fbpx
Teatro Carlo Gesualdo
Teatro Carlo Gesualdo
Blogger

Avellino – I luoghi chiusi generano menti e coscienze chiuse.

Il teatro Gesualdo di Avellino è un bene immateriale e materiale, nessuno può oltraggiarlo o privare la comunità del senso di appartenenza a questo bene.

Solo l’uomo colto è davvero libero. ( Epitteto)

C’era una volta un re….le favole, le storie con le quali siamo cresciuti e su cui si è costruita la nostra storia umana nel tempo si aprono tutte più o meno così e di lì e da quel momento si apre dinanzi al nostro orizzonte un percorso, un viaggio immenso e che ci arricchisce qualunque sia la sua natura ed il suo contenuto.

La capacità di diffondere il pensiero, e le forme attraverso cui il pensiero arriva agli altri sono una ricchezza  che non può essere sottovalutata, non considerata, abbattuta o quanto meno accantonata.

La cultura  ha la necessità, a causa dei continui attacchi che essa subisce di radici fortissime, ben salde nel terreno, radici lunghe ed avvolgenti che trattengano il terreno dal pericolo delle intemperie, delle guerre e delle sommosse.

E quanto siano in tal senso importanti i luoghi che la cultura l’accolgono e la diffondono non è cosa che possa essere sottovalutata.

L’uomo ha bisogno di vedere sulla scena il dramma e la commedia della propria vita, le lacrime, le gioie, le buffe messinscene, per poter essere un uomo migliore e per costruire un orizzonte sgombro da nuvole ed i cui temporali siano lo strumento con il quale l’aria assuma un dolce odore di zagare e peschi in fiore in quella che sarà la Primavera della civiltà.

  • Ora cosa accade se questi luoghi vengono chiusi, reclusi, se intorno a questi luoghi vengono costruite barriere, oscene gabbie?
  • Cosa succede all’uomo che in quella città vive e che in quella città dovrà far crescere i propri figli ed accudire i propri nipoti?
  • Cosa accade se l’uomo non ha più luoghi in cui raccontare la propria storia e nei quali immaginare sogni ed incubi? Se non ha posti in cui esorcizzare quegli incubi?

Simone De Beauvoir diceva che la cultura l’aveva salvata dalla solitudine e dalla disperazione, cosa accade se l’uomo disperato vive la sua quotidianità?

L’uomo si ammala, e si badi bene non esagero, l’uomo si aliena e pensa che quanto accade è parte costante di un destino ineluttabile che nessuno ha le armi per cambiare.

E’ un po’ quello che sta accadendo nella nostra città.

Luoghi chiusi, menti e coscienze chiuse, senza che la luce possa prepotente entrare a spazzare via le ombre.

Piccole finestre da cui passa solo una labile ondata d’aria, aria malsana e stagnate che ci lascia sopravvivere e non vivere.

Ma rischiamo che si finisca per abituarsi anche a questa grama esistenza.

Ora possiamo scegliere se rimanere in estasi dinanzi ad uno schermo a sfogare il nostro livore sui social, oppure abbracciare “ le armi” della consapevolezza e della nostra tradizione e provare a cambiare quanto accade.

Il nostro Teatro ha chiuso le proprie porte ed io  non vorrei mai che aprisse per essere oscena rappresentazione di un futuro assalto ai forni, vorrei che finalmente la Politica con consapevolezza e senza cieca demagogia si sedesse a riflettere sulla necessità di ridare anima e spirito a questa città che agonizzante sta per esalare l’ultimo respiro.

Il teatro è un bene immateriale ed un bene materiale, credo di averlo già detto in uno dei miei lunghi sproloqui a difesa della cultura e della bellezza, nessuno può oltraggiarlo o privare la comunità del senso di appartenenza a questo bene.

Acqua, luce, sole, mare, terra, non appartengono , sfuggono alle logiche della dinamica barbara della proprietà ed il medesimo discorso va compiuto con coraggio e chiarezza con la cultura.

Si può decidere come gestire un bene, ma il principio cardine indiscusso ed indiscutibile deve essere l’appartenenza alla collettività secondo criteri di condivisione e di comunione, orientando l’agire PUBBLICO ai principi di economicità e non di interesse e profitto.

Ed una amministrazione che abdicasse dinanzi a questa evidenza dovrebbe lasciare la città, di notte coperta dalla indignazione e dalla relazione dei propri cittadini.

Ed attendo con speranza che questa reazione giunga, che la città non perda ancora una volta la capacità di ribellarsi alla violenza fisica e morale che si sta compiendo nel silenzio e con strisciante  furbizia.

Attendo fiduciosa una catena lunghissima che ci mostri un nuovo orizzonte.

Nel tempio della cultura entriamo per imparare a non inginocchiarci


Spot

Spot

Spot