Una città che non parla ai giovani non perde solo abitanti. Perde il proprio futuro. E lo dico anche da padre di un ragazzo di 18 anni, cioè di un giovane che appartiene a quella generazione davanti alla quale Avellino deve finalmente decidere cosa vuole essere.

Una città di partenza. O una città in cui valga ancora la pena immaginare una vita.

Senza giovani, “Avellino 2030” rischia di diventare soltanto uno slogan scritto dagli adulti. Una formula elegante, magari efficace in campagna elettorale, ma lontana dalla vita reale di chi oggi ha 18, 22, 25 o 30 anni. Per questo il tema non può essere liquidato con qualche promessa generica, qualche concerto in più, due parole sugli eventi o una frase ben confezionata nei programmi elettorali.

Chi ha l’ambizione di diventare sindaco di Avellino non può parlare solo ai pensionati, ai commercianti, ai professionisti, ai quartieri o alle categorie organizzate.

Occorre parlare ai ragazzi che stanno scegliendo l’università.

A quelli che sono già fuori. A quelli che restano. A quelli che non sanno ancora se restare sia una scelta di fiducia o semplicemente l’unica possibilità concreta. I giovani che partono non vanno colpevolizzati. Spesso fanno una scelta razionale: cercano università più forti, reti professionali più ampie, trasporti migliori, città più vive, occasioni di crescita.

Partire può essere una ricchezza. Serve a conoscere il mondo, ad allargare lo sguardo, a misurarsi con realtà più grandi, a diventare più liberi. Il problema non è la partenza. Il problema nasce quando Avellino non prepara più il ritorno. Quando tornare significa abbassare le proprie ambizioni. Quando restare sembra una forma di resistenza più che una scelta di futuro.

Poi ci sono i giovani che restano.

Quelli di cui si parla meno, ma che forse raccontano più di tutti la condizione reale di Avellino. Sono quelli che continuano a vivere la città ogni giorno, che la attraversano, la giudicano, la sopportano e qualche volta, forse più spesso di quanto si dica, la amano ancora. Sono quelli che vedono prima degli adulti ciò che manca: luoghi, relazioni, possibilità, spazi, occasioni, movimento.

In molti casi hanno passioni forti: musica, sport, fotografia, teatro, cinema, digitale, grafica, moda, cucina, volontariato, ambiente, motori, comunicazione, artigianato, piccola impresa.

Servono spazi veri. Luoghi dove trasformare passioni in competenze e competenze in futuro.

E serve una strategia seria sul digitale.

Perché oggi un ragazzo può lavorare nella comunicazione, nella grafica, nel videomaking, nello sviluppo web, nell’e-commerce, nel marketing, nell’intelligenza artificiale, nella cybersecurity o nella creazione di contenuti anche partendo da una città come Avellino.

Il digitale è già lavoro, impresa, creatività, competenza. Può permettere a un giovane di restare ad Avellino senza sentirsi tagliato fuori dal mondo. Ma servono connessioni, formazione, spazi, imprese disponibili, bandi accessibili, tutor e reti professionali, in modo da non costringere ogni talento giovane a scegliere tra restare fermo o andare via.

Un po’ quello che è capitato me nel 1996 quando, tra non poche difficoltà e molto scetticismo, diedi vita ad Agendaonline.it, che dal 2000 è diventato il mio lavoro.

Una città che non sa intercettare queste passioni le lascia consumare in privato, le trasforma in hobby isolati e, alla fine, fa solo una cosa: le spinge altrove.

E invece proprio lì dovrebbe cominciare una politica nuova.

Perché una passione, se viene accompagnata, può diventare competenza. Una competenza può diventare lavoro. Un lavoro può diventare radicamento. E il radicamento può diventare futuro per una città intera.

Avellino dovrebbe costruire una vera strategia per i giovani, non una pagina marginale dei programmi elettorali. Servirebbero spazi comunali aperti e organizzati per musica, prove, studio, coworking, creatività e formazione. Servirebbero laboratori permanenti nei quartieri, non solo eventi una tantum in centro. Servirebbero convenzioni con scuole, associazioni, imprese, ordini professionali, università, attività commerciali, realtà sportive e culturali.

Servirebbe una rete di tutor e professionisti disposti ad accompagnare i ragazzi che hanno un’idea, ma non sanno da dove cominciare. Servirebbe un piccolo fondo comunale per finanziare microprogetti under 25: una rassegna, un laboratorio, un prototipo, un festival di quartiere, una startup culturale, una produzione audiovisiva, una squadra, una mostra, una web radio, un progetto sociale.

Non cifre impossibili. Basterebbe iniziare con metodo.

Basterebbe dire ai giovani: questa città non vi guarda solo quando deve chiedervi il voto, ma quando dovete provare a costruire qualcosa. Ad Avellino il voto under 30 vale verosimilmente intorno ai 6 mila elettori residenti. Se allarghiamo lo sguardo agli under 35, arriviamo oltre gli 8 mila.

Non sono “ragazzi da intercettare sui social”. Sono una massa civica potenzialmente decisiva.

Alle comunali 2024, al ballottaggio, la differenza tra Laura Nargi e Antonio Gengaro fu di 889 voti. Nel 2019 Gianluca Festa superò Luca Cipriano per 692 voti. Questo significa una cosa semplice: una piccola mobilitazione, o smobilitazione, del voto giovane può cambiare una campagna elettorale.

Mille giovani motivati, delusi o assenti possono pesare più di molti comizi.

Il punto non è come prendere il voto giovane. Il punto è cosa si offre ai giovani prima di chiedere loro il voto. Perché i giovani non sono una categoria da citare nei programmi. Sono la misura della credibilità di ogni programma.

Avellino non deve chiedere ai suoi giovani un atto di fedeltà. Deve offrire loro una ragione credibile per scegliere questa città.

E il futuro, per Avellino, non comincia nel 2030.

Comincia quando un ragazzo di 18 anni guarda questa città e riesce ancora a pensare: qui posso studiare, lavorare, realizzarmi, costruire una famiglia e restare vicino ai miei affetti.

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Lino Sorrentini, direttore Agendaonline.it e Donato Pennatta, giurista sono ospiti di Norberto Vitale. Puntata del 29 aprile 2026.
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