In questo film su Raiplay, Milano non è solo uno sfondo, ma una ferita aperta. In “Appunti di un venditore di donne” la città diventa un organismo nervoso, attraversato da paura, violenza, desiderio e ambiguità morale. È una Milano cupa, livida, lontana da qualsiasi nostalgia patinata, immersa nel clima soffocante del 1978: l’anno del sequestro Aldo Moro, delle Brigate Rosse, di una tensione civile che sembra infiltrarsi in ogni gesto quotidiano. Un tempo sospeso in cui la legalità è fragile e il confine tra vittime e carnefici si fa pericolosamente sottile.

Tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Faletti, pubblicato nel 2010 e considerato uno dei suoi testi più complessi, arriva nelle sale nel 2021 con la regia di Fabio Resinaro e la produzione di Luca Barbareschi. Non era un adattamento semplice. I romanzi di Faletti, pur amatissimi dal pubblico, hanno spesso faticato a trovare una traduzione cinematografica all’altezza, proprio per la densità delle trame e per la loro natura stratificata. Qui, però, l’operazione riesce. E riesce perché Resinaro non cerca scorciatoie: sceglie la fedeltà, ma soprattutto sceglie un tono preciso, quello del noir italiano anni Settanta, ruvido e senza redenzione.

La Milano ricostruita nel film ora in streaming gratis su RaiPlay, è una città che oggi non esiste più. Lo si avverte nei locali notturni, nelle strade umide di pioggia, nei fondali digitali usati con intelligenza per restituire un’atmosfera credibile, mai artificiosa. La regia è nervosa, a tratti concitata, fatta di movimenti di macchina che non concedono tregua allo spettatore. Tutto contribuisce a un senso costante di instabilità, come se ogni scena potesse precipitare da un momento all’altro.

Il protagonista è Bravo, interpretato da Mario Sgueglia, figura disturbante e magnetica. Di mestiere fa il “venditore di donne”, un protettore di prostitute che si racconta come un imprenditore del piacere, convinto di muoversi in una zona grigia ma ancora governabile. Il suo corpo, però, racconta un’altra storia: una mutilazione subita in passato lo ha segnato in modo irreversibile, trasformando il desiderio in ossessione e il controllo in una necessità vitale. Bravo è un uomo spezzato che prova a sopravvivere dentro un mondo altrettanto mutilato.

La narrazione prende avvio da una notte all’Ascot Club, tra droga e gioco d’azzardo. È qui che Bravo incontra Carla, interpretata da Miriam Dalmazio, una donna affascinante, fragile e pericolosa, destinata a diventare una vera e propria femme fatale. Carla accetta di entrare nel giro della prostituzione per sfuggire alla miseria, ma quella scelta trascina entrambi in un meccanismo più grande di loro. Il primo incarico si trasforma in una trappola, un complotto che stringe Bravo in una morsa da cui sarà difficile uscire senza perdere tutto.

Attorno a loro si muove una galleria di personaggi cupi e memorabili. Spicca Daytona, interpretato da Paolo Rossi, miserabile e quasi profetico nella sua disperazione, e Lucio, il personaggio cieco portato in scena da Francesco Montanari, presenza inquietante e simbolica. Nessuno è davvero innocente, e nessuno è completamente colpevole. Il film insiste su questa ambiguità morale, mostrando un’umanità degradata ma sorprendentemente coerente con il tempo che abita.

Il vero antagonista, però, non è un singolo personaggio. È il sistema: il poliziotto corrotto, il mafioso divorato dall’avidità, il politico cinico. Un male diffuso, quotidiano, che non ha bisogno di grandi proclami per manifestarsi. In questo senso “Appunti di un venditore di donne” è un film che va oltre il crime: è un ritratto spietato di un Paese in crisi, raccontato attraverso immagini dense, silenzi carichi di tensione e una messa in scena che non cerca mai di rassicurare.

Disponibile oggi in streaming su RaiPlay, questo titolo resta una visione scomoda ma necessaria. Un film che non ammicca, non consola, e proprio per questo merita di essere (ri)scoperto.