Tutti gli articoli di Boris Ambrosone

Sono nato sul finire del 1974. Ad Avellino. Qui ho vissuto fino al 2003, e poi ad Atripalda (Av). Ho frequantato il Liceo Scientifico Mancini di Avellino, e mi sono laureato in Sceinze della Comunicazione a Salerno nel 2001. Dopo la laurea ho portato a termine un corso di perfezionamento sugli strumenti e professione della comunicazione della pubblica amministrazione presso l’università di Salerno. Dal 2002 sono giornalista pubblicista. Ho lavorato in Radio (Studio Elle e Radio Punto Nuovo), in TV (Irpinia TV) e per la carta stampata (Economia 2000, il Mattino, Il Denaro). Dal 2011 sono addetto stampa e responsabile delle comunicazioni, presso Irpiniambiente, (dal 2004 ho ricoperto analogo ruolo per ASA S.p.A.) la società provinciale che opera nel ciclo integrato dei rifiuti. Ho curato numerose campagne elettorali come addetto stampa di diversi candidati al consiglio comunale di Avellino e regionale della Campania. Per molti anni sono stato addetto stampa della CGIL di Avellino. Con l’avvento dei nuovi media e grazie alla conoscenza di Lino Sorrentini, direttore di Agendaonline, nei primi anni del nuovo millennio mi sono appassionato alle forme di comunicazione on line, diventando collaboratore di Agendaonline, prima blogger e poi internauta di Facebook. Occasionalmente curo le pagine social di aziende italiane. Con Agendaonline ho trovato la dimensione più confacente tra lavoro e hobby, essendo appassionato di gastronomia e più che discreto cuoco, di viaggi e di musica rock, specialmente se live. Ho curato per Agendaonline numerose rubriche e redatto numerosi articoli su viaggi, gastronomia, cultura e tempo libero. Collaboro anche al sito Prodotti Tipici Campani. Amo il vino buono, preferendo quello rosso, ma non sapendolo fare, mi limito a berlo. L’unica passione estrema è la ROMA, almeno fino a quando non mi sono sposato e sono diventato papà di Ginevra e Zaira.

Lungo le Strade del Vino della Basilicata alla scoperta dei Vini Lucani.

Pur non essendo annoverata tra le regioni con un ricco patrimonio enologico, la Basilicata è terra in cui non solo si producono buoni vini ma che vanta l’origine di uno dei vitigni oggi più apprezzati in mezzo mondo.

In Basilicata, strade del vino organizzate non ne esistono, ma partendo dal capoluogo di regione Potenza e spostandosi nei piccoli centri vicini è possibile andare alla scoperta di suggestive cantine e piccole aziende agricole in cui la produzione del vino si effettua ancora secondo gli antichi dettami tramandati, di generazione in generazione, dai contadini.

I Vini della Basilicata

Aglianico del Vulture DOC

L’Aglianico del Vulture fu importato proprio da queste parti dai Greci e, seppure negli ultimi decenni è soprattutto nella vicina Campania che l’Aglianico si è diffuso in maniera prepotente, qui si continua a produrre con ottimi risultati.

Cuore della produzione dell’aglianico è Venosa, paese del nord della Lucania famoso, oltre che per il vino color rosso rubino che ben si sposa con gli arrosti di carne e con i saporiti formaggi stagionati, per aver dato i natali ad Orazio Flacco e Carlo Gesualdo, il re dei madrigali.

Matera DOC

Tra i vini della Basilicata, un Doc recente è invece il Matera, altro vino rosso imponente realizzato nelle varianti Primitivo e Moro (ma anche la variante Bianco e Spumante migliora di anno in anno) ed ottenuto con uve Aglianico, Sangiovese, Primitivo, Greco e Malvasia di Basilicata.

La zona di produzione del “vino Matera” è compresa tra i paesi di Accettura,  Bernalda, Ferrandina, Matera, Nova Siri, Oliveto Lucano, Pisticci, Policoro, Scanzano Jonico, Stigliano, Tricarico, Tursi e Valsinni.

Il Centro Storico di Matera

Una visita da queste parti può essere l’occasione sia per scoprire il fascino di Matera, la città dei sassi che per abbandonarsi ai piaceri della buona cucina che qui tocca vette elevatissime.

Terre dell’Alta Val d’Agri DOC

Altro vino lucano che vanta la denominazione d’origine controllata è il Terre dell’Alta Val d’Agri DOC, ancora un rosso forte ottenuto con uve Merlot e Cabernet Sauvignon.

Viggiano, Moliterno e Grumento Nova sono i centri in cui si produce questo vino la cui diffusione sulle tavole italiane è in forte espansione.

I piatti ed i prodotti tipici invernali della regione Campania.

Dimenticate per tre mesi, da dicembre a marzo, vongole, pomodorini, limoni e pizza. L’inverno è il periodo giusto per riscoprire a tavola l’entroterra campano ed i suoi prodotti tipici.

La castagna di Montella un prodotto tipico della regione Campania

Riservate una gita a Napoli e Salerno per mitigare le temperature vicine allo zero delle province di Benevento ed Avellino, ma tornate a pranzo in una delle numerose strutture che il Sannio e l’Irpinia offrono, con il loro corollario di piatti tipici, sapori forti e profumi del sottobosco.

Qui, castagnefunghitartufi la fanno da padroni su tutte le tavole invernali della Campania interna.

tartufi

Uno dei piatti più frequenti da trovare è sicuramente la Zuppa di castagne, porcini e fagioli con tartufo, da gustare con un buon bicchiere di aglianico dell’Irpinia o del beneventano (nella foto copertina quella preparata dallo chef Antonio Guacci de Il Mulino della Signora di Sturno). Per la preparazione di questa pietanza di solito si usa la castagna di Montella, una delle Igp campane per eccellenza, ed il tartufo di Bagnoli Irpino.

Tipico della cucina della provincia di Avellino, soprattutto dell’Alta Irpinia, da Montella a Calitri, ma anche in numerosi comuni della Baronia, la pizza di granone, con rape e patate, insaporita con peperoncino piccante.

I piatti ed i prodotti tipici invernali della regione Campania.

Anche con questo piatto, l’abbinamento obbligatorio è con l’Aglianico, scegliendolo tra le numerose proposte del Taburno, ma è possibile optare anche per un Solopaca.

Per i dolci, nel periodo invernale, in Campania, c’è l’imbarazzo della scelta ed è in questo segmento che le aree costiere danno il loro contributo.

A Benevento è d’obbligo un assaggio al Torrone, Da non perdere, inoltre, il torroncino croccante di San Marco dei Cavoti, ottimo anche da inserire nella calza della befana.

struffoli

A Napoli, oltre alle sfogliatelle, che potete trovare in ogni periodo dell’anno, si consigliano gli struffoli, tipici delle festività natalizie, ma che nelle numerose pasticcerie vengono prodotti fino alla fine di gennaio.

Per i distillati, chi ama ricordare i sapori dell’estate, si può scegliere un limoncello.

Per rimanere nell’entroterra è possibile gustare un distillato al gusto di tartufo, un bicchierino di liquore Strega di Benevento.

Caciocavallo podolico

La tavola campana dell’inverno, inoltre, non può ignorare, il caciocavallo silano dop, gli insaccati dell’Irpinia e del Sannio.

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La cucina piemontese tra piatti, vini e prodotti tipici.

Il Barolo, considerato il miglior vino italiano e il tartufo bianco d’Alba, sono il biglietto da visita della cucina piemontese.

Una cucina di antichissima tradizione che nel corso degli anni ha saputo preservare quel suo carattere ibrido, di arte culinaria di alta classe abbinata a sapori talvolta rudi, propri della civiltà contadina, come testimonia anche l’uso, talvolta spregiudicato dell’aglio, per insaporire intingoli, condimenti e minestre.

La Gastronomia Piemontese.

Ricette nobili e povere si inseguono e si mischiano senza soluzione di continuità, si contaminano dando vita ad una delle proposte enogastronomiche più eccentriche d’Italia.

Gli antipasti della cucina Piemontese.

E’ un antipasto a rappresentare il tratto più distintivo della cucina Piemontese. Si tratta della Bagna Cauda, minestra, o meglio, intingolo, a base di acciughe, aglio e olio. Un sapore deciso tipico della regione, sebbene gli ingredienti non siano tipicamente piemontesi.

Ancora aglio, senza limiti, per la Soma, un altro antipasto molto noto del Piemonte, che viene accompagnato a chicchi d’uva.

Sempre eccentrici, altri due appetizer, a base di carne, rigorosamente cruda, tagliata a fette sottili o tritata cotta nel limone e con cospicua aggiunta dell’immancabile aglio.

Più delicate le proposte dei fagioli all’astigiana con condimento a base di Barbera e i salamini del Mondrogne nella zona di Alessandria.

I Piatti Tipici Piemontesi.

L’utilizzo del tartufo bianco di Alba nei primi piatti della cucina piemontese da vita ad una serie di prelibatezze senza pari.

Lunghissima la lista di portate che utilizzano il tartufo come ingrediente principale, anche se i piemontesi ritengono che la migliore espressione avviene nei secondi piatti.

Risotti, tagliatelle, pasta a mano sono tra i più frequenti abbinamenti riscontrabili con il tartufo.

Anche la castagna, in secondo ordine, costituisce un elemento molto utilizzato nei primi piatti piemontesi, talvolta abbinato anche ai funghi o per insaporire minestre, risotti e pasticci.

Tra i primi piatti più caratteristici, ma molto particolari, vi è la Brudera, un risotto in brodo con carne e sangue di maiale e carne di gallina.

Altra portata sui generis è lo Sciüghèt, una minestra con latte e vino rosso, nella quale viene aggiunta farina per una consistenza più solida.

Da non perdere anche la Paniscia di Novara, risotto cucinato con l’utilizzo di diversi tipi di carni di maiale e con i prodotti dell’orto.

I Secondi piatti

Per i secondi piatti, apertura dedicata al brasato al Barolo, manzo cotto con verdure e spezie, tra cui ginepro, cannella, rosmarino e rosolato con una cospicua quantità di Barolo (attenzione, però, spesso si preferisce il Barbera, buon vino ma la differenza si nota).

Il coniglio all’astigiana è un’altra caratteristica portata, anche qui troviamo il vino a fare da complemento per la cottura.

I formaggi costituiscono nel pasto piemontese interessanti varianti ai secondi. Si segnala il Bra, che prende il nome dalla città di produzione, a pasta morbida o dura secondo la stagionatura, dal sapore deciso e caratteristico.

I Dolci della Pasticceria Piemontese. 

Tralasciando il gianduiotto, divenuto troppo commerciale, ma che in Piemonte vale la pena saggiare in qualche pasticceria lontana dai maggiori centri, meritano una citazione due dolci alessandrini, la Polenta di Marengo realizzata con mandorle e farina di mais e la Giacometta, antesignana della nutella.

Arcinoti anche gli Amaretti di Saronno ed i Crumiri di Casale di Monferrato.

La castagna, come la nocciola, del resto, è uno degli ingredienti principali della pasticceria piemontese. Viene lavorata e proposta come budino, ricoperta al cioccolato o trasformata in tronchetti semifreddo.

 Dalla tradizione contadine, invece, è stata tramandata la Torta de San Pedar, semplice ma sorprendentemente buona, se si considera che l’ingrediente principale è il pane raffermo.

Impossibile, inoltre tralasciare i Savoiardi e la torta Savoiarda, i primi sono biscotti all’uovo, ormai commercializzati anche a livello industriale, la seconda è una torta con crema d’uovo e zucchero.

Le strade del Vino in Piemonte

Diamo per scontato che il Barolo non necessita di presentazioni, e quindi passeremo in rassegna i vini, per così dire secondari del Piemonte.

Sempre dal vitigno che da vita al Barolo derivano vini di alto livello, come il Ghemme ed il Gattinara, meno importanti, ma con una lunghissima tradizione.

Dalla zona del Monferrato provengono vitigni ugualmente noti, come il Barbera ed il Grignolino, sempre per rimanere su rossi più o meno strutturati. Meno impegnativo il Dolcetto.

E poi come dimenticare lo spumante, prodotto con le uve dell’astigiano da cui prende il nome.

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Le strade del vino in Abruzzo: viaggio tra cantine e vigneti.

Per conformazione geografica e tradizioni, l’Abruzzo è una di quelle regioni in cui i prodotti della terra, oltre ad avere origini antichissime, costituiscono una ricchezza sia per chi li produce che per chi li assaggia.

Seguire le strade del vino significa immergersi nella vita di campagna, scoprire antiche tecniche di lavorazione, conoscere graziosi borghi lontani dal caos delle grandi città.

Partendo da nord, dal confine con le Marche, il primo percorso che si incontra è quello della Strada del Vino Controguerra.

Secondo ciò che raccontano gli anziani, già ai tempi di Annibale questa area era famosa per i suoi vini che oggi costituiscono la base principale dell’enogastronomia locale.

Le città del vino in Abruzzo

Alba Adriatica, Colonnella, Nereta, Campli e Teramo sono unite da un filo “rosso” che è quello del Montepulciano d’Abruzzo e del Trebbiano d’Abruzzo i due giganti della produzione vinicola locale che caratterizzano anche il viaggio attraverso la Strada del Vino Colline del Ducato, che attraversa Giulianova, Roseto degli Abruzzi e Silvi Marina, lungo la fascia costiera teramana.

Lasciando la provincia di Teramo e continuando verso Pescara la Strada del Vino Colline Aprutine è caratterizzata da un territorio in cui, più che le viti, sono gli ulivi a primeggiare.

Olio e vino, di ottima qualità, scorrono a fiumi da queste parti, e costituiscono gli elementi principali su cui si basa la cucina tipica locale.

Le altre strade del vino abruzzesi.

Francavilla a Mare, Chieti e Ortona sono, invece, i centri principali della Strada del Vino Colline Teatine, anch’essa dominata dal Montepulciano e dal Trebbiano.

Andando verso l’interno ciò che salta subito all’occhio, o meglio al gusto, è come, pur cambiando gli ingredienti della cucina locale, gli stessi vini si sposano alla perfezione a piatti  completamente differenti da quelli della costa.

Con la Strada del Vino Tremonti e Valle Peligna comincia la scalata verso le vette abruzzesi del Gran Sasso e le principali località turistiche invernali, come Pescasseroli, Roccaraso e Pescocostanzo.

L’ultima tappa delle strade del vino abruzzesi è quella del Tratturo del Re.

Anche qui, manco a dirlo, Montepulciano e Trebbiano dominano la scena.

Da Lanciano a Val di Sangro, da Casalbordino a Vasto, mutano gli scenari, i profumi, i colori ma non il gusto dei preziosi vini abruzzesi.

Week end in Europa, la magia del vecchio continente.

Il turismo rimane una delle principali attività economiche nel continente. Viaggiare in Europa significa scoprire la storia del mondo.

Non a caso è definito il “vecchio” continente, per la grossa influenza che popoli e stati hanno avuto nel governo mondiale.

 L’Europa è un continente moderno e civilizzato, caratterizzato da una gran varietà di climi. Le temperature estreme vanno dai 40 gradi in estate nei paesi più a Sud ai numerosi gradi sotto zero in inverno, per le regioni artiche.

Non essendoci aree deserte, il clima non risulta mai particolarmente secco.

Le capitali Europee

Mete principali dell’Europa sono le capitali dei principali stati, ognuna caratterizzata da una storia millenaria e ricche di strutture architettoniche.

Dal punto di vista artistico ed archeologico è certamente il continente più interessante, anche perché fu sede del grande Impero Romano e della Roma imperiale, che ancora oggi rappresenta una delle più belle città al mondo.

Centinaia i musei di fama mondiale che si trovano in Europa, sempre nelle principali capitali.

Ogni nazione europea si differenzia per architettura e storia.

Idee per un week end in Europa

Castello Sforzesco a Milano

Parigi e Londra sono metropoli moderne, centro nevralgico degli affari economici del continente, insieme alla tedesca Monaco ed a Milano.

In forte crescita la capitale russa Mosca, interessata negli ultimi anni da un vero e proprio boom economico ma che conserva ancora il fascino dell’età degli Zar e del regime comunista poi.

Anche le nazioni balcaniche, che si sono lasciate alle spalle l’ultimo conflitto verificatosi in Europa in età contemporanea, stanno vivendo un periodo di floridità ed espansione apprezzate sempre più da un grosso numero di turisti, richiamati sia dalla bellezze delle coste, sia dal fascino delle capitali, come Zagabria e Sarajevo.

Week end in Europa d’estate

Il turismo estivo europeo si concentra principalmente sulle coste dell’Italia, della Grecia e della Spagna e sulle principali isole come Cipro, la Sicilia, la Sardegna e le Baleari.

D’inverno sono le cime alpine di Italia, Francia, Austria e Svizzera, anche grazie ad una impeccabile organizzazione ricettiva a richiamare gli appassionati di sci e sport invernali.

 Le numerose civiltà e le numerose etnie e culture che hanno attraversato l’Europa le hanno donato una grande varietà di usi e costumi.

Ogni nazione si caratterizza per la propria filosofia di vita.

La plaza de Cibeles prende il nome dalla fontana dedicata alla dea greca Cibele, sposa del titano Crono e madre di Atis.

La Spagna è una nazione dalla molteplici bellezze, dalla gaudente Barcellona, all’imponente Madrid alle fascinose mete dell’Andalusia, da Siviglia a Granada.

Dorata e austera si presenta Praga, in repubblica Ceca, seriosa e romantica San Pietroburgo, rilassante Lisbona in Portogallo, decadente e romantica Amburgo in Germania.

Week end in Nord Europa

 I Paesi del Nord Europa, delle regioni baltiche sono considerati la patria della liberalità.

  • Stoccolma, capitale della Svezia è uno dei centri più importanti del design e dell’architettura moderna.
  • Berlino, in Germania, è il simbolo della fine del regime comunista e della guerra fredda. E’ una capitale moderna, perfettamente organizzata e nonostante la sua enorme estensione è considerata tra le città più vivibili al mondo.

Il miglior modo per visitare l’Europa, considerato l’alto numero di scali, è quello di servirsi dell’aereo, ma anche il treno, con l’alta velocità ed usufruendo di qualche promozione con tariffe a prezzi scontati, consente di viaggiare attraverso il continente toccando più punti, senza l’assillo degli orari rigidi.

Aglianico, il vino dei contadini irpini che nobilita la cucina dai toni forti

L’aglianico, per quanto nobilitato e raffinato, rimane il vino dei contadini irpini.

La sua duttilità non deve trarre in inganno per gli abbinamenti gastronomici.

Se volete apprezzarne il suo gusto principale dovete farlo “morire” sui mugliatielli, meglio se arrostiti o su una maccaronara al sugo di maiale.

Ha un potere pulente importante che è in grado di equilibrare i grassi delle pietanze e i condimenti più pesanti.

I formaggi e l’Aglianico,

In quanto rosso corposo, ovviamente, si sposa bene anche con formaggi mediamente stagionati, caciocavalli podolici, carmasciano con tre e sei mesi di stagionatura.

Gli insaccati e l’Aglianico.

Gli insaccati artigianali tipici della terra d’Irpinia soppressate, capicolli e pancetta sono delle alternative valide. Se si sceglie un aglianico giovane, anche la pizza risulta essere un abbinamento particolarmente apprezzabile.

Rimarcando il suo spirito contadino va senza dire che è il vino d’elezione delle gite fuori porta e per tanto si esalta con pizze chiene e pizze con l’erba.

 

Pacchero con straccetto di scottona e ridotta di aglianico

Altra pietanza da preparare utilizzando l’aglianico per sfumare sono i paccheri con guanciale, alloro e ginepro.

In tal caso, il vino nobilita il soffritto che viene poi unito alla pasta che andrà condita con pecorino e finocchietto selvatico fresco, e ne diventa un accompagnamento alla pietanza.

L’Aglianico ed i secondi piatti

Per chi è alla ricerca di gusti più raffinati, diventa non solo accompagnamento, ma anche ingrediente principe di straccetti di manzo o bovino all’aglianico.

Impanati e fritti ed irrorati con una buona dose di aglianico, insaporiti con bacche di ginepro e salvia.

Anche le carni rosse alla brace possono essere “rinfrescate” da un buon bicchiere d’aglianico, soprattutto se grasse, come l’asado, per chi vuole farne un piatto d’elitèe ma che altro non è che la coperta di costata, economica e grassosa e per questo in giusto connubio con l’aglianico.

Per carni più pregiate sarebbe preferibile optare per un vino più morbido e corposo.

L’Aglianico ed il baccalà

baccalà alla pertecaregna

Per rimanere in tema di gastronomia locale, da non sottovalutare l’abbinamento con il baccalà, almeno per tutte le ricette dove non si usa il limone e dunque col baccalà con i peperoni, fritto ed alla pertecaregna.

Sostandosi dalla cucina locale, l’aglianico risulta un complemento ideale per il fegato alla veneziana, con le cipolle, e con polenta se accompagnata da sughi imponenti.  Sempre grazie ai suoi toni ruvidi, si accompagna anche a piatti con acciughe ed alici, della cucina siciliana e costiera in genere.

Ovviamente va evitato su formaggi freschi, sughi con panna e besciamella e con tutto ciò che contiene limone.

Per il post pasto, anche se stagionale, accompagna bene frutta secca come noci e mandorle ed è imprescindibile con le caldarroste.

Avellinesi e Baccalà, amore a prima vista.

In provincia di Avellino, il baccalà è “la pietanza della festa” della cucina contadina: grande preparazione e grandi piatti.

Il baccalà è una delle pietanze più costose e raffinate della cucina italiana, che non ammette mezze misure, o lo si odia o lo si ama.

Mette un po’ tutti d’accordo, almeno geograficamente, in quanto è presente sulle tavole di tutto lo Stivale, da Nord a Sud, dal mare all’entroterra, con una miriade di varianti.

Derivato dalla salagione di due diversi tipi di merluzzo, grazie al metodo di lavorazione che ne consente la conservazione per lungo tempo, è uno dei pochi prodotti ittici, insieme alle aringhe ed alle acciughe, che non è prerogativa specifica della cucina delle realtà costiere.

Grazie alla possibilità di conservarlo per lungo tempo e quindi facilmente trasportabile, in epoche non recenti, il baccalà era l’unico prodotto di mare che poteva finire anche sulle tavole contadine.

La sua versatilità culinaria ne ha favorito anche una eccellente commistione con i prodotti della terra.

Baccalà con carciofi e verza crudi, insalata di arance e tartufo di Bagnoli Irpino (Ricetta di Antonella Iandolo Chef Palazzo Vittoli)

Per questo motivo, il baccalà è l’unica pietanza di mare che ha acquistato specificità e tradizione sulla tavola contadina, anche se era considerata la portata della festa, considerato il costo non irrisorio per famiglie numerose e non certo ricche.

Per questo motivo non sono pochi i centri irpini che vantano centenaria tradizione nella preparazione del baccalà, e non mancano gli amanti del merluzzo sotto sale che lo eleggono a vera e propria eccellenza da gran gourmet, complice anche una gamma di vini, dai bianchi ai rossi, che ben si sposano con le oltre dieci ricette che fanno del baccalà l’ingrediente principale.

Irpinia, terra di grande tradizione per la preparazione del Baccalà.

In Provincia di Avellino, oltre alla maestria nella preparazione di succulenti portate a base di baccalà, si è tramandata anche la tradizione nella preparazione del baccalà prima del passaggio ai fornelli, dai tempi necessari per l’ammollo alla salinatura.

Tra i centri dove molti rivenditori garantiscono baccalà e stoccafisso (la differenza sta nella lavorazione dopo la pesca) ben confezionato, pronto o quasi per la preparazione in cucina vi è la cittadina commerciale di Atripalda, Solofra ed altri centri dell’Alta Irpinia.

Minestra al Baccalà

Baccalà alla pertecaregna.

Le ricette tipiche dell’Irpinia, ma anche di alcuni centri della Lucania, con baccalà e stoccafisso, sono rispettivamente Baccalà alla pertecaregna, e stoccafisso con patate e sedano (accio, patane e stocco).

Il primo viene insaporito, dopo la bollitura, con un passaggio in olio caldo peperoncino, aglio e peperoni cruschi. In pratica lo stesso condimento degli spaghetti con aggiunta dei peperoni.

Stoccafisso con patate e sedano.

Accio, patane e stocco, invece, è una minestra saporitissima, prevalentemente invernale, dove lo stoccafisso presta il sapore deciso alla patata e al sedano, tagliati grossolanamente e fatti cuocere con abbondante brodo.

Entrambe le pietanze si sposano con un bicchiere di aglianico dell’Irpinia.

Baccalà all’insalata.

Altro piatto tipico, più fresco e meno impegnativo è il baccalà all’insalata, con aggiunta di peperoni all’aceto, pepaini, olive verdi, prezzemolo. Condito con olio extravergine di oliva e volendo limone, anche se è preferibile evitarlo o usarlo solo se il baccalà dovesse risultare particolarmente sapido.

baccalà fritto

Baccala fritto.

Meno tipico, ed anche meno dietetico, è il baccala fritto, spolverato di abbondante pepe nero macinato e salato in superficie.

La ricetta è semplice, basta scegliere le parti di baccala di minor spessore, infarinarle e portare l’olio alla giusta temperatura, in modo da indorare in pochi secondi la panatura fino a farla diventare di color biondo tenue. In questo caso il baccalà va gustato caldissimo.

Una variante del baccalà fritto sono le frittelle con baccalà, dove la pastella di acqua e farina diventa la custodia del baccalà precedentemente lesso.

Baccalà con le cime di rapa.

Fin qui, le ricette nelle quali il baccalà è padrone indiscusso, ma altri abbonamenti non sono da trascurare, come il baccalà con le cime di rapa, dove il baccalà lesso viene saltato in padella e amalgamato con le cime di rapa anche queste precedentemente scottate, oppure le ricette con la pasta.

Baccalà con i paccheri di Gragnano.

La più celebre è sicuramente quella dei paccheri di Gragnano con baccalà, lessato in precedenza e poi saltato insieme alla pasta scolata molto al dente, in un sugo con olio, aglio leggermente soffritto, pomodorini e se vi aggrada con aggiunta di olive nere di Gaeta e capperi di Pantelleria. Più sofisticati, i ravioli con farcitura di ricotta e baccala.

Per chi ama le cruditè, ed il baccalà quando opportunamente spugnato e dunque poco salato si presta a questo tipo di preparazione, si consiglia di di scaldare o cuocere al vapore il baccalà, ridurlo in sfoglie e marinarlo in emulsione di agrumi (limone e arancia) e olio a crudo. Se vi aggrada potete spolverarlo di peperoncino piccante e lasciarlo insaporire per un paio di ore.

Il piatto può essere servito anche su un letto di fette di arancia private della buccia.

Baccalà alla brace.

Infine, una ricetta semplicissima, ma che consente di apprezzare in pieno il gusto del baccalà da fare solo se disponete di un barbecue esterno o un caminetto con ottimo tiraggio. Si tratta del baccalà alla brace.

In questo caso si scelgono i pezzi di maggior spessore e li si adagia sulla brace ardente ma senza fiamma.

Unico disagio, la grande quantità di fumo che si sprigiona dalla pelle del baccalà.

I pezzi di merluzzo salinato vanno cotti per circa sei minuti per lato, girandoli una volta sola evitando di farli sfaldare, ed ancora caldi conditi con un filo di olio extravergine di Ravece.

Una vacanza in Africa tra natura, antichi riti e città moderne.

Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia.
(Ernest Hemingway)

L’Africa è il continente mondiale per eccellenza: richiama turisti da tutto il mondo per la sua idea di natura selvaggia e mistero.

Non è un caso che il Wwf stia curando attraverso il progetto “Green Heart of Africa” un mega parco nazionale, con tanto di zone per il turismo.

L’ “Amazzonia africana”, come a volte viene chiamata quest’area, costituisce, per dimensioni, la seconda foresta pluviale al mondo.Con una superficie di 2 milioni di km2 – circa quella dell’Europa – e una popolazione di oltre 75 milioni di persone, il Bacino del Congo ospita anche alcune specie simbolo, come il gorilla, il leopardo, lo scimpanzé e l’elefante di foresta. Inoltre, le foreste di quest’area rappresentano il secondo serbatoio di assorbimento del carbonio del mondo per importanza, svolgendo le funzioni di “polmone” del clima mondiale e di regolatore del clima della regione. (Fonte wwf)

Le mete africane per chi ama il mare.

Tra le mete preferite da milioni di turisti, l’Egitto offre diverse tipologie di soggiorno, dalle coste del Mar Rosso, con le spiagge di Marsa Alam e Sharm El Sheikh, alle crociere lungo il fiume Nilo, per una visita ai reperti dell’Antico Egitto e ammirare La Grande Sfinge di Giza e la Piramide di Chefren.

Vacanze esclusive in Africa

Per chi ama l’esclusività anche in vacanza consigliamo una puntata in Madagascar, con la sua varietà di flora e fauna non rintracciabile in altri luoghi del mondo o con la sua capitale Antananarivo, centro della cultura Malgasha, dove visitare il mercato ed il palazzo reale.

Tra le altre spiagge più frequentate dai turisti, quelle dell’Isola di Capoverde, a quelle di Zanzibar, amate dagli aficionados dello snorkeling.

L’Africa offre molteplici soluzioni per chi vuole fuggire dalla monotonia vita di tutti i giorni dandoti anche la possibilità di passare dalle incontaminate spiagge alle moderne città, come Città del Capo, Pretoria e Johannesburg.

In Mali e Kenia si può, invece, respirare l’essenza dell’Africa, a contatto con le popolazioni indigene, attraverso safari organizzati per ammirare le specie più feroci e suggestive del continente africano.

Più commerciali e solite, ma non meno affascinanti e ricche di romanticismo, destinazioni come Marrakech, Hammamet e Luxor.

Da non perdere una visita al parco nazionale del Serengeti, in Africa Orientale, nei pressi del lago Vittoria.

Purtroppo la difficoltà di spostamenti interni, non consente lunghi viaggi con molte destinazioni, se non utilizzando il trasporto aereo.

Sono numerose, ormai, le compagnie africane che coprono le tratte tra le principali città del continente, ma il raggiungimento dei posti più selvaggi è sempre molto laborioso e difficile.

I peggiori bar Avellinesi: quando l’Aperitivo è un Incubo.

Diciamocelo chiaramente, al Sud, ed in Irpinia, l’aperitivo è una forzatura, l’happy hour, poi, è una mistificazione.

Noi non sorseggiamo, noi beviamo forte. Noi non “spizzicchiamo”, se stiamo davanti al cibo, dobbiamo mangiare.

Il primo errore, il più odioso, sta proprio in questo: l’imitazione e l’adeguamento.

Aperitivo al Nord

Al Nord si fa l’aperitivo per sostituire la cena, anche perché dopo 9 ore di lavoro vero, magari un bicchiere e uno spuntino è un’esigenza fisiologica più che ludica.

Aperitivo ad Avellino

Da noi già l’orario in cui ci si presenta ad un aperitivo sa di cena. Qualcuno ad Avellino ci ha provato ad imbandire banconi e tavoli con stuzzichini già a partire dalle 18.

Se poi gli avventori arrivano alle 22 è evidente che più della metà delle portate sarà immangiabile.

Il secondo errore, concettuale, dunque è dei clienti, ma non è un’attenuante.

Aperi…Cena

Diamo per scontato che ormai il termine è passato, per le motivazioni di cui sopra. Per cui l’aperitivo è stato soppiantato dalla più soddisfacente Apericena e non è dunque esclusiva proposta di bar e chioschi.

Ristoranti, pizzerie e talvolta anche negozi di piccola gastronomia si cimentano. Pochi quelli che ci riescono.

AperiSale o AperiPepe ?

Il primo grande difetto dell’apericena dei locali è che non si sa mai dove finisce l’aperitivo e dove inizia la cena. E soprattutto a che ora.

Il secondo problema riguarda l’uso non sempre parsimonioso del sale e del pepe o del peperoncino.

Gli stuzzichini devono accompagnare il “buon bere” non ardere la gola dei clienti nella speranza che bevano di più.

Aperitivo o apericena che sia, purtroppo, sono diventati entrambi eventi.

L’aperitivo dovrebbe essere una consuetudine, una proposta costante. Da noi è un evento con cadenza settimanale se va bene.

Quello con tanto di inviti, locandine, evento social è un party.

L’aperitivo è informale. farlo diventare una serata di gala sa di provincialismo estremo.

L’assalto al buffet…

Bevo per rendere gli altri interessanti.
(George Jean Nathan)

La terza odiosissima circostanza è data dall’assalto alla diligenza, perché, per mantenere i costi dell’aperitivo (lo si può trovare anche a soli 3-4 euro), non sempre gli accompagnamenti proposti sono sufficienti a sfamare tutta la clientela ed appena i cibi fanno capolino si materializza al buffet una folla degna della Processione di Santa Rosalia a Palermo.

Ed allora, con un bicchiere in mano ed un’altra occupata a tenere il piatto da riempire, con i gomiti larghi a mo’ di blocco di basket, ci si chiede se vale la pena passare per l’aperitivo prima di sedersi a tavola per la cena.

L’aperitivo servito al tavolo.

Altro  errore tutto a carico degli esercenti, è l’aperitivo con il servizio al tavolo. Non basta mettere “a la cart” i classici gingerini.

Chi viene a prendere l’ordinazione per un happy hour deve avere la capacità di proporre drink e abbinamenti.

I prezzi devono essere chiari, e soprattutto l’accompagnamento delle pietanze, dagli snack alle pietanze vere e proprie deve essere sufficiente.

Alzate il prezzo, non fate alzare i clienti, non torneranno più.

Se volete risparmiare nell’offerta culinaria è meglio che rinunciate a proporvi come locale dove fare un aperitivo.

Se ordino un bicchiere di vino, soprattutto se un rosso robusto, aglianico per esempio, o un bianco deciso, Greco di Tufo, dovete farmi “fare la base”, altrimenti rischio di essere molesto a causa del tasso alcolemico.

Se vi limitate a due tarallini e qualche tartina, se sono un cliente assennato devo pagare ed andare via, se le pietanze sono equiparate a quello che sto bevendo potete sperare che il mio ordinativo venga replicato anche più di una volta.

Martini e olive è un classico, ma al di là del carattere vintage non ha più nulla. L’aperitivo deve rinnovarsi, nei liquidi e nei solidi.

Del resto si sa, il guadagno è sulla roba da bere, e per far bere i clienti occorre farli mangiare.

Le mode non si subiscono, si fanno.

Il buffet o il servizio gastronomico deve seguire la stagionalità.

Porchetta e peperoni piccanti andranno bene da dicembre a febbraio, ma a luglio risultano quanto meno fuori stagione.

Barman e barwoman sono mestieri, vanno adeguatamente pagati e non ci si improvvisa.

In breve

  • Fare la faccia strana per un negroni o magari sentirsi chiedere consigli su cosa utilizzare per farlo e in che proporzione fa passare la voglia dell’aperitivo.Al massimo in quel bar potete apprezzare un crodino.
  • Redbull e vodka non è un aperitivo. Non è nemmeno una bevanda. Non si sa bene cosa sia. Chi la ordina per aperitivo non merita di essere servito. Se al banco arrivano troppe richieste di questa melassa indistinta dolce significa che state sbagliando qualcosa.
  • Le pizzette e le tartine, così come la patatine ed i tarallini non possono essere serviti dopo un’ora che sono stati all’aperto.
  • Se non potete permettervi di cambiare i vassoietti e buttare quello che c’è dentro, proponete il caffè, non l’aperitivo.
  • Il prezzo fisso, anche ritoccato verso l’alto va bene. Fa selezione, ma chiedetevi se siete all’altezza della selezione che immaginate di fare col prezzo.
  • Se il vostro locale non sta sul Canal Grande, sulla terrazza di Posillipo, su piazza Navona non potete permettervi “coperti” e “servizio” da mille e una notte.
  • Adeguate il prezzo alla location, altrimenti i clienti continueranno a scegliere il locale di fronte, sebbene somigli al peggior bar di Caracas.
  • L’aperitivo, quello vero, si fa dalle 18.00 alle 20.00 (limite massimo). Prima è spuntino, dopo è cena. E’ un rito non una corsa.

Prendetevela comoda !

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C’era una volta il Kiwi Club: a Natale il Gran Galà con Dario Guida DJ

Il corso Vittorio Emanuele era percorribile ancora in automobile ed a doppio senso, l’Avellino Calcio era ancora l’autentica ed originale Unione Sportiva anche se già fuori dai giochi della massima serie e la Torre dell’Orologio, acefala, recava ancora evidenti le ferite del sisma.

Facebook non esisteva, il cellulare costava quanto un’utilitaria e non mandava sms, internet, per chi poteva permettersi un pc, viaggiava a 56K e la posta era solo quella tradizionale, con francobollo e tre giorni di attesa, eppure nessuno mancava all’appuntamento settimanale del Sabato sera del Kiwi Club.

Locandina, telefonate, passaparola, la lista e le conoscenze, i primi, anzi, l’unico pr, irpino, Lino Sorrentini, che animato da tanta passione e accompagnato da un gruppo di fidi amici, metteva insieme centinaia e migliaia di adolescenti.

L’attesa iniziava il lunedì, allo spuntare dei primi manifestini dove ancora si poteva leggere senza perdere la vista, chiaro e netto, il nome dei dj, che usavano nome e cognome anagrafico, l’ora di inizio dell’evento, al quale si partecipava sin dal primo minuto, senza strategici ritardi.

Superfluo il luogo. Immutabile, indimenticabile: Il Kiwi Club di Via Colombo ad Avellino.

Minima (gli adolescenti di oggi direbbero squallida) la scenografia: il guardaroba, il corridoio, il banco bar e la sala per ballare. Specchi, tantissimi, ovunque, per moltiplicare, virtualmente, l’esiguo spazio disponibile per ballare.

Luci, il massimo per quei tempi nella dimensione avellinese ed il gabbiotto dei dj.

L’eleganza era selezionata, ma mai ostentata. Giacca per lo più senza cravatta , vestito da sera, ai più “piccoli” era concesso uno strappo alla regola con felpe firmate e jeans.

Un decennio di storia della movida avellinese, dalla fine degli anni ’80, quando le risse erano un evento eccezionale quando si preferiva riempire le pagine dei quotidiani locali, con l’esuberanza della festa e non con la cronaca nera post sbornia.

Gli invitati erano selezionati all’ingresso dal mitico Marcantonio, nulla a che vedere con le gang dei buttafuori di oggi, ma il polso era di quelli decisi, anche perché conosceva tutti e tutti lo conoscevano, ed il massimo delle noie da sbrigare era una innocente occhiata di troppo a qualche ragazza, che di solito finiva con una bevuta al bancone o qualche irruenza nel voler entrare senza invito.

La Festa di Natale 2017

Il prossimo 25 dicembre 2017 mancherà la location storica, il Kiwi Club non esiste più, fagocitato dalle leggi del commercio, passato di mano, ridotto ad uno sgabuzzino che non rende giustizia ai suoni, agli amori, alle liti, alla crescita di una intera generazione, quella dei quarantenni /cinquantenni avellinesi di oggi, che in quell’angusto spazio si sono consumate.

Mancherà anche il compianto barman Gianni, in quegli anni accompagnato da Pasquale e dagli allora aspiranti barman Massimo, Michele e Pasquale, per quelli del Sabato sera del Kiwi Club, i cognomi sono superflui.

In quegli anni alla cassa, un piccolo sgabuzzino, si alternavano Adriana, Ombretta e Sonia, mentre il ragioniere Picillo in disparte controllava che tutto filasse liscio.

Al guardaroba, tra i tanti studenti universitari che lavorarono in questo locale, la più brava fu sicuramente Adele.

Nelle consolle allestite da Rino Pesca, affianco al dj-light Antonio Salomone si alternarono in tanti.

Da Giuliano Granata, ora bancario negli USA, a Bruno Barra a Dario Guida, una leggenda nel panorama del by night campano, da Angelo Mazzeo a Luca Aurigemma.

E poi l’invenzione della Domenica Pomeriggio, magistralmente curata da Giuseppe Lombardi e Fabio Grillo e per un periodo da Alessandro Alvino, con la collaborazione di Francesca Theodosiu, Marialuisa Fioretti, Marco di Cicilia, Gianluca Piccarreta, Laura Spagnuolo, Marco Morena, Luca Chirichiello, Alberto Salomone solo per citarne alcuni,

Al Meet di Atripalda, la sera di Natale come allora, ci sarà la gente del Kiwi Club, ci sarà ovviamente Lino Sorrentini deus ex machina del by-night avellinese, ideatore dell’happening revival, il quale, abbandonate locandine ed inviti in cartaceo si è affidato alla potenza ed alla capacità divulgatrice del social network.

Non ci saranno le zazzere fine anni ’80, anche perché per molti dei presenti alla “rimpatriata”, nel corso degli anni è venuta meno la materia prima.

Ventotto anni dopo, il Kiwi Club di Avellino, ritornerà con la sua gente, con i suoi ex giovani, con la voglia di lasciare per un paio d’ore problemi ed affanni fuori casa e respirare l’aria “dell’Avellino della notte” di oltre un ventennio fa, quella che senza Facebook, senza email e senza internet, si ritrovava puntuale, al Kiwi club di via Colombo.

Gran Galà di Natale Kiwi Club

  • Meet Eventi Atripalda
  • 25 Dicembre 2017 ore 21.30 
  • Musica live con Gina Rodia ed i FunkUP
  • Dario Guida DJ
  • Un evento organizzato da Lino Sorrentini Comunicazione
  • Ingresso con Drink 20,00 € in prevendita (Selezione Riservata)
  • Serata Sponsorizzata dalle Agenzie Tecnocasa (Corso Vittorio Emanuele srl – Avellino Residenzia srl) e da Acquatec Store
  • Per informazioni 3476246171

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