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Avellino, dal gol di Russo ai problemi a centrocampo: a mente fredda, cosa non ha funzionato contro l’Arezzo

24 Agosto 2026di Lino Sorrentini
Alessandro Nesta ai microfoni di Prima TV
Alessandro Nesta ai microfoni di Prima TV

Ci sono partite che sembrano semplici finché il risultato continua a dare ragione a chi le sta guardando. Sabato sera, per una ventina di minuti, Avellino-Arezzo è stata una di queste. Il Partenio-Lombardi pieno, l’entusiasmo per la nuova stagione, il gol di Raffaele Russo dopo un avvio aggressivo: tutto lasciava pensare che la serata avesse preso la direzione giusta.

Poi, quasi senza accorgersene, l’Avellino ha iniziato a perdere il controllo del centrocampo: i reparti, già larghi per scelta tecnica, si sono allungati, Palmiero è rimasto troppo isolato nella propria metà campo e l’Arezzo ha trovato sempre più spazio per costruire la propria reazione.

È probabilmente questo il punto da cui conviene ripartire due giorni dopo, quando il risultato pesa un po’ meno e si può guardare alla partita senza fermarsi al semplice 1-2. Perché i primi venti minuti erano stati esattamente quelli che avevamo immaginato alla vigilia: pressione alta, pubblico coinvolto, volontà di sorprendere l’Arezzo prima che riuscisse a prendere le misure.

L’Avellino lo ha fatto. Ha trovato il vantaggio con Russo e, nei 7-8 minuti immediatamente successivi, ha continuato a giocare con ordine, mantenendo alta la pressione e impedendo all’Arezzo di costruire con continuità. Il possesso palla sembrava ancora sotto controllo e la squadra riusciva a ripartire con pericolosità, dando l’impressione di poter gestire il ritmo della partita.

Ma il calcio ha un brutto vizio: l’avversario pensa.

E Cristian Bucchi ha letto molto bene la situazione. Nel dopogara ha indicato proprio intorno al ventesimo minuto il momento in cui l’Arezzo ha cominciato a venir fuori. Non era una frase di circostanza: i toscani avevano iniziato a prendere campo, a occupare meglio la zona centrale e a costringere l’Avellino a giocare sempre più lontano dalla porta.

Il finale del primo tempo aveva già mandato segnali piuttosto chiari. Al 40’ Tavernelli aveva cercato la conclusione dalla trequarti, un minuto più tardi Arena aveva impegnato Martinelli rientrando da destra sul mancino. Nel recupero, al 46’, ancora Tavernelli aveva trovato spazio dentro l’area, prima dell’occasione più pericolosa: al 48’ Cianci, servito da Ionita sulla mezzaluna, aveva sfiorato il palo alla sinistra di Martinelli.

Quattro conclusioni nel giro di otto minuti che raccontavano meglio del punteggio come l’Arezzo avesse ormai preso campo. L’Avellino andava negli spogliatoi avanti 1-0, ma gli ultimi minuti della prima frazione avevano già fatto emergere più di un campanello d’allarme. Non colto dall’allenatore dei lupi.

L’impostazione di Alessandro Nesta rimaneva inalterata allargare il 4-3-3 dell’Arezzo, portando Palumbo, Moruzzi e Cancellotti molto vicini alle linee laterali e lasciando Russo libero di muoversi alle spalle degli attaccanti. Una scelta precisa, pensata per creare spazio dentro.

Purtroppo quello spazio a centrocampo, con il passare dei minuti, lo ha occupato meglio l’Arezzo.

A tratti i giocatori dell’Avellino erano talmente larghi da sembrare quasi mandati a fare compagnia al guardalinee. La battuta viene facile, ma il problema era reale. D’altronde da decenni nel calcio si ripete che una squadra non deve allungarsi tra i reparti. Sabato l’Avellino è riuscito a fare entrambe le cose: si è allargato e si è anche allungato.

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È qui che Luca Palmiero, che assolutamente non ha demeritato, è finito troppo spesso lontano dalle zone in cui avrebbe potuto incidere davvero. Riceveva basso, quasi davanti alla difesa, con pochi riferimenti vicini e molti compagni, tranne Russo, troppo lontani da lui. Il pallone girava, ma la manovra diventava troppo laboriosa: tanti passaggi per guadagnare pochi metri. Il centrocampista avellinese era stato ingabbiato e no era un caso.

Proprio Palmiero era uno degli obiettivi preparati da Bucchi. Nel dopo partita il tecnico dell’Arezzo lo ha definito «il cervello dell’Avellino» e ha spiegato di aver affidato a Iaccarino il compito di «togliere la fonte di gioco».

La scelta ha funzionato perché, senza palla, l’Avellino ha faticato anche a fare filtro. Gli attaccanti provavano ad andare in pressione sui difensori toscani, ma troppo spesso quella pressione rimaneva isolata. Superata la prima linea, l’Arezzo trovava spazio per alzare la testa e giocare.

Arena ha messo in difficoltà Moruzzi, ma sarebbe troppo semplice trasformare il terzino nel colpevole della serata. L’esterno toscano riceveva spesso il pallone con campo davanti e poteva puntarlo e saltarlo.

È nella gestione di questa fase che Nesta lascia le perplessità maggiori.

Dopo Monza, alcuni problemi di equilibrio erano già emersi. Quella partita avrebbe dovuto rappresentare un primo campanello d’allarme, soprattutto sulla necessità di accorciare meglio la squadra e trovare maggiore protezione in mezzo. Contro l’Arezzo, invece, Nesta non sembra aver fatto davvero tesoro di quella lezione.

Quando la gara ha cominciato a complicarsi, il tecnico ha dato l’impressione di considerare il problema più negli uomini che nell’impostazione. Gli ingressi quasi contemporanei di Di Maggio, Sounas e Marco Sala per Palumbo, Besaggio e Moruzzi vanno proprio in questa direzione: tre interpreti nuovi, senza una vera modifica dell’assetto.

Ed è probabilmente questa la scelta che convince meno.

Una squadra che aveva già perso qualche distanza si è ritrovata a dover ricostruire anche riferimenti e movimenti con tre uomini appena entrati. Palmiero, a fine gara, ha parlato di un Avellino «poco lucido» e «allungato troppo». Una frase che fotografa bene proprio quella fase.

Dentro una partita diventata progressivamente più difficile resta Russo, capace non soltanto di segnare ma di andare continuamente alla ricerca del pallone, abbassandosi, allargandosi, provando a creare qualcosa anche quando la manovra perdeva fluidità. Ma un giocatore come lui dovrebbe essere l’arma in più dell’Avellino, non quello costretto a muoversi ovunque per rimettere insieme la manovra.

Alla fine l’Arezzo non ha dominato e l’Avellino ha avuto anche le occasioni per vincere. Ma Bucchi superato il momento iniziale di difficoltà, ha individuato dove poteva far male e ha insistito. Nesta aveva preparato bene l’avvio ma quando l’avversario ha trovato le contromisure, lui non ne ha trovate altre altrettanto efficaci.

Una stagione non si giudica dopo novanta minuti. Una partita sì. E questa volta, a mente fredda, la sensazione è che Nesta l’abbia sbagliata.

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