Un true crime da brivido su Netflix “La vicina perfetta”, una scioccante storia vera che ti farà tremare vene e polsi.

Se sei disposto a guardare in faccia la potenza e l’imprevedibilità del male quotidiano, la fragilità della legge e la violenza del pregiudizio, questo titolo Netflix potrebbe rappresentare una visione intensa, dolorosa, ma indispensabile. Ti chiederà non solo di guardare, ma di sentire e, magari, di cambiare prospettiva. Tutto può nascere dall’immagine di una finestra di casa, mentre sei immerso nella tua quotidianità, e dalla terrificante sensazione che qualcuno ti stia osservando.

Queste evocazioni te le racconto per introdurti il nuovo documentario true crime disponibile in streaming, intitolato “La vicina perfetta” (“The Perfect Neighbor”) della regista Geeta Gandbhir, disponibile su Netflix dal 17 ottobre 2025. Vincitore al Sundance Festival, “procede con un’inquietante quasi ipnotica lucidità” (The NewYorker). Durata un’ora e 37 minuti, 100% di valutazione Rotten Tomatoes, 62% Google, 7,2/10 su IMDb.

Si tratta di un true crime, ispirato a una storia vera. Si presenta subito come un’esperienza d’impatto emotivo e politico, raccontando come una disputa condominiale nella cittadina di Ocala, Florida, abbia portato alla morte della madre di quattro figli Ajike “AJ” Owens e all’arresto della vicina bianca Susan Lorincz.

La tensione emerge sin dalle prime sequenze: bambini che giocano, un prato accanto a una casa che sembra tranquilla, poi una serie di chiamate ossessive, richieste di intervento. Niente di tanto evidente: solo il riverbero della vita reale che si incrina.

La narrazione incalzante mostra come la paura, il pregiudizio e la legge possano intrecciarsi fino a diventare micidiali. La scelta stilistica è radicale: il film si regge prevalentemente su materiali d’archivio (body-cam della polizia, registrazioni delle chiamate al 911, video di sorveglianza) senza voice-over narrativo, senza ricostruzioni spettacolari.

Questa sobrietà rende l’impatto ancora più potente: lo spettatore non è guidato verso una conclusione, ma è invitato a vivere l’escalation in prima persona. In “La vicina perfetta” di Netflix, la madre AJ Owens è ritratta come figura attiva, amata, partecipe della comunità.

Lorincz appare al contrario come una vicina isolata, ossessionata dal rumore, dai giochi dei bambini, accusatrice. Il quadro che ne emerge è drammatico non solo per ciò che accade, ma perché mette in discussione il concetto stesso di “vicinato”.

Cosa significa fidarsi? A chi appartiene lo spazio? Chi ha diritto di difendersi? E dove finisce quel diritto? Il riferimento diretto alla normativa americana del “stand your ground” (“difendi la tua posizione”) rende il documentario anche un atto politico oltre che morale.

Si tratta infatti di una norma in vigore in diversi Stati degli USA che autorizza una persona a usare la forza, anche letale, per difendersi se ritiene di essere in pericolo senza l’obbligo di fuggire o ritirarsi prima di reagire.

Registicamente, Gandbhir opta per una neutralità apparente che, paradossalmente, è carica di giudizio: consentendo ai materiali “grezzi” di parlare, lascia emergere la gravità dell’ingiustizia senza retorica forzata. Il montaggio è calibrato, creando ritmo nonostante l’assenza di voce narrante.

Lo spettatore assiste, si interroga, resta scosso. Le immagini, un corpo a terra, bambini che piangono, assistenti della polizia che cercano di ricomporre l’inimmaginabile, restano impresse. È vero però che tale approccio ha un prezzo: la fruizione non è semplice. Non ci sono “momenti di sollievo”, non c’è un’uscita consolante.

È un lungometraggio, che ricalca la trama di un film giallo, che impone, che non cerca di intrattenere quanto di scuotere. Chi si avvicina in cerca di evasione rischia di restare turbato. Ma forse è proprio questa la sua forza: non lascia spazio al distacco. Il dolore è reale, e lo sguardo è diretto.

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