Tutti gli articoli di Maria Rusolo

Avellino e gli avellinesi tra la pagliuzza e la trave.

Chiedete al rospo cosa sia la bellezza e vi risponderà che è la femmina del rospo, naturalmente. Voltaire

Mi sembra un buon punto di partenza per questo nuovo anno che si affaccia timido all’orizzonte, tutto quello che ci circonda è valutato alla luce del mondo in cui viviamo e dell’esperienza e della formazione che ciascuno di noi possiede, una sorta di soggettivizzazione costante che rende arbitrario il nostro agire.

E’ come dire se festeggiando la notte di capodanno io uso i petardi e gli stessi infastidiscono gli altri, tra cui le povere bestioline, il mio agire sarà ai miei occhi corretto, opportuno, privo di elementi negativi, ma se fossero gli altri anni dopo a festeggiare nello stesso modo, ed io avessi problemi con il mio di cane acquistato da poco, quel comportamento sarebbe ai miei occhi criminale, illegittimo, da punire con la galera ed i lavori forzati.

Il genere umano è meraviglioso, così sfaccettato nel suo vivere ed agire ed è in questo che interviene la regola dell’autorità, che indica la strada da percorrere al cittadino, peccato che la regola nelle moderne democrazie sia ormai esterna rispetto all’individuo.

Questo ha una serie di contraccolpi mica da poco, il cittadino non rispetta le regole,perché le riconosce giuste e necessarie alla sopravvivenza ed al corretto svolgimento della vita civile, no, per carità, le rispetta per paura e timore della coercizione o che è peggio, si ingegna per individuare metodi e sistemi più o meno complicati per destreggiarsi tra esse ed evitarle, un po’ come i pali su una pista di sci o le buche della mia città.

Ora voi direte questa che vuole mo nei giorni di festa con ste cose complicate:  l’educazione civica, la capacità di sentirsi parte integrante di un sistema a cui contribuire con il proprio comportamento, con le solite menate sulla cultura e la libertà che comporta una enorme, spropositata responsabilizzazione dei soggetti, che certe volte è meglio la dittatura?

E’ lo so sono sempre stata una donna pesante e con l’età che avanza, le domande mi assillano sempre di più e, sviluppo un certo fastidio per le cose che non funzionano, le cose che non vanno ed, allora perché non dirle, non comunicarle anche agli altri, sperando che l’anno che giunge  ci possa spingere, perché ormai siamo sull’orlo del baratro, bloccati nel tunnel del nostro immobilismo, ad avere un sussulto di evoluzione, un sussulto che vada oltre il panettone ed il disgusto per lo spostamento di un mercatino rionale.

Ecco ci indigniamo per le bagattelle, per le cosette, e non per le macroscopiche bruttezze che ci soffocano, come le polveri sottili, ed il problema non è l’inquinamento ed il trasporto pubblico, ma la targa alterna che non ci consente di fare shopping, come se il problema anche del nostro commercio fosse l’assenza del veicolo e non piuttosto la pezza che ci propinano per pezzo di haut- couture.

Per carità amici miei è la vecchia storia della pagliuzza e della trave, ma ci si può riscattare da questo piattume ed allora facciamolo un buono unico proposito per l’anno appena arrivato, promettiamo di essere solo cittadini, Avellinesi, nel caso di specie, fieri della nostra origine ed appartenenza, impegnati a mantenere viva la nostra città, pulita, asciutta, a sopportare la pioggia e l’umido, costruendo spazi alternativi di conoscenza e cultura in cui sia dolce naufragare e fermarsi a rimirare le stelle, in attesa del futuro.

Invitiamo i nostri illustri rappresentanti a smetterla di ciarlare, perché i mandati finiscono, e si deve tornare alle urne, e si dovrà, pertanto, tornare a bussare alle porte degli elettori dimenticati con il cappello in mano e con loro invitiamo gli amici della stampa ad essere liberi, liberi di osservare con occhio critico e lucido la società che ci circonda, liberi di essere la nostra coscienza, i nostri sensi, di colpire con forza il potere, di chiamare chi ci amministra al rispetto delle regole e all’assunzione delle proprie responsabilità.

Perché è vero siamo uomini, fragili, creature mobili, variabili come il cielo d’autunno, ma in fondo brava gente che vuole solo campare tranquilla, sopravvivere, ecco questo non basta, bisogna educare alla vita e non alla sopravvivenza; amare la libertà come la più alta delle responsabilità, non farci canzonare, propinare pessima “musica” perché noi abbiamo diritto ad essere spettatori della più bella tra le opere liriche, compositori di nuove sinfonie.

La libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di esperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica.
(Ignazio Silone)

Avellinese,non aspettare il bambinello.Il tuo futuro dipende solo da te.

Lo dico a Te che te ne vai in fretta, tra un acquisto ed un altro, con la testa nello smart phone, attento solo a scansare le cacche dei cani…

Occorre seminare dubbi e non necessariamente per raccogliere certezze, questa più meno la sintesi di un pensiero di Norberto Bobbio, quanto mai attuale e che dovrebbe essere faro delle nostre vite, illuminarci nel cammino tortuoso delle nostre esistenze.

E si perché è inutile illudersi, i tempi moderni, per dirla con Charlot non sono affatto una passeggiata di salute per le nostre coronarie e, quella che era,una volta, una vita ai limiti del bucolico in una piccola città di Provincia, è divenuta in una corsa agli ostacoli, tra pregiudizi, errori, brutture, barriere architettoniche, il bue, l’asinello ed i gazebo dei partiti che spuntano nel fine settimana nel salotto buono della città.

L’immagine è triste assaj, i simboli del natale accanto a quelli dei partiti : un gazebo con qualche bandiera, un tavolino e due seggiolelle, un immagine di una tristezza assoluta.

Le persone camminano in fretta tra un acquisto ed un altro, con la testa negli smart phone, attente solo a scansare cacche dei nostri amici a quattro zampe.

Eh si, perché succede anche questo nella nostra città, un percorso ad ostacoli tra gli escrementi.

Si  voltano, poi con tono distratto a guardare la bancarelle dove si vendono parole e veloci continuano la marcia  dall’altra parte.

Astenici, disinteressati a tutto quanto ai partiti è legato, sfiduciati, stomacati dall’assenza di progettualità e di visione, dagli scandali e dal proliferare continuo di bagattelle, i cittadini si aggirano come in trance, salvo poi riacquisire il colorito e la veemenza quando gioca la squadra del cuore o si piomba in campagna elettorale.

Ecco forse dovremmo ridurre al minimo i tempi di durata di ciascuna amministrazione, al massimo 12 mesi, in maniera tale da ridestare non le coscienze, ma la febbrile ricerca del piazzamento del sederone, perché come si fa, uno ha la figlia giovane, carina, laureata con il massimo dei voti, che non lavora e che meriterebbe tanto, o il nipote, genio dei computer che viene sfruttato in quella piccola azienduccia e che va collocato bene, perché poi si deve sposare e come si fa con il mutuo e la casetta carina da acquistare nella zona in della Città.

Ed allora il problema non sono quelli che ci amministrano o quanto meno non solo loro, ma noi, noi che distratti scegliamo il nostro futuro e quello delle future generazioni con leggerezza  schizofrenica, che parliamo di finanza “ drogata”, di derivati, di titoli e di banche che falliscono mentre compriamo un kg di salsicce dal macellaio o pontificando sui social, con le arie di economisti consumati con decine di pubblicazioni alle spalle.

Popolo di superficiali nelle relazioni umane, e nelle scelte politiche; popolo che ha come Divinità vera e propria sull’altarino in camera da letto, Santa Raccomandazione, popolo, affetto dalla critichite acuta, “che è sempre colpa degli altri”, e “che  tanto non cambia nulla che reagiamo a fare”.

Ed allora quel gazebo con le bandierine può diventare la moderna capanna nella quale riporre il bue e l’asinello, in questo freddo Natale, ormai alle porte, in attesa di un bambinello che possa rappresentare il futuro che arriva con le sue variabili ed incognite, ma che è solo nelle nostre mani e che può essere davvero plasmato a nostra immagine e somiglianza, perché a questo punto non si può che risalire.

Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.
(Karl Popper)

 

Avellino, una città stuprata ogni giorno

La maggior parte della gente consuma metà delle proprie energie cercando di proteggere una dignità che non ha mai posseduto.
(Raymond Chandler)

In un fine settimana di novembre, vicini al Natale, può davvero accadere di tutto nella nostra piccola città di provincia che rischia di sparire da ogni cartina Geografica, ma che è sempre densa di avvenimenti pseudo- politici.

Mai un attimo di riposo, nella lotta all’accaparramento di quella o questa poltrona, che consenta di apparire ancora ed, ancora, in qualche modo senza aver in fondo nessun merito vero e proprio. Senza aver nulla da dire di serio, di preciso.

Una eterna discussione vuota, fatta di nulla, che porta con se una consumata visione politica, che ci ha allontanati dalla società civile, e dalle nuove generazioni.

Questa stanca città stuprata, ogni giorno nei vicoli e tra le strade, tra un cantiere, un abbandono, ed una busta di munnezza, senza aspirazioni, colori e visioni, senza progetti, tra beghe di bassa lega, pettegolezzi, e piccole scaramucce da vecchie comari.

Un mercatino di natale, squallido e piccino, fatto di casuppole sgangherate nelle quali si trova tutto ed il contrario di tutto, contenitori di chincaglieria e di aspirapolveri, di cannoli di origine sicula, o dolci di terra sarda, nulla che ci faccia assaporare l’aria di festa della nostra terra, come se in fondo avessimo dimenticato origini e cultura, e soprattutto avessimo cancellato la nostra storia.

Storia fatta di dignità, di lotte e di affermazioni forti che appaiono sbiadite e lacerate da una nuova generazione di politici e di amministratori, marionette, privi di spina dorsale, incapaci di assumersi la responsabilità di essere guida di una collettività smarrita a cui è stato scippato tutto.

Ed allora tutto diventa ciarla, tutto diventa una commedia buffa, a cui si cambia costantemente il finale, e gli attori,  perché così si rende possibile mascherare le proprie inefficienze ed inettitudini.

E ci si maschera e si arriva in aula e con voce tremolante si legge l’ultimo dispaccio scritto dal burattinaio di turno, si sbattono i fogli sul banco, si guarda un punto nell’infinito, e poi si adagia il fondo schiena sul proprio scranno, e tutto rimane sospeso in un assoluto silenzio, fatto di stupore incredulo di chi finisce con il chiedersi se si possa essere così tanto senza vergogna, avrebbe detto mia nonna.

E mentre tutto questo accade nelle stanze in cui ci si dovrebbe arrivare con la consapevolezza che si esercita semplicemente un mandato temporaneo, e che lo si dovrebbe fare con sacrificio, abnegazione, fuori la città è ferma,  non esagero, è ferma aldilà della grata che ci separa da un cantiere, immobile nel suo essere Provincia, senza essere mai diventata Europea.

E così è ferma la mia generazione, quasi ormai abituata alla palude, nella quale forse si sente protetta dagli attacchi esterni, dalla necessità di mettersi in discussione, di doversi mettere in gioco con competenza e dignità.Corresponsabili, quindi di quanto si consuma in quelle stanze, non vittime, di un sistema che stanno concorrendo a formare.

E chi si discosta viene colpito ed emarginato, scacciato, perché pericoloso, qualcuno potrebbe finalmente scoprire il Bluff degli inetti al Potere.

Ovunque tutti sbraitano dignità, rappresentanza, ma le loro menti e le loro anime sono fango e merda, e come si fa a dare dignità alla merda?
(Charles Bukowski)

Altri Articoli scritti da Maria Rusolo

Penelope non aspettare, il tempo perso non tornerà.

25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Penelope deve smettere di aspettare. La violenza è una mancanza di vocabolario.(Gilles Vigneault)

Sfogliando in questi giorni i giornali, un episodio, l’ennesimo, di violenza su di una donna colpiva la mia attenzione.

Un piccolo trafiletto, solo nomi, nessun cognome, dieci righe di un giornale raccontavano, in maniera rapida, asettica, superficiale, un fatto di cronaca nera, la storia di una donna e della sua sofferenza diveniva un dato statistico, un altro numero d’aggiungere alla lunga lista di morti per mano di un uomo.

Elena, quello il nome  della giovane donna, non è più tra noi, il compagno l’ha uccisa, lei non abita più qui, e per chi crede nell’aldilà, lei è in un altrove migliore di questo, con un viso bello e pulito, e non tumefatto dai pugni, nessun livido da nascondere sotto pullover informi, nessuna scusa più da inventare, libera finalmente ma non in questo mondo, che invece non l’ha accolta e non l’ha protetta.

Non l’ha protetta quella notte in cui spaventata dalle continue telefonate del suo ex compagno e dal suo insistere alla portone di casa, aveva chiamato i Carabinieri con le lacrime che chiudevano la gola e la bocca, e si era sentita rispondere che in realtà non era nulla di grave, che doveva chiudersi in casa e non temere nulla, e che in fondo era un uomo innamorato e deluso.

E le cose non erano cambiate molto, anche nella stanza della caserma quando aveva provato a spiegare quello che le succedeva tutti i giorni ormai da un anno.

Avevano raccolto la denuncia, con un sorriso come se fosse una visionaria, una che in fondo stava esagerando e che non c’era nulla di male a cercare ostinatamente ed in maniera ossessiva la donna che si amava.

Amare?

La maniacalità, la possessività, la persecuzione, la violenza verbale, morale, fisica è amore ?

E quale società sana, ed evoluta può definire questo amore, ma soprattutto quale società può consentire che tutto questo accada, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto senza attivarsi, senza educare, senza punire, senza limitare ed arginare.

E cosa facciamo noi, quali responsabilità individuali ci assumiamo dinanzi alla morte di Elena, ed a quella delle donne come lei, perché non esiste cambiamento collettivo senza un profondo atto di cambiamento individuale, e senza una assunzione di responsabilità umana, piena e consapevole.

Nel leggere quel piccolo, minuscolo trafiletto, quelle parole su di un foglio, di cui nessuno domani avrà memoria, non ho pensato neanche per un secondo alle leggi, alle regole, all’inasprimento delle pene, alla certezza della stessa o alla rapidità della conclusione di un processo, no, nulla di tutto questo, neanche per un istante, neanche per un attimo.

Alla mente mi sono balenati gli atteggiamenti sessisti a cui assisto quotidianamente e che alimentano un terreno, rendendolo fertile, le spallucce di chi non giustifica ma tace, di chi si volta dall’altra parte e di chi omette, ma è ugualmente colpevole.

Io non so quale sia stata la vita di Elena, conosco però molte vite simili alla sua, quella di mia madre per esempio, che sarebbe potuta divenire un numero ma che invece ha deciso di essere un nome ed un cognome, e che con il corpo piegato dal dolore ha deciso di reagire.

Ma lei ha avuto aiuto, e stata sostenuta, accompagnata in un percorso che se “fuori” si è concluso, “dentro” non sarà mai davvero finito.

Ed allora a Penelope non resta che raccogliere la tela, piegarla, riporla e decidere di prendere il mare.

Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono, terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta. Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo a essere piegato, sterile e domato.
(Eve Ensler)

—————

Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, non è una data a caso. E’ il ricordo di un brutale assassinio, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana, ai tempi del dittatore Trujillo. Tre sorelle, di cognome Mirabal, considerate rivoluzionarie, furono torturate, massacrate, strangolate. Buttando i loro corpi in un burrone venne simulato un incidente.

Piango Parigi e la Siria: non esistono morti di serie A e di serie B

“Non amo affatto la parola tolleranza, ma non ho trovate di migliori”. Gandhi

I recenti fatti di Parigi hanno sicuramente turbato e sconvolto ciascuno di noi, le paure nascoste sotto una coltre di perbenismo  e di lontananza fisica e geografica, dai luoghi del Terrore, sono riemerse prepotenti, spingendoci come accade in questi casi a delle reazioni ingestibili, volgari, sconsiderate.

Non voglio entrare nel merito delle questioni, così tanto più grandi di me, così storicamente e politicamente complesse, eterogenee, spesse, fatte di eventi lontani nel tempo, che ci conducono alla colonizzazione ed alle barbarie, ma vorrei soffermarmi solo qualche istante su quanto è esploso sui social e nei mezzi di comunicazione.

Si ha la sensazione di trovarsi in una sorta di corto circuito di cui sconosciuti sono gli effetti, immersi in un mare di blob che travolge tutto rapido e senza un perché preciso.

Parole e scritti, immagini, perversioni tutte scaricate in pasto alle masse senza un nesso logico, senza una finalità che non sia quella di un bieco interesse personale, legato all’affermazione politica di un qualche gruppo di estremisti senza alcuna dignità o decoro.

Schiavi di una eterna campagna elettorale che si alimenta dei nostri bassi istinti e delle paure ancestrali legate alla tutela del territorio e della roba, che poveri innocenti in fuga  da violenza e guerra minacciano.

E sono questi poveri a cui bisogna chiudere le frontiere a cui bisogna impedire l’ingresso nelle nostre scatole di cartone, rei di essere terroristi senza volto e senza identità, sono loro il pericolo da stanare e distruggere senza pietà, attraverso qualsiasi strumento o mezzo, senza lasciare loro possibilità di scampo.

Ed allora si recupera dalle librerie polverose consentendole un fugace passaggio sui social, che tutto consumano e fraintendono, il pensiero della Fallaci, che tutto sapeva e che tutto aveva previsto, ma che fu scacciata per la sua follia cieca e sorda a qualsiasi umanità.

Ma ti fermi un attimo e ti accorgi della superficialità di questa lettura, che sa di un caffè troppo corto, di acqua che non disseta, di un bignami studiato di fretta.

Nessuno nega la complessità di coesistenza tra diversi visioni del mondo, della necessità di questi popoli di abbandonare la teocrazia ed abbracciare la democrazia, di lasciarsi abbracciare e farsi integrare in civiltà lontane e sconosciute, preservando la bellezza intima della storia e del pensiero religioso, ma nessuno può arrogarsi il diritto di negare l’umanità che è base di ogni società che voglia dirsi evoluta e civile.

Ma si, chiudiamo le frontiere, alziamo muri altissimi, circondiamoli di filo spinato, rifuggiamo dalle differenze, insegniamo ai nostri figli che l’odio è la sola speranza, e che non devono suonare pianoforti e violini, ma imparare ad imbracciare fucili, con cui far fuoco sui fratelli.

E non accetto che qualcuno dica che la mia è una visione buonista, di sinistra, di chi non capisce le esigenze, i bisogni, di chi non ha visto un figlio morire per mano di un uomo a viso coperto, no, non lo accetto.

Io ho pianto mentre con il televisore privo di audio guardavo le immagini scorrere sul mio televisore venerdì notte, di un pianto silenzioso e muto di chi però si vergogna perché consapevole che vive in qualche modo nella parte buona e bella del mondo e, però piango anche quando le immagini degli innocenti uccisi in Siria compaiono ai Telegiornali, perché non esistono morti di serie A, e morti di serie B, non esistono giovani in questa parte del mondo che possono sognare e sperare e giovani in quella parte del mondo che devono sperare di riuscire a sopravvivere un altro giorno.

Ed allora come una folle quando domenica sera al Teatro Gesualdo a bocca chiusa i musicisti hanno intonato la marsigliese, con il cuore colmo mi sono ricordata di quelle piccole parole: libertè egalitè e fraternitè, perché non vi è pace e tolleranza senza eguaglianza e giustizia sociale, e che in fondo non è così difficile, basta costruire un mondo fatto di bellezza, e che lì, solo lì risiede ogni speranza.

 “Che cos’è la tolleranza? È la prerogativa dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze: questa è la prima legge di natura”.
(Voltaire)

 

Leggi anche