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Ciro Coretta e quei fantastici anni della Cocchia e della Scandone

Forse non ci crederete,ma Ciro Coretta aveva un superpotere.

Sì, come quelli dei super eroi: Nembo kid, Flash Gordon, Batman.

Ciro volava.

Come riusciva, sennò, a catturare quei rimbalzi impossibili sotto canestro anche contro avversari più alti di lui ?

E come riusciva, una volta conquistato il rimbalzo e aperto il contropiede, a trovarsi, puntuale, all’appuntamento con l’assist finale e realizzare i due punti ?

Lui sfruttava il suo super potere: volava. Da un canestro all’altro.

Lo sa bene il suo compagno di squadra, amico, fratello Ciro Petretta. Insieme, i due Ciro, fecero grande prima le giovanili dell’Enrico Cocchia, poi la Scandone.

Insieme poi si tolsero lo sfizio, sovvertendo tutti i pronostici, di portare al successo, quando i campionati studenteschi entusiasmavano e riempivano gli spalti della palestra Colletta, la “derelitta” squadra dell’Istituto Agrario, imbottita di ragazzi che venivano dai paesi vicini, battendo le blasonate formazioni dei licei composte dai “signorini” della città.

Ma Ciro volava anche per professione.

Una professione che s’è inventato lottando contro tutti. Da procacciatore di pubblicità a titolare di una delle più affermate agenzie pubblicitarie nazionali.

Lavorando duro, insieme all’inseparabile  socio ed amico Alberto.

Ed anche in questo campo volava. Volava continuamente in tutt’Italia, in tutt’Europa, in tutto il mondo.

Aveva capito, prima degli altri, l’importanza dei contatti internazionali, l’importanza di pensare in grande.

Italia – Cina la sua rotta aerea più frequente: per lanciare i marchi italiani e anche irpini sul mercato asiatico e per dare opportunità alle aziende cinesi di sbarcare in Italia.

Tante ore di volo per seguire da vicino tutte le fasi dei  suoi progetti (glielo dicevo sempre: invidio la tua carta “Mille Miglia”).

E Ciro volava anche con la mente.

Quando lo incontravi per il Corso, di ritorno da uno dei suoi voli, ti raccontava il mondo in che direzione andava e sarebbe andato. E ti raccontava dei programmi suoi e dei suoi cari.

Del prossimo viaggio con Mariolina per andare da Michele e dalla sua nipotina Gaia in Romania, dei progetti per Francesca.

Sant’Agostino insegna: “Signore non ti chiediamo perché ce lo hai tolto, ma ti ringraziamo per avercelo dato. Color che amiamo e che abbiamo perduto, non sono più dov’erano, ma sono ovunque noi siamo”.

Quindi oggi, anche se siamo tristi per la sua improvvisa scomparsa, dobbiamo comunque essere sereni perchè, statene certi, Ciro sta facendo quello che ha sempre fatto: sta volando sopra di noi.

5 maggio 1976, Nasce Radio Avellino.

L’esame era storia del diritto pubblico americano. Un complementare da affrontare a giugno per tranquillizzare famiglie e genitori e preparare le vacanze.

Comprate le dispense a Napoli, l’appuntamento, ogni pomeriggio alle 16, era in via Roma 21, al primo piano dello stabile della cooperativa Inail, all’incrocio con piazzetta Perugini.

L’appartamento era a mia completa disposizione, in attesa del futuro matrimonio di mia sorella.

“Io e Giannantonio stiamo soli e tranquilli – avevo assicurato i miei – possiamo studiare meglio”.

Ed invece già da qualche mese il tinello della casa era diventato uno studio di trasmissione.

Due piatti, l’amplificatore, il mixer a sei uscite, un registratore a bobine, due microfoni, due cuffie, dischi sparsi sul tavolo. Ma ancora non eravamo in  onda.

Da quando su alcune riviste erano usciti i primi servizi su Radio Milano International, la prima radio libera d’Italia, oramai per me e Giannantonio Oliva, il primo DJ d’Irpinia che sparava dalle casse della discoteca Sciarada di Mercogliano musica dance (da Barry White a Gloria Gaynor non disdegnando, quando le serate lo permettevano, anche i sofisticati Manhattan Tranfer) l’esame era passato in secondo piano presi dalla frenesia di fondare la prima emittente  privata d’Irpinia.

E così ogni sera  c’erano riunioni con Melino Santoro e Elio Buonanno, (i due “manager” che erano riusciti a convincere il costruttore Pippo Zagari a finanziare la radio), Michele Acampora, Gerry Vozza, Alfonso PagliucaSergio Valentino appassionati di musica e pronti a cimentarsi dietro ad un microfono.

Si provava, si discuteva sulle trasmissioni e sui mezzi tecnici a disposizione, si invitavano altri amici per cercare di coinvolgerli.

Una sera Giannantonio portò anche una cassetta di una trasmissione che aveva registrato a casa sua con il suo impianto stereo e tutti rimanemmo con la bocca aperta perché sembrava proprio uno di quei disk jockey di radio Montecarlo.

Tutti noi altri dovevano, invece, fare i conti con l’orribile cadenza napoletana e la scarsa professionalità.

Io ero praticamente negato ma venivo ancora preso in considerazione perché amico di Giannantonio e proprietario della casa.

Il cinque maggio 1976 fu installato il trasmettitore; il sei fu posizionata l’antenna fuori al balcone e nel pomeriggio Elio, che era il responsabile tecnico, diede l’Ok: “Si trasmette”.

E alle 16 in punto  “Radio Avellino 100” iniziò le trasmissioni in via sperimentale con la trasmissione di Giannantonio che si chiamava “Hey J” dal brano dei KC and The Sunshine Band  che faceva da sigla.

In onda musica leggera italiana e straniera per due ore mentre a bordo della Fiat 500, con una  delle prime radio in fm, girammo la città per verificare le zone di copertura.

Programmi di musica e qualche intervista sportiva (l’Avellino Calcio era in C, Zagari era un dirigente del sodalizio biancoverde, ci fu concesso di frequentare gli allenamenti e intervistare Musiello e C.) il palinsesto dei programmi. Fu subito un successo.  E ogni giorno aumentavano gli ascolti e gli amici che volevano cimentarsi dietro ad un microfono.

Ma eravamo anche dilettanti allo sbaraglio.

Ricordo che per caso Giannantonio, durante una trasmissione, mentre parlava al microfono,alzò il cursore del volume del registratore a bobine e, improvvisamente, venne fuori l’effetto eco.

Con la testa nella radio l’esame all’università andò male, i  miei genitori mi sfrattarono da via Roma 21, Radio Avellino fu costretta a trasferirsi a Mercogliano.

Ma oramai il seme era gettato. Di lì a poco l’etere irpino si affollò di emittenti.

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C’era una volta Tele Lodo, la prima televisione privata avellinese.

Lo studio di trasmissione era il salone dell’abitazione dell’ingegnere, in via Tagliamento. Il tavolo delle riunioni era il biliardo dell’ingegnere che, poi, venne spostato lateralmente per allestire l’angolo del TG con la scrivania, ovviamente, dell’ingegnere.

Le due telecamere, rigorosamente in bianco e nero, il mixer video e il trasmettitore erano, manco a dirlo, dell’ingegnere che, pur di portare avanti e realizzare il progetto voluto dal suo amatissimo figlio Lodovico, scomparso tragicamente in un incidente stradale, aveva deciso di investire un po’ di soldi.

L’ingegnere era Geppino Testa, vulcanico e testardo professionista, che prima di tutti aveva intuito le potenzialità del progetto di una televisione libera.

Era il 1976, quarant’anni fa. Fu allora che iniziò, nel bene e nel male, l’invasione dell’etere irpino.

Fu quello l’anno zero per le trasmissioni delle emittenti locali con una particolarità tutta avellinese: la prima emittente libera fu una televisione e non una radio come avvenne nella maggior parte delle regioni italiane.

A marzo di quell’anno fu acceso il ripetitore per irradiare, con ponte a Chiusano San Domenico, il primo programma televisivo.

La prima emittente televisiva privata irpina, quindi, fu Telelodo, così chiamata in memoria di Lodovico. C’era la televisione, occorreva fare il palinsesto e i programmi.

E allora l’ingegnere si rivolse a Gianni Festa che, senza pensarci su, imbarcò nell’avventura, come aveva sempre fatto per tutte le sue iniziative editoriali (settimanali, quindicinali, mensili, riviste) l’intero gruppo della redazione “Il Mattino”: Nacchettino  Aurigemma, Peppino Pisano, Carmine Pericolo, Annibale Discepolo e tutti noi collaboratori alle prime armi.

“Eravamo – ricorda Gianni Festa – un gruppo di amici con i quali condividevo l’attività giornalistica presso la redazione del Mattino di Avellino.Poi si aggiunsero, giorno dopo giorno, altri che contribuirono a lanciare nell’etere la prima emittente televisiva irpina.  Ogni mattina curavo personalmente, con Emilia, una segretaria dello studio Testa, la compilazione del timone delle trasmissioni, mentre l’ingegnere, con Nicola Bruno, assicuravano la perfetta trasmissione del segnale”.

A leggere il notiziario, un’unica edizione serale mandata poi in replica, si alternavano, nella prima fase, Nicola Petitto, Annibale Discepolo, Fabiola Casullo, Daniela Masturzi, Francesco Matarazzo. La presentatrice dei programmi TV era Cristina Malvone. 

Tra i tecnici spiccavano i giovanissimi Ennio Lametta, Nuccio Spiga, Carlo BrunoAleide Barra ed i cameramen Rino e Massimo.

Gli Aneddoti

Si narra (la vicenda la riferiva in continuazione Carmine Pericolo che, nonostante l’aspetto burbero, amava prendere e prendersi in giro) che durante il primo TG più volte l’ingegnere si alzò dalla sedia per pulire lo schermo del monitor da una macchia nera senza riuscirvi.

Un TG di Tele Lodo condotto da Nicola Petitto

Chiamò anche in regia, credendo fosse l’obiettivo sporco della telecamera, per poi scoppiare in una fragorosa risata scoprendo che la macchia altro non era che il grande neo che l’inappuntabile Nicola Petitto, primo speaker della storia irpinia dei telegiornali locali, aveva sulla fronte.

“Per mandare in onda il rullo dei programmi – ricorda Olindo D’Oria, uno dei tecnici che si aggiunse nel corso dei mesi – utilizzavamo un cartoncino bristol messo su un cestello di una lavatrice e lo riprendevamo con un telecamera fissa”.

Inizi da pionieri, quindi.

“E quando per il maltempo saltava il segnale – ricorda Annibale Discepolo –  con il fuoristrada dell’ingegnere andavamo a Chiusano a  ripristinare gli alimentatori e il gruppo di continuità”.

Trasmissione post-tg di punta era “il Pungiglione” con il direttore Festa che affrontava i temi cittadini e rispondeva alle telefonate dei telespettatori.

In sostanza si prendeva esempio da Canale 21, la forte emittente napoletana, che dava ampio spazio al “Filo diretto” con l’ingegnere Pietrangelo Gregorio e al “Tormentone” di Angelo Manna.

Dopo Telelodo (che dal 1977 si spostò poi a Valle e divenne Telequasar) l’etere irpino si affollò di segnali televisivi (con alterne fortune per le varie testate) con presenze significative anche in provincia.

Le emittenti cittadine più seguite furono TeleavellinoTelenostra e ITV con i volti noti di Pasquale Grasso, Gabriele Ferrante, Gigi Marzullo, Olga Prestinenzi, Franco Genzale, Aldo Balestra, Angela Del Gaizo, Norberto Vitale, Pierluigi Melillo e tanti altri.

Fare un bilancio di questi primi 40 anni dell’emittenza privata irpina è difficile. Come in tutte le cose ci sono stati momenti alti e momenti bassi, polemiche e rivalità tra i giornalisti e i conduttori.

E’ fuori dubbio, però, che la qualità dei telegiornali confezionati dalle emittenti locali avellinesi, allora era di gran lunga superiore alla media.

Bastava guardare, giocando con il telecomando, le emittenti di fuori provincia per fare il paragone.

Oggi manca, rispetto ai primi anni,  la ricerca di nuovi format e nuove formule.

Allora c’era più voglia di sperimentare, di ideare programmi diversi, senza replicare, come purtroppo avviene oggi, trasmissioni statiche e ripetitive.

E’ pur vero che i tempi sono cambiati (l’inimitabile Totò direbbe: “ Che secolo è mai questo, in cui le bistecche vengono considerate porcherie”) e la crisi ha bloccato il mercato pubblicitario con le nuove tecnologie (il digitale) che hanno inferto un duro colpo alle tv provinciali.

Ma quello che oggi realmente manca nell’emittenza locale irpina è il coraggio di rischiare, di mettersi in gioco, di percorrere, dando fiducia ai giovanissimi, nuove strade.