa Profondo Rosso e che molti critici considerano una lezione di cinema in formato televisivo.

Marcel Davinotti jr ricorda che Dario Argento decise di produrre per Rai Uno “quattro telefilm di un’ora ciascuno che riprendevano, ammorbidendole in ragione della destinazione televisiva, le caratteristiche dei suoi thriller. Fu una scelta vincente, che impose la figura di Argento a più di venti milioni di italiani (all’epoca si poteva scegliere solo tra due canali), che lo indentificavano ormai come l’incarnazione della paura e del terrore”.

Nonostante la brevità della sua vita televisiva, la serie crime è rimasta nella memoria degli appassionati. Oggi, grazie alle teche Rai e a RaiPlay si può riscoprire un’opera che racconta una fase cruciale del cinema italiano, quando il confine tra sala e televisione cominciava a dissolversi. I suoi episodi, restaurati e digitalizzati, conservano intatta la forza del mistero e la raffinatezza della messa in scena.

Il pubblico contemporaneo, abituato ai ritmi delle serie internazionali, potrebbe restare sorpreso dal passo narrativo lento, dall’uso dei silenzi e dall’importanza dello sguardo. Ma è proprio questa lentezza, questa cura del dettaglio, che rende La porta sul buio un’esperienza quasi ipnotica.

Sui principali portali di critica, il consenso è ancora vivo: su IMDb la serie registra un punteggio medio di 7,3/10, mentre gli utenti Google la promuovono con un 90% di recensioni positive.

Il merito principale di La porta sul buio è quello di aver aperto una porta su un genere, l’horror, che puà diventare intrattenimento. Dario Argento, infatti, dimostra che la paura non ha bisogno di mostri o sangue ma di uno sguardo attento e di un’atmosfera capace di insinuarsi sotto la pelle.

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