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Avellinesi, Arrabbiati prima del voto,”Pecore” davanti all’Urna.

“Poche mani, non sorvegliate da controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa.” 

Mentre in Europa tutto si muove a velocità incredibili, e nelle grandi Democrazie tutto è in discussione.

Mentre negli States trionfa il Populismo di destra di un piccolo uomo dal caschetto rosso di capelli, evasore fiscale ed imprenditore dal dubbio passato, che forse ci ricorda qualcuno che ha governato per circa vent’anni nel nostro Paese.

In Italia si discute di chi fra qualche mese guiderà il Partito Democratico, e ad Avellino si discute su come mangiarsi i Fondi che arriveranno nei prossimi anni per investimenti nel recupero delle Periferie e per concludere qualche incompiuta.

Ebbene mentre il Sindaco della nostra modesta, modestissima città con i suoi fedelissimi ad intermittenza rimane saldo al comando sino al 2018, altrove le piccole vedette lombarde costruiscono avamposti, sperando di riuscire ad intercettare il malcontento popolare.

In realtà Avellino non ha mai avuto una vera classe dirigente, ma soprattutto non ha avuto mai dei cittadini nel senso pieno del termine.

Rabbiosi sino ad un attimo prima di entrare nella cabina elettorale, lì subiscono una strana trasformazione ed a capo chino votano su indicazione precisa e senza riflettere.

La storia è scritta dai fatti ed almeno su quella nulla possiamo, è vero che nelle interpretazioni, spesso qualcuno prova a giocare qualche brutto scherzo, ma vi garantisco che i revisionismi hanno vita breve.

La storia della nostra città nel post terremoto è quella di casermoni brulicanti ed osceni, di appalti truccati, e di scatole vacanti, di cubi al quadrato e di nomine sospette.

E’ la storia di un Popolo che con consapevolezza ha voluto cancellare il proprio sentiero pensando che i soldi, che comprano il benessere avrebbero consentito poi di mandare i figli in Università ed in realtà migliori di questa.

E’la storia di un Popolo egoista che è divenuto con coscienza suddito e che ha preferito l’intrattenimento alla cultura, l’amianto al grano, e che sapeva quanto accadeva nelle proprie viscere e sotto i propri piedi, ma ha taciuto pensando che in fondo “domani è un altro giorno e di vedrà”.

Peccato che poi non sia andata proprio così, che il vento sia cambiato ovunque e che anche la Politica ed i Partiti abbiano perso un po’ di potere e di gestione del malaffare.

Perché il malaffare non è solo la tangente per aggiudicarsi l’appalto, ma è anche consentire la costruzione di una casa in dispregio di qualsiasi regola urbanistica, o consentire il parcheggiatore abusivo e lo scarico illegale, o la lavatrice per strada.

La crisi economica mondiale ha fatto ridurre il denaro circolante e soprattutto sono spariti i posti di lavoro usati come promessa elettorale e la gente ha cominciato ad alzare la voce, mentre perdeva le case per mancato pagamento dei mutui o per procedure con equitalia, mentre non riusciva a far studiare più i figli, mentre vedeva chiudere le fabbriche, che avrebbero dovuto garantire ricchezza, mentre vedeva sparire l’orizzonte ed i sogni di benessere e di serenità.

La città ha perso le sue poche certezze, ha perso il verde, gli alberi, i Cinema, ha perso le piazze, ha perso il senso di comunità, il senso di appartenenza, ha perso l’idea del futuro, del domani, ed ha cominciato a sollevare le spalle. I segnali ci sono, seppure ancora, leggeri, la voglia di cambiamento, di ordine, di bellezza seppure ancora poco forte, è strisciante, ma si accompagna alla rabbia ed alla paura che tutto cambi perché nulla cambi.

Il terreno è pronto e lì, ma ha bisogno di braccia forti e di giornate, mesi, forse anni di duro lavoro perché da  quella sterile terra possano cominciare a fiorire nuovamente frutti.

“Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere.”

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