Tutti gli articoli di Maria Rusolo

Avellino, la città dove la politica non pensa mai al bene comune.

“Non esistono governi popolari. Governare significa scontentare”. (Anatole France)

In un autunno piuttosto instabile dal punto di vista climatico nella città dei Babbani accadono molte cose.

Cose che nessuno avrebbe potuto prevedere e che i posteri giudicheranno sicuramente con il dovuto distacco, cosa che ahimè io non riesco proprio ad avere.

Eppure erano così belli quegli autunni in cui le foglie morte di rosso intenso invadevano le strade e sulle quali passeggiavi, godendone un rumore familiare e romantico.

Oggi la città ha una immagine completamente stravolta, sembra aver perso la sua altera eleganza, sembra essersi accartocciata su stessa, piegata dal dolore delle speculazioni edilizie post terremoto, e dalla violenza di speculatori senza scrupoli che sono ignoranti arricchiti che hanno come scopo unico quello di gestire il potere, anche politico, a proprio uso e consumo.

Ecco la nostra piccola città di provincia appare consumata, consumate le strade, le strutture pubbliche, prima di ossigeno e di verde, priva di bellezza.

Ritorno spesso sul concetto di Bellezza, come presupposto di ogni azione politica, perché in realtà la politica non può svilupparsi senza pensare al bene comune.

Ed invece l’ennesimo rimpasto ci rimanda l’immagine orribile di Babbani che contrattano con gli elfi al solo scopo di dimostrare al mondo che esistono, mentre lo scollamento con i cittadini diventa terribile, una frattura insanabile, e qualcuno si prepara il cammino per le prossime elezioni che sembrano sempre più vicine.

Clientele, raccomandazioni, segnalazioni, incarichi a pioggia, l’abuso della cosa pubblica a qualcosa di delittuoso a prescindere dalle connotazioni meramente penali, che pur arriveranno , se finalmente qualche inchiesta giunga a chiudersi prima o poi, aldilà del mero strillonaggio mediatico. 

Senza ricorrere a sortilegi ed alla magia, gli elettori avrebbero forse solo voglia di servizi efficienti, e di amministratori capaci, laddove per capace si intende chi ha ben chiaro quale macchina deve guidare, quale percorso percorrere ed in quale posto giungere.

Perché, porca miseria, questo posto merita un po’ di sole che scaldi e non nebbie asfissianti, e merita molto di più di qualche bancarella di qua e di là nel salotto buono della città, come se fossimo solo pancia e niente testa.

Una comunità ha bisogno di pensiero, di lungimiranza, ha bisogno di programmazione per il futuro e di innovazione competente.

Di amministratori coraggiosi che non abbiano timore di non essere rieletti o di essere rimossi.

Amministratori che operino con coscienza , ma soprattutto che abbiano competenza e conoscenza, e che non vengano selezionati perché quota di spartizione di questa o quella corrente.

Ho già detto più volte che la politica ha il compito, il dovere morale di fare sintesi e di abbandonare le logiche da postribolo che hanno ridotto la nostra terrà schiava e sottomessa.

E’ necessaria una rivoluzione forte, decisa e culturale, prima che sia troppo tardi, prima che non ci siano in eredità per la generazione futura altro  che spianate bianche con una pessima musica in sottofondo, musica stonata e senza anima.

“In politica ci sono sempre due categorie di persone: quelli che la fanno e quelli che ne approfittano”. (Pietro Nenni)

Tra Soppalchi, Licenze ed Appalti,ad Avellino è ora di dire Basta !

È facile essere buoni. Difficile è essere giusti. (Victor Hugo)

C’è differenza tra l’essere buoni e l’essere giusti, la giustizia presuppone il corretto contemperamento delle esigenze e degli interessi, la valutazione di un bisogno  che prescinde da quello esclusivamente privato e personale e diviene collettivo, e richiede pertanto l’intervento di tutti per poter essere reso attuale, concreto.

Ma costa fatica essere legali, rispettosi delle regole che sono però solo il primo passo verso l’attuazione del mito della Giustizia che perché bendata non guarda in faccia a nessuno, non ha distinzioni da tollerare e sopportare.

Nella Città di Avellino esiste la legalità solo a mezzo servizio, quella che diviene regola solo per quei pochi che non hanno santi nelle stanze del potere, non hanno protettori e protettorati e che vivono del proprio lavoro  e del proprio impegno quotidiano.

Su tutti questi svolazzano leggeri e sghignazzanti i moralizzatori dalle licenze facili, gli avvoltoi dall’apparenza candida, con castelli nella parte buona della Città e costruzioni nate dal nulla e nel nulla, che sono come un pugno nello stomaco e che sfacciatamente si mostrano alla collettività.

Fortezze di potere che nulla temono e che hanno ignorato qualsiasi norma o regola e che continuano a reggere nelle proprie mani le sorti della nostra città.

Salvo poi mostrarsi come paladini dell’ordine e della pulizia, come gladiatori pronti alla difesa delle strade, della bellezza e della cultura, dei luoghi pubblici, di principi etici altissimi, di una morale condivisa, naturalmente quando questo tocca gli altri.

Ed allora è tutto un fiorire di considerazioni spesso destituite anche di un vero e proprio fondamento, un dire tanto per dire, salvo poi gettare il sacchetto della monnezza dal finestrino dell’auto o sotto casa di qualcun altro, o favorire l’ennesimo abuso passando la mazzetta al controllore di turno.

Perché ad una certa parte della Città,negli anni tutto è stato consentito, per appartenenza, per censo, o per delinquenza ereditata o acquisita ed in tutta onestà è ora di dire basta.

Di gridarlo questo BASTA, di smetterla di scrollare le spalle, e di ripetere che tanto è sempre stato così e nulla potrà mai cambiare, di smetterla di dirci che agli intoccabili non sarà mai possibile sottrarre la gestione della Comunità, perché noi siamo la Comunità, ed esigiamo il rispetto delle norme.

Regole chiare e non equivoche per tutti attraverso una rivoluzione che non lasci alcun prigioniero.

Perché occorre una collettività vigile ed attenta al proprio territorio che non si stringa solo nell’emergenza, ma che prevenga il disastro e che eviti una tragedia sociale, umana e culturale, che ricerchi e ritrovi il senso di appartenenza e che isoli chi vive di inganni e di sotterfugi, che accerchi chi  della “illegalità” in giacca e cravatta ha fatto la regola indiscussa della propria vita.

Una rivoluzione forte ed efficace e non per soli pubblici proclami, perché di chiacchiere ne abbiamo davvero piene le tasche ed alle nuove generazioni dobbiamo lasciare una eredità che non sia costruita su “ soppalchi” ma su solide fondamenta.

Non bisogna guardare quale sia il premio di una giusta azione:il premio maggiore consiste nella giustizia. Seneca

Il Silenzio non paga mai, anzi uccide !

La Democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi. (Jean-Jacques Rousseau)

E non è forse questa, innanzitutto la storia dell’Isochimica ?

La storia scellerata di chi ha deciso che la vita delle persone non avesse alcun peso e che si potesse barattare con un posto di lavoro ?

Quello che è accaduto sin dall’Unità d’Italia nel nostro martoriato Sud.

Terra ricca, di cultura, di risorse, di sole ed energia, bella da suscitare le invidie degli Dei, ma così priva di controllo, così incapace di voler bene a se stessa, e nella quale nessuno si preoccupò di piantare alberi e non fabbriche, di costruire scuole, di raccogliere i bambini per le strade, di risolvere il cancro della corruzione della pubblica amministrazione.

Ed in questo angolo sperduto che la Politica decise sarebbe nata questa cattedrale orribile nella quale con consapevolezza mandare a morire giovani uomini, senza alcuna pietà o compassione.

Si trattava di uno scambio infondo, uno stipendio a fronte della vita, d’altra parte cosa avevano da perdere, quali sogni o speranze avrebbero dovuto realizzare loro per il futuro ?

Bastava il pallone la domenica, svago nazional- popolare. E tutti a fregarsi le mani, a riempire la bocca di paroloni come sviluppo e crescita, ed invece stavano condannando quel quartiere alla morte sociale, civile e culturale.

No, non può un’aula restituire, ma neanche contenere tutti quelli che con azioni ed omissioni si sono resi responsabili di quelle morti.

Morti atroci, morti progressive, lente e terribili, che non riguardano solo i corpi, ma anche le anime e le menti.

Nessuno potrà restituire e risarcire quello che la Comunità ha perso, parlo della identità.

L’Isochimica ha minato la nostra identità ed una sentenza è sicuramente un modo per restituirci un po’ di giustizia, ma non risolve o cancella.

E non dobbiamo consentire in alcun modo che la storia possa ripetersi, dobbiamo prenderci cura della nostra gente, dobbiamo costruire nuovi ponti culturali, seminare ed arare terreni, smetterla con la logica dell’assegnazione delle poltrone, ma soprattutto con le logiche della clientelismo becero che non hanno che lasciato macerie sul loro cammino.

La storia di questa fabbrica, dei suoi operai, di Graziano, dei politici dell’epoca e di oggi sia ricostruita con onestà e verità, senza in alcun modo pensare di essere immuni da responsabilità.

Tutti siamo responsabili, per non aver agito, per aver negoziato su diritti irrinunciabili e naturali, per aver ritenuto fosse normale barattare dignità e salute, e per continuare a pensare che la politica sia finalizzata solo allo scambio di favori e servizi, applicando ad essa la più bieca delle logiche del mercato liberale.

Ed allora anche la vita umana finisce per perdere di significato e la morte di tante persone un accidente inevitabile, parte integrante del gioco.

La democrazia può resistere alla minaccia autoritaria soltanto a patto che si trasformi, da “democrazia di spettatori passivi”, in “democrazia di partecipanti attivi”, nella quale cioè i problemi della comunità siano familiari al singolo e per lui importanti quanto le sue faccende private. (Erich Fromm) 

Estate ad Avellino ? Venghino, Signori Venghino.

La cultura consente all’uomo di decidere cosa sia bene e cosa sia male, consente al cittadino di giudicare l’operato di chi lo amministra, di scegliere che tipo di città vuole e di costruirla, con tavoli lunghi per accoglienze piuttosto che con mura altissime e confini angusti.

Di uscire dalle scatole delle convenzioni imposte e che hanno come scopo unico quello di cancellare il libero arbitrio e renderci condizionabili e sempre più poveri di spirito e di prospettiva.

Che sarà di noi? Siamo noi a deciderlo, ed invece mi appare spesso una domanda piena di rassegnazione, di paura, di astenico menefreghismo.

E ci accontentiamo siano gli altri a vivere la nostra vita, ad arricchirsi , a puntellare le nostre esistenze e quelle delle generazioni future.

La cultura popolare non è quella delle brioches e delle polpette, o delle sagre.

Tanto, infondo serve solo che la gente si distragga per qualche ora, ed il bilancio ce lo approviamo come pare a noi, e siamo sempre noi a calare dall’alto le decisioni che riguardano acqua, spazzatura, spazi pubblici, urbanistica, cultura, salute , istruzione.

Il voto non basta, la democrazia rappresentativa non ci tutela dall’annullamento delle coscienze, dall’annullamento delle nostre volontà e dall’annullamento dei diritti e delle prerogative.

Chi siamo lo decidiamo tutti giorni partecipando, come singoli e nelle formazioni sociali ove si realizza la nostra personalità, alzando il capo quando camminiamo per strada, pretendendo chiarezza e competenza, ricordando a chi gestisce la cosa pubblica che deve agire oltre il proprio personale interesse, che deve agire nell’interesse di una comunità, che deve concorrere a costruirla quella comunità, che deve essere migliore di noi, e dei nostri bassi istinti.

Deve andare oltre il qui ed ora, e ragionare in prospettiva, porre le basi dell’avvenire, ricercare la terra promessa, passare aldilà delle colonne d’Ercole.

Ebbene lo scenario che ci si presenta in questo scorcio torrido d’estate è veramente apocalittico, e non mi riferisco alle cronache internazionali, ma a quelle più gossippare di casa nostra, di questo piccolo angolo di Paese, che ha finito per divenire una periferia nella periferia, senza alcun legame con il resto della regione e del Sud d’Italia.

Sempre più isolati, per assenza di sviluppo economico, figli di una industrializzazione forzosa e forzata, che ha devastato un territorio ed ha lasciato migliaia di famiglie in preda a rabbia e disperazione, ed ora anche per assenza di una progettualità o attrattiva culturale.

Pieni di cubi di cemento colorati senza anima e senza gestione, pieni di palchi da calpestare, e di pietre bianche da cui essere accecati, ma senza un’opera da mettere in scena, senza musica che avvolga le strade e che ci conduca verso l’arcobaleno.

Ci resta il concertone in cui spenderemo tutti i soldi disponibili al momento nel Capitolo Cultura e “l’addore” di fritto da cui farci avvolgere.

Una notte che lascerà solo cartacce e rumore ….nulla che ci riporti a quel sogno di una notte di mezza estate, per assenza di capacità e di competenza, certamente, ma anche e soprattutto per il nostro colpevole silenzio.

Si, siamo ugualmente responsabili, perché abbiamo deciso di rinunciare e ci siamo lasciati guidare dalla “corrente” senza nessuna voglia di opporci, senza nessun amore di bellezza, abituati ormai a sfogare il nostro disappunto con un post, e con un po’ di chiacchiericcio tra comari.

“La cultura ha principalmente lo scopo di far conoscere molte cose. Più cose si conoscono, meno importanza si dà a ciascuna cosa: meno fede, meno fede assoluta. Conoscere molte cose significa giudicarle più liberamente e dunque meglio. Meno cose si conoscono, più si crede che soltanto quelle esistono, soltanto quelle contano, soltanto quelle hanno importanza. Si arriva così al fanatismo, ossia a conoscere una sola cosa e dunque a credere, ad avere fede soltanto in quella”.

Avellino, la città dei ponti senza fiumi e senza idee per il futuro.

L’uomo è per natura un animale politico. Si deve avere molto rispetto quando si decide di scrivere e comunicare con gli altri, non si può improvvisare, bisogna riflettere con attenzione, evitare sbavature e soprattutto, pensare a quanto si vuole resti nella mente di chi legge.

L’improvvisazione è possibile in qualche modo nella musica, ma si fonda su una enorme conoscenza di chi ha preceduto il musicista e, sulla piena padronanza dello strumento, poi come in tutte le cose, una sana dose di sensibilità non guasta, ma ahimè non tutti ne siamo dotati.

Gli uomini politici sono uguali dappertutto. Promettono di costruire un ponte anche dove non c’è un fiume.(Nikita Chrušcev).

Ed in questa città ci sono un sacco di ponti senza fiume, ma per dirla tutta senza neanche la pozza d’acqua, che possa assomigliare ad uno stagno.

Le rane ogni tanto fanno la loro comparsa invadono la spianata soleggiata al centro città, e gracidano aspettando qualcuno possa ascoltarle per più di pochi istanti.

Tutti prendono appunti, tutti pubblicano lo stonato gracidare che finisce nella pattumiera nell’arco di pochi giorni, senza aver lasciato alcuna traccia dietro di se.

Una guerra continua a chi gracida più forte, a chi riesce con un balzo ad arrivare più avanti verso Piazza del Popolo.

Poco importa che questo significhi avere una sede di Partito, parlo del Pd, a cui sono iscritta, completamente abbandonata, che si riempie di un vociare indistinto solo in occasioni di tesseramenti farlocchi e di campagne elettorali; poco importa essere circondati da “bruttezza”, pur inneggiando ovunque alla bellezza come cura per ogni assenza di morale o di senso civico;

poco importa che ci siano le spianate, e che nascano in esse foto posate da postare su di un social, foto che ritraggono noi in pieno deserto umano ed architettonico;

poco importa che non vi sia alcuna idea per il futuro della città e che nessuno dalla provincia abbia più motivo di venire nella nostra città;

poco importa che non vi sia ordine, compostezza, che non vi sia alcuna cultura ne programmazione per la prossima estate;

poco importa che si siano uccise, e vi sono mandanti precisi, festival ed iniziative artistiche che hanno reso Avellino, nota anche nel circuito nazionale, rendendoci fieri anche solo per un piccolo istante.

Niente, non ci resta che il niente, mani vuoti amici miei, mani senza forze, mani che hanno smesso di lottare, mani che hanno smesso di reagire.

E si, perché infondo abbiamo smesso di avere reazioni e qualsiasi cosa accada, che ci lascia sgomenti il tempo di una vasca per il corso.

La nostra terra non ci appartiene più e noi abbiamo smesso di amarla, e di occuparcene, troppo presi da come collocare i nostri aurei sederoni sulle poltrone disponibili negli enti.

Ho come la sensazione che il vento abbia però cambiato direzione e non tanto perché la Magistratura interviene laddove la Politica ha solo accaparrato e chiuso occhi ed orecchie, piegandosi in due alle logiche della spartizione pure grossolana del poco grano rimasto, ma perché ormai c’è poco da raschiare il barile se per distruggere un avversario si colpiscono le aspettative, e le strutture parti del patrimonio della città.

Ebbene si ,sono ancora una volta qui a contestare metodi e meccanismi, perchè le battaglie si combattono in campo aperto, armati di idee, obiettivi chiari e di competenza, con sollecitudine , onestà e correttezza, non con sotterfugi ed a suon di intercettazioni o di errori ed irregolarità contabili.

Non si colpisce l’uomo, ma una comunità intera che così, smarrisce completamente il senso delle cose, la misura delle stesse, la strada verso l’avvenire, il senso di appartenenza al contesto civico a cui appartiene perdendo le uniche opportunità di crescita umana e culturale sino ad oggi avute.

“Come hai paura di sporcarti le mani. Ebbene, resta puro! A che cosa servirà e perché vieni tra noi? La purezza è un’idea da fachiri, da monaci. Voialtri, intellettuali, anarchici, borghesi, vi trovate la scusa per non fare nulla. Non fare nulla, restare immobili, stringere i gomiti al corpo, portare i guanti. Io, le mani, le ho sporche. Le ho affondate nella merda e nel sangue fino ai gomiti». (Jean-Paul Sartre)

Avellino, tra Cultura e Scatole Magiche.

Capita che in una giornata di Primavera qualcuno, nella magica città delle scatole pensi bene di incontrarsi per discutere di massimi sistemi e di cultura; per interrogarsi su quali siano le forme di gestione più opportune ed efficienti per le strutture pubbliche presenti al momento nella nostra moderna Babele.

Si mira a raggiungere il cielo, senza preoccuparsi di quale sia il modo più corretto per tenere ben saldi i piedi per terra.

Ed infondo pochi dietro quel tavolo si sono guardati i piedi nella vita!

Troppo presi dalla necessità di provare a trovare in qualche modo consenso; troppo presi  dalla necessità di catturare attenzione e non rendendo per nulla un buon  servizio  alla cultura della nostra Babele, la cui Torre è ormai sempre più in bilico.

La cultura di cui spesso si ignora anche il significato, è ormai argomento buono per ogni insalata o pietanza, una sorta di insaporitore alle erbe che dovrebbe coprire il sapore di muffa di un pesce ormai andato a male.

Un argomento alla moda con cui ci si riempie la bocca senza poi aver detto poi nulla di significativo.

Perché salvo qualche intervento, il resto è scivolato tra uno sbadiglio ed un mormorio di fondo che copriva anche i suoni pronunciati che nulla avevano di “parole”.

E già, perché le parole devono essere sognate, pensate, comprese, spiegate a chi ci ascolta.

E quindi sarebbe stato interessante sentire da parte di chi della politica, e solo della politica ha fatto un mestiere ,quali idee abbia per il futuro e come pensa di poter dare vita ad una struttura come l’Eliseo, che a seguito della ristrutturazione presenta dei limiti oggettivi evidenti anche per un bambino delle elementari.

  • Ci avrebbero dovuto spiegare se la Fondazione, che è strumento giuridico validissimo, debba avere  un contenuto specifico  e a chi debba esserne affidata la gestione e con quali criteri.
  • Ci avrebbero dovuto spiegare per quale diamine di motivo qualunque somma arriva nelle casse comunali per la cultura debba essere dirottata per il rilancio della zeppolin o del peperoncino.
  • Ci avrebbero dovuto spiegare se sia finalmente auspicabile un censimento serio delle associazioni senza scopo di lucro che diano conto di entrate ed uscite e di progetti realizzati nel passato.
  • Ci avrebbero dovuto spiegare, vista la guerra mossa all’attuale Cda del Teatro Carlo Gesualdo, se è immaginabile una era nuova e diversa, fatta da chi e come, ma senza peli sulla lingua. Senza piccole stoccate da bassa politica sulla Casina del Principe o su altre scatole assegnate.

Perché se politica deve essere e, qualcuno ha la velleità che essa sia alta, ci si doveva interrogare su chi paga i costi delle strutture e come, ed ancora se la cultura per definizione non debba avere alcun utile economico, o non piuttosto cercare di essere quanto meno, in un periodo di vacche magre, affetta dal caro vecchio principio di economicità.

Perché è possibile farla in “perdita”, ma allora esigiamo che da essa discendano crescita, educazione, formazione, sogno e passione. Esigiamo che essa possa creare un nuovo tessuto sociale, una nuova forma di coesione, una nuova era, fatta di bellezza e di competenza.

Ma   soprattutto evitateci, per favore, per il futuro incontri finalizzati al nulla, diretti solo ad alimentare il vuoto che aleggia prepotente nella nostra Babele, così smarrita e confusa, e che non ha bisogno di altri “candidati” che nel chiacchiericcio non fanno altro che attivarsi per nuove collocazioni, nuove poltrone  a capo di qualche ente o  di qualche Istituzione.

“Mi sono interessato a fondo della dignità umana: ho disposto nel mio laboratorio le analisi più disparate sull’argomento. Tutti i tentativi sono falliti miseramente a causa della difficoltà che ho incontrato a procurarmi il materiale occorrente”.  (Karl Kraus)

Avellino,tra garantismo,moralismo e scarsa moralità,la città muore.

Un uomo fa quello che deve – nonostante le conseguenze personali, nonostante gli ostacoli e i pericoli e le pressioni – e questo è la base di tutta la moralità umana. (Winston Churchill).

In punta di piedi, senza sembrare troppo invadente vorrei provare ad offrire una piccola interpretazione di quanto sta accadendo in questi giorni nella politica Avellinese, tra sentenze, attese a bordo campo di inoccupati di lungo corso in cerca di un contratto a tempo determinato, dimissioni annunciate, ed immobilismo costante.

Il tutto, al cospetto di un partito dalle stanze polverose e vuote, invase da un silenzio assordante e penetrante. Un partito che si anima solo in occasioni di spartizioni e di assegnazione di seggi e poltrone.

E’ vivo in me il ricordo delle assemblee del Pd Provinciale per le candidature alle elezioni regionali.

Tutti presenti, tutti parlanti, tutti con qualcosa da dire, con qualcosa da rivendicare.

Ora, invece il silenzio.

Tutto tace sull’acqua, sull’assenza di una attività amministrativa seria, sulle periferie, sulla formazione, sull’assenza di vita di una città morente.

Non che in altre stanze vi sia fermento, per carità, dovessero giungere le dimissioni del sindaco oggi non ci sarebbe che il nulla a cui attaccarsi, da destra sino alle colonne d’ercole della sinistra.

E quindi per poterci distogliere dalla nostra incapacità politica, dalla nostra assenza di moralità, le pagine dei pochi giornali che continuano la loro attività di informazione, molti si sono trasformati in vere e proprie Pravde locali, si soffermano sull’attività della nostra magistratura alla ricerca in un modo o nell’altro di qualche uomo possa offrire un barlume di speranza assumendosi il ruolo di nuovo uomo della provvidenza.

Da un lato l’inchiesta che scuote la pubblica amministrazione che stana i furbetti del cartellino, figli e parte integrante di un sistema marcio e maleodorante caratterizzato da impiegati pubblici, privi di competenze, raccomandati di ferro, che hanno vissuto da sempre alle spalle dell’onesto cittadino, che vanno puniti attraverso vergate durissime in pubblica piazza; dall’altro il neo consigliere regionale, condannato in primo grado e beatificato in cielo, in terra ed in ogni luogo.

Ed allora voi capirete che così non va bene, che bisogna fare ordine, che il principio è unico e che nessuno può essere considerato colpevole sino all’ultimo grado di giudizio e che deve essere celebrato un processo “giusto”, con un giudice terzo ed imparziale.

Insomma siamo tutti presunti innocenti sino a prova contraria, e non sciorinerò una lezione di diritto, me  ne guardo bene,  ma mi chiedo  ci si rende conto che a partire da mani pulite in poi la politica ha abdicato alla Magistratura il proprio ruolo e non ha mai affrontato la questione morale?

Io non vorrei scomodare uomini come Berlinguer, ma uno da qualche parte un po’ di conforto pure lo deve trovare.

E si perché lo aveva detto la morale è cosa alta, altissima e non riguarda la sola illegalità diffusa nelle istituzioni, ma l’invasione schifosa e strisciante che i partiti hanno compiuto delle istituzioni, colonizzando a proprio uso e consumo ciò che doveva rimanere al servizio esclusivo dei cittadini aldilà di ogni visione parziale .

Perché ai partiti spetta il compito di offrire visioni del bene comune e poi chiedere il consenso agli elettori .su quella base chiedono il consenso dei cittadini. La società esprime interessi del presente, le istituzioni debbono avere invece una visione più lunga che guarda anche al futuro di tutti.

Ed allora io non esprimerò giudizi sulle condanne, sulle inchieste, su chi vive momenti anche umanamente drammatici, non mi compete, ma auspico che la Politica ed i Partiti si riapproprino della ricerca della bellezza e della felicità, che abbiano il coraggio della discussione e del contraddittorio e che la smettano di incontrarsi bivaccando sul nulla, perché la città muore.

Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto.
(Sandro Pertini)

Treni che vanno e che vengono,Treni che non passeranno mai più.

Non si può conoscere veramente la natura e il carattere di un uomo fino a che non lo si vede gestire il potere. ( Sofocle)

La riflessione che consegno a queste pagine, in questo momento nasce da una serie di avventure occorse in questi giorni di intensa vita politica,nella città dalle macerie fumanti, degne del miglior blade runner.

Il tesseramento del Pd, come una scure, si è abbattuto per due settimane consecutive sugli ignari Avellinesi, come il virus della peste di Manzoniana memoria, provocando effetti collaterali di varia natura, che hanno stordito le masse con amnesie frequenti.

Nessuno ha l’esatta consapevolezza di dove dimori, di cosa abbia fatto nella vita e di cosa abbia in mente di fare nel prossimo futuro.

Quel che conta è accaparrarsi la piccola tessera plastificata, simile a quella che usiamo al Supermercato per raccogliere i punti, perché quella piccola tessera ha in se un magico potere quello di determinare gli equilibri e gli squilibri all’interno di un ormai stanco e scolorito partito.

Partito, che ha rinunciato in città a costruire aggregazione e che praticamente non esiste, frequentato da fantasmi di piccoli potenti ormai sull’orlo di una crisi di nervi per cui contano più le vendette personali e l’affermazione di qualche squallido delfino che le sorti di una comunità.

E capiti quindi che un gruppo di amici, di professionisti, di persone perbene per potersi tesserare debba praticamente affrontare un girone dantesco, fatto di incongruenze e di scempiaggini tecniche e giuridiche, e che si trovi dinanzi a chi senza titolo, senza competenza, senza attribuzioni sia posto nella condizione di controllore di una stazione senza treni.

Ahimè questo Partito in città è una stazione priva di Treni, con i passeggeri posti accanto alle rotaie, fissi a guardare un orologio che non batte più il tempo, fermo ormai da tanto tempo, da troppo tempo. Fermi in attesa di un treno che non arriverà di cui si ode in lontananza solo il fischio, e che ti spinge a guardare nella nebbia ma che non riesci neanche trasformando gli occhi in fessure a scorgere.

E mi spiace doverlo dire, ma se la nuova generazione continuerà ad essere composta da piccoli kamikaze senza testa, usati solo per il lavoro sporco, guidati da piccoli comandanti di paese, da allevatori di bestiame , che farebbero meglio a recarsi la mattina presto nei campi alla ricerca della fatica fisica, così da espiare finalmente il peccato terribile di aver divorato il futuro di questa terra, non vi saranno speranze, sogni ed aspettative sufficienti,ne lotte abbastanza incisive.

Nessuna rivoluzione culturale riuscirà mai a lasciare solchi precisi e decisi in questo fetido pantano votato solo all’acchiappo delle derrate alimentari, che possono però garantire solo un illusorio benessere, un nutrimento momentaneo, perché ormai ridottissime, e di scarsa qualità.

Non ci sono più poltrone sufficienti, ci si arrenda dinanzi a questa terribile evidenza vi tocca andare al Centro per l’impiego, iscrivervi nelle liste di collocamento e sperare in un lavoro. E lo so mi rendo conto che è dura dover ammettere di avere il deserto intorno, di non essere stati capaci di costruire un’anima, un futuro, ma di aver solo cementificato sulla paura e sull’emergenza, pensando che in fondo nessuno avrebbe mai avuto l’interesse a cambiare le cose.

Avevate fatto male i conti, non avevate pensato alla finitezza delle risorse, e non parlo solo di quelle materiali.

Non avevate fatto i conti con la rabbia dei precari, delle giovani madri che non possono lavorare e crescere i figli, con i liberi professionisti senza pensione, con i lavoratori senza protezione, con gli studenti senza scuola, con le famiglie senza sanità.

Non avevate fatto i conti con la rabbia e con la fame, quella fame che non è solo fisica ma è soprattutto umana e culturale.

I tempi sono cambiati e nessuna banda armata potrà mai schiacciare un piccolo esercito di persone piene di passione e di voglia di guardare l’alba, nessuno ne ora ne mai, se ne faccia una ragione qualsiasi Allevatore di galline in batteria con il viso livido di invidia e rancore, nessuna vendetta fermerà questi uomini liberi, con in tasca polvere di stelle e parole ….nessun giovanotto fermerà questa Signora, ne ora ne mai.

Quando si tratta di controllare gli esseri umani non c’è miglior strumento della menzogna. Perché, vedete, gli esseri umani vivono di credenze. E le credenze possono essere manipolate. Il potere di manipolare le credenze è l’unica cosa che conta. (Michael Ende)

Ezio Bosso: quando l’arte della musica annulla il limite fisico.

Ezio Bosso al Festival di Sanremo ha dato voce ad un mondo di cui troppo spesso ci si dimentica ma di cui non capiamo profondamente la sofferenza e la barriera fisica che diventa prigione e confine.

“la compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera”

La compassione (dal latino cum patior – soffro con – e dal greco συμπἀθεια , sym patheia – “simpatia”, provare emozioni con..) è un sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui provandone pena e desiderando alleviarla. La definizione ci puo’, forse introdurre nell’argomento che questa volta ha colpito la mia attenzione e che prende spunto dall’esibizione di Ezio Bosso al Festival della Canzone Italiana, che a quanto pare tutti disprezzano ma tutti guardano con una sorta di interesse macabro, come quando si va in gita fuori porta nei luoghi caratterizzati da delitti efferati.

E quindi mi stupisce leggere ed ascoltare i commenti che riguardano il maestro Ezio Bosso a Sanremo e che arrivano veloci, durante la sua presenza sul palco dell’Ariston.

Faccio fatica a capire, confesso questo strano sentimento che anima tutti noi e che vorrei tanto fosse una sorta di empatia profonda, che spinge l’uomo a “ sentire” il dolore dell’uomo che patisce una sofferenza fisica e psicologica, un uomo che sfida la propria malattia, o che meglio convive con essa come compagna, ma che non ha vergogna di mostrarla al mondo forte di un talento fortissimo, che tutto trasforma e trasfigura in una immensa opera d’arte.

Si l’arte amici miei!

Bernard Shaw diceva che si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima, ed è l’arte che rende eterno un piccolo sentimento e lo trasforma in qualcosa di comprensibile al mondo, lo rende capace di valicare le epoche, i limiti ed i confini di qualsiasi natura.

Lo spazio ed il tempo si annullano, e pochi secondi di esecuzione, di mani sui tasti bianchi e neri, o sulle corde di un violino, o un piccolo passo di danza con cui ci si sospende nell’aria.

La forma non conta ed in fondo neanche la tecnica, tutto è sospeso quando l’arte fa la sua comparsa, questo avrebbe dovuto colpire chi ha guardato l’esibizione del magico Pianista, che con il sorriso stampato sulle labbra, ha dimostrato come ci si può annullare nella musica e come il limite fisico altro non è che un limite che scorge solo la mente chiusa ed ottusa.

Eppure tutto questo non è passato, nessuno ha parlato di questo, ma della malattia, del corpo che è quello di un burattino con scatti veloci.

Tutti si sono interrogati sul male, su cosa sia normale per un disabile, su cosa possa fare, non fare, sognare, pensare, dire, comunicare, se sia possibile la satira su un ammalato, se non sia fuori luogo, o se invece serva a normalizzare.

Ed io confesso mi sono fatta travolgere per un attimo dallo scoramento, poi mi sono raccolta nei miei pensieri ed ho pensato invece a quale aspetto positivo si potesse ricavare dall’accaduto, ed eureka, come per magia ho trovato qualcosa che in fondo potesse lasciare un seme.

Questa occasione non va sprecata e, questi palcoscenici vanno battuti sempre più frequentemente da chi lotta contro avversità umane, fisiche, e soprattutto sociali.

Ezio Bosso ha consentito di dare voce ad un mondo di cui troppo spesso ci si dimentica, a cui riserviamo qualche piccola pacca e lacrima di circostanza, ma di cui non capiamo profondamente la sofferenza e la barriera fisica che diventa prigione e confine.

Lo stesso confine denunciato da Frassica nel brano finale, quel confine da cui fuggono uomini, donne e bambini disperati e che spesso privi di vita non sono che corpi persi tra le onde di un mare che non è che sale sulle ferite.

E bruciano allora gli occhi e trattieni le lacrime, ed ingoi il tuo scoramento, ma pensi che in fondo qualunque sia il mezzo, il mondo è pronto per una rivoluzione culturale che vada oltre le bandiere e che attraverso l’arte possa finalmente affacciarsi ed appropriarsi dei colori dell’arcobaleno.

D’altra parte se il mondo fosse chiaro, l’arte non avrebbe ragione d’esistere. Camus

Non aspettare la morte per piangere…

Noi dovremmo piangere per gli uomini alla loro nascita e non alla loro morte, Montesquieu.

Un Paese che si appresta a votare la riforma della Costituzione, un Paese che vive di strillonaggio, di proclami sulla cultura e sul licenziamento dei dipendenti pubblici, che vive di campagne pubblicitarie e che depenalizza i reati perché non riesce a garantire la punizione dei colpevoli, un Paese in cui una giovane donna muore, per mano di una bestia che viene definita, banalmente e volgarmente, di “facili costumi”, che si accartoccia sulle unioni civili, e che è lontano anni luce dall’Europa di cui parte, che ha perso ogni appiglio, che non ha una meta precisa, non è più una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma un Paese agonizzante a cui non si può neanche staccare la spina, per assenza di leggi sul Fine vita.

Questo, ormai, siamo inesorabilmente diventati negli ultimi anni.

Dal Berlusconismo, epoca di maggiorate, di fast -food e paninari, di commercializzazione dei valori e della cultura, di nani e ballerine al Renzismo degli ultimi anni, che del Biscione ha imparato la lezione, l’ha fatta propria e l’ha addirittura superata, apprendendo presto che nella comunicazione si cela il segreto della vittoria, nel corretto utilizzo dei social, e che il futuro altro non è che un tweet inviato sull’onda di un evento che ha colpito alla “pancia” l’opinione pubblica.

Chissà che direbbe Andreotti se vedesse oggi il nostro Premier. Non mi si fraintenda, io non ce l’ho con lui.

Sotto alcuni punti di vista, senza la forza ed il rampantismo che ha dimostrato in questi mesi, una certa politica, fatta di maschere più che di uomini non sarebbe stata mai accantonata, e si sa l’Italia è uno strano posto, in cui ai giovani non viene concessa possibilità o fiducia, una gerontocrazia, in cui i tirannosauri fanno fatica a lasciare la luce per recarsi nelle ombre, ma quello che non posso accettare e tollerare è l’ intenzione di canzonare il prossimo, di buggerare l’Italiano medio, che nulla sa di sgravi, di cultura, di jobs act, e lavoro autonomo, di trivellazioni e di fotovoltaico, che scansa i giornali ma si nutre di tv del dolore e di social, di film di Natale, perché tutto resti immutabile e nulla sia troppo invasivo.

Non posso tollerare quell’atteggiamento di menefreghismo che di fronte alla bellezza mozza fiato della Reggia di Caserta, citando Dostoevskij, parla di salvezza nella bellezza per la mia adorata terra, dimenticando che questa terra, lo so è brutto da dire, è affogata da rifiuti, clientele e camorra, da superficialità, da incompetenze e da mazzette.

Suona quindi falsa in quel posto la parola cultura, così tanto martoriata nel nostro Paese, distratto e scostante verso i suoi artisti che lascia chiudere i Teatri, che licenzia orchestrali, che cancella le scuole d’arte e le accademie, che taglia fondi, che disperde risorse.

E tutto finisce per essere trito e ritrito, già sentito, al sapore di muffa, e non perché si voglia gufare e non sperare in un nuovo orizzonte, ma perché ai proclami non seguono fatti concludenti, interventi strutturali seri che ridiano la rotta alle nuove generazioni, che le spingano a votare con scienza e coscienza, dato che ormai il nostro astensionismo ci ha reso al pari degli Usa , un Paese guidato da minoranze, in cui la nuova legge elettorale è un ulteriore passo in questa direzione.

Come dire, a me di te non me ne frega niente, tu Italiano sei solo strumentale al conseguimento dei miei obiettivi, ed allora ti faccio pensare che al fannullone lo licenzio velocissimamente con una mia legge, nuovissima ed eccellente, quando in realtà ho già tutto un sistema che mi consente di prenderlo a calci nel sedere senza costi, colpi o contraccolpi, nell’arco di due ore non 48 ore.

Le unioni civili le sostengo non perché sia giusto, un diritto umano riconosciuto dalla Costituzione all’art. 2 ,e dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, no lo faccio perché questo porta consenso.

Perdonatemi questa è la mia visione, la visione di un piccolo avvocato di Provincia, niente di più e niente di meno, che lavora e prova ad impegnarsi tutti i giorni e che spera solo che l’Italiano abbia un sussulto d’orgoglio e riprenda le redini tra le mani del proprio futuro.

“La tirannia di un principe in un’oligarchia non è pericolosa per il bene pubblico quanto l’apatia del cittadino in una democrazia.”