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mercatini natale avellino
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Avellino, una città stuprata ogni giorno



La maggior parte della gente consuma metà delle proprie energie cercando di proteggere una dignità che non ha mai posseduto.
(Raymond Chandler)

In un fine settimana di novembre, vicini al Natale, può davvero accadere di tutto nella nostra piccola città di provincia che rischia di sparire da ogni cartina Geografica, ma che è sempre densa di avvenimenti pseudo- politici.

Mai un attimo di riposo, nella lotta all’accaparramento di quella o questa poltrona, che consenta di apparire ancora ed, ancora, in qualche modo senza aver in fondo nessun merito vero e proprio. Senza aver nulla da dire di serio, di preciso.

Una eterna discussione vuota, fatta di nulla, che porta con se una consumata visione politica, che ci ha allontanati dalla società civile, e dalle nuove generazioni.

Questa stanca città stuprata, ogni giorno nei vicoli e tra le strade, tra un cantiere, un abbandono, ed una busta di munnezza, senza aspirazioni, colori e visioni, senza progetti, tra beghe di bassa lega, pettegolezzi, e piccole scaramucce da vecchie comari.

Un mercatino di natale, squallido e piccino, fatto di casuppole sgangherate nelle quali si trova tutto ed il contrario di tutto, contenitori di chincaglieria e di aspirapolveri, di cannoli di origine sicula, o dolci di terra sarda, nulla che ci faccia assaporare l’aria di festa della nostra terra, come se in fondo avessimo dimenticato origini e cultura, e soprattutto avessimo cancellato la nostra storia.

Storia fatta di dignità, di lotte e di affermazioni forti che appaiono sbiadite e lacerate da una nuova generazione di politici e di amministratori, marionette, privi di spina dorsale, incapaci di assumersi la responsabilità di essere guida di una collettività smarrita a cui è stato scippato tutto.

Ed allora tutto diventa ciarla, tutto diventa una commedia buffa, a cui si cambia costantemente il finale, e gli attori,  perché così si rende possibile mascherare le proprie inefficienze ed inettitudini.

E ci si maschera e si arriva in aula e con voce tremolante si legge l’ultimo dispaccio scritto dal burattinaio di turno, si sbattono i fogli sul banco, si guarda un punto nell’infinito, e poi si adagia il fondo schiena sul proprio scranno, e tutto rimane sospeso in un assoluto silenzio, fatto di stupore incredulo di chi finisce con il chiedersi se si possa essere così tanto senza vergogna, avrebbe detto mia nonna.

E mentre tutto questo accade nelle stanze in cui ci si dovrebbe arrivare con la consapevolezza che si esercita semplicemente un mandato temporaneo, e che lo si dovrebbe fare con sacrificio, abnegazione, fuori la città è ferma,  non esagero, è ferma aldilà della grata che ci separa da un cantiere, immobile nel suo essere Provincia, senza essere mai diventata Europea.

E così è ferma la mia generazione, quasi ormai abituata alla palude, nella quale forse si sente protetta dagli attacchi esterni, dalla necessità di mettersi in discussione, di doversi mettere in gioco con competenza e dignità.Corresponsabili, quindi di quanto si consuma in quelle stanze, non vittime, di un sistema che stanno concorrendo a formare.

E chi si discosta viene colpito ed emarginato, scacciato, perché pericoloso, qualcuno potrebbe finalmente scoprire il Bluff degli inetti al Potere.

Ovunque tutti sbraitano dignità, rappresentanza, ma le loro menti e le loro anime sono fango e merda, e come si fa a dare dignità alla merda?
(Charles Bukowski)

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