1799: Avellino diventa capoluogo

di Andrea Massaro

L'arrivo dei francesi, sul finire del secolo XVIII, ha fatto innalzare, ma per breve tempo, l'albero della libertà anche in Avellino.

Nell'anno 1799 la città irpina è proclamata capoluogo del nuovo Cantone del Volturno, il quale aggrega i Comuni di Pratola Serra, Candida, Manocalzati, San Potito, Salza Irpina, Parolise, Sorbo Serpico, S. Michele, Serino, S. Lucia, S. Stefano, Volturara, Turci, Aiello, Solofra, Bellizzi, Cesinali, Atripalda, Contrada, Monteforte, Mercogliano, Ospedaletto e Montefredane.

A capo della municipalità è nominato Giovan Francesco Lanzilli in sostituzione del Sindaco e degli eletti, i quali nei periodi precedenti si erano occupati degli affari municipali. Le alterne sorti delle armi travolgono la città nell'orrore facendo compiere scempi e saccheggi da quelli che pretendono di meritarsi l'appellativo di "liberatori".

Dopo un volgere di breve periodo anche il Lanzilli è travolto dagli avvenimenti e un nuovo comitato della municipalità è posto alla guida della Città.

Giovanni Barone, Gioacchino Gallo, Gaetano Salzano, Biagio Pepe e Carmine Villani sono i componenti del nuovo esecutivo civico, seduto su un insicuro e quanto mai traballante scanno destinato ben presto a precipitare. Com'era nei presagi, anche questo corpo ha vita breve, come appare in un documento del 28 aprile 1799, che si apre con il motto transalpino di "libertà ed eguaglianza".

Nello stesso documento troviamo i "cittadini" Pietro Rossi, Preside e Sebastiano Preziosi, "municipale", oltre ai "rappresentanti" Gaetano Salzano, Gioacchino Battista Pelosi, Domenico Roca e Giovanni Festa, tutti impegnati, più che ad amministrare, a firmare note di spese per il mantenimento delle truppe in Avellino. Il 10 giugno 1799 il Cardinale Ruffo con le sue armate è in Avellino deciso a ristabilire "l'ordine" precostituito. Nemmeno tre giorni dopo, la caduta di Napoli segna il colpo decisivo che recide il tanto decantato albero della libertà. Seguono a questi avvenimenti severe condanne per i patrioti e laute ricompense ai fedelissimi. Avellino esce da questi eventi con una situazione economica più che precaria e prossima al tracollo totale. '`Tempi calamitosi" sono definiti dai pubblici ufficiali roganti, e le ristrettezze si fanno sentire sempre di più. Molti sono costretti a vendere i loro beni e molti altri ancora gravati da forti e pesanti ipoteche. Passata la bufera, la vita cittadina dei primissimi anni dell'800 è ancora racchiusa nelle mani dei "Magnifici", titolo questo attribuito alle persone di un certo rango, che si sono avvicendati nel reggimento della Città in seno all'università sino al 1806 quando nuovamente le armate francesi di Napoleone occupano il regno di Napoli. Il Decennio registra un susseguirsi di leggi ed istituzioni dettate dai nuovi "liberatori". Per la parte che qui a noi interessa si citano le leggi dell'8 agosto, n. 132, relativa alla divisione ed amministrazione delle province del regno e quella del 18 ottobre dello stesso anno, n. 211, con la quale si ordina la formazione dei decurionati, dei consigli provinciali e distrettuali. Con le citate leggi si prescrive che i corpi rappresentativi le università (comuni) saranno distinti con la denominazione generale ed uniforme di Decurionati. La stessa legge per i Comuni superiori ai 6000 abitanti e, quindi, per Avellino, prevede che i decurioni dovranno essere tratti a sorte tra i proprietari che vantano una rendita non inferiore a ducati 96, i quali saranno iscritti in un registro da redigersi due mesi prima della formazione dei corpi amministrativi. Il numero dei decurioni varia secondo la consistenza numerica della popolazione e per Avellino essi devono essere 30, il massimo consentito per i Comuni superiori ai 10 mila abitanti. Avellino, infatti, conta 10.194 mila abitanti. Altra clausola è rappresentata dall'obbligo di saper leggere e scrivere riservato ad almeno un terzo del corpo. L'età per ricoprire la stessa carica è, infine, fissata ad anni 21. Nel mese di maggio il decurionato "si congrega" per eleggere il Sindaco, gli Eletti e gli altri addetti all'amministrazione.

Il primo Sindaco di Avellino del nuovo corso è Matteo Rossi.

I due eletti, invece, sono Luigi Ieppariello e Modestino Gallo, entrambi dottori fisici. La durata della carica è fissata ad un anno, riconfermabile per un altro anno, nel qual caso la legge prescriveva la maggioranza dei due terzi dei votanti. Dei Sindaci del decennio il solo Sebastiano Plantulli riesce ad ottenere la prescritta maggioranza per la riconferma, in quanto lo troviamo a capo del decurionato nel biennio 1806-1808, mentre i ricordati Matteo Rossi e Catello Solimene devono aspettare alcuni anni per ritornare alla carica di primo cittadino. Il titolo I della citata legge 8 agosto 1806, n. 132, divide il territorio del Regno di Napoli in 13 province tra le quali il Principato Ulteriore con "capitale" Avellino.

Ogni provincia, a sua volta, è divisa in distretti ed il Principato Ulteriore annovera quelli di Avellino, Montefusco e Ariano. " Il successivo decreto del 13 agosto, n. 136, nomina Intendente della nostra provincia il Colonnello Giacomo Mazas, già Preside di Montefusco dal 7 marzo 1806. La figura del Mazas è particolarmente legata agli avvenimenti di questi anni che interessano Avellino.

Pochi giorni dopo la nomina a "Preside e Governatore dell'Armi della provincia di Montefusco", il colonnello Mazas deve personalmente constatare come la vita in questa provincia non è poi tanto sicura. Il 21 marzo 1806, il Preside Mazas si rivolge al Direttore della Polizia del Regno di Napoli, Don Cristofaro Saliceti, al quale comunica che il giorno prima, alle "ore 17 d'Italia", fu immesso nel pieno possesso della sua carica. Mentre professa di "impiegare tutta la sua opera in servizio dello Stato" deve rassegnare al Saliceti come "le strade lungo il Capo Consolare sono nello stato lo più rovinoso ed i legni, traini e carrette non camminano un passo senza un evidente pericolo". Questa insicurezza, per il Mazas, si riflette negativamente sul traffico e sul commercio tra le Puglie e la capitale.

Nel proprio rapporto il Preside ha modo di testimoniare tale disagi: "Ho veduto ocularmente con quanto pericolo ho viaggiato io fin qui". Più oltre aggiunge ancora: "... che in mezzo la strada della Città di Avellino e lungo la strada delle Puglie ivi passando ho veduto esisterci una quantità di Legni atti alla costruzione, fatti incidere dal passato governo nei boschi adiacenti, e trasportare colà, per poi continuarsene il trascino nell'Arsenale di Napoli".

Uno dei primi atti del nuovo Preside di Montefusco è quello di diramare un avviso ai governanti dei Comuni di Monteforte, Mercogliano, Avellino, Atripalda, Montefredane, Prata e Pratola. Il 22 marzo 1806 Mazas avverte i Comuni infestati dai banditi, affermando che è giunta notizia "che lungo la strada Consolare da tratto in tratto si veggono comparire delle Persone armate, le quali sotto pretesto di guardatura commettono delle estorsioni a Viaticali, Trainanti ed altri passaggieri con sommo danno, e pregiudizio del traffico e pubblico commercio ... Per "togliere in avvenire simili abusi ed evitare l'estorsioni" il Preside ordina ai suddetti Comuni la massima vigilanza. Copia dell'avviso dovrà essere affisso sulle porte delle "Taverne lungo la strada Consolare con i più pressanti ordini ai Tavernari di rendere istruiti tutti i passaggieri, onde non si lasciano commettere delle frodi ed estorsioni..~.'i.''

In altro rapporto del 26 marzo 1806, sempre diretto al Segretario di Stato e Ministro della Polizia Saliceti, Mazas insiste sul problema della sicurezza e dell'ordine pubblico della Provincia. In questo nuovo rapporto il Preside ammette che, escluso il fenomeno che affligge la strada Consolare, dove i taglieggiatori terrorizzano trainanti e passeggeri, nel resto della provincia "le Popolazioni erano in tranquillità, non esistendovi Comitive Crassanti di Malviventi, né pubblici perturbatori o Malintenzionati...".~9 Una visita alle prigioni di Montefusco, le famigerate prigioni dei Martiri del Risorgimento, fa toccare con mano lo stato miserevole nel quale sono tenuti i carcerati. Anche per questi infelici Mazas emana disposizioni dirette ai custodi e carcerieri "per togliere quegli abusi introdotti" La situazione della finanza pubblica nella quale versa la provincia, verificata dal Preside, è quanto mai sconcertante. Il farraginoso meccanismo del catasto, la "promiscuità de' territori delle varie università" e l'ignavia della Regia Camera sono le cause principali degli "attrassi" finanziari di tutti i Comuni. Ritornando, infine, ancora una volta sull'ordine pubblico, il Colonnello Mazas informa il Saliceti di aver spedito una squadra, agli ordini del Comandante francese, per arrestare "alcuni malintenzionati, che si sentono nella vicina terra di Ospedaletto e per disarmare le loro case ,, I1 30 novembre 1806 il Decurionato di Avellino, appena nominato, è impegnato a segnalare i consiglieri provinciali del proprio distretto. Un altro problema che spesso appare negli atti di questo periodo è quello dei vari "accomodi" che il Decurionato si trova a fronteggiare. Evidentemente questi interventi sono in relazione al sisma del 26 luglio 1805, conosciuto come il terremoto di S. Anna, che interessò l'Irpinia e le altre zone del Sud. La penuria di locali e lo stato di inagibilità di molti di essi creano non poche difficoltà alle autorità locali per reperire vasti ambienti per la sistemazione dei pubblici uffici a causa del trasferimento da Montefusco ad Avellino della gran massa burocratica, qui precipitatasi a seguito della recente elevazione di Avellino a capoluogo di provincia. Oltre al Mazas, Avellino capoluogo vede arrivare direttamente dalla Francia Lèopold Sigisbert Hugo, chef de battaillon nel Real-Corso, nominato Maggiore dello stesso Real-Corso il 30 novembre 1806 e inviato in Avellino nella primavera seguente.Il 23 novembre 1808 è promosso al grado di Colonnello ed è nominato, per un breve periodo, governatore militare del nuovo capoluogo del Principato Ulteriore. Qui il colonnello Hugo sarà raggiunto dalla sua famiglia, la moglie Sophie ed i figli Abel, Eugène e Victor. Ma, oltre alla famiglia Hugo, ad Avellino giungono molti uomini di toga, di finanza e artisti. Tra questi si ricordano Giuseppe de Samuele Cagnazzi e Mariano Uva. Giuseppe de Samuele Cagnazzi (morto nel 1838), fratello del più noto Luca (1764-1852), il grande economista di Altamura, si è stabilito in Avellino a seguito della sua nomina a Direttore dei Dazi Indiretti, avvenuta anche questa poco dopo l’elevazione di Avellino a capoluogo di provincia.

Giuseppe Cagnazzi in Avellino svolge non solo l'incarico di primo funzionario delle imposte, ma anche quello d’illuminato precettore del piccolo Victor Hugo (TARANTINO FRATERNALI, La Famiglia Hugo. I giorni della ricce Frizione e l'infanzia avéllinese di Victor (Avellino-1807-1808), Avellino 1985, pp. 12 e segg.).

Don Mariano Uva, padre del pittore Cesare, al quale si deve la celebre e mai dimenticata Veduta della Piazza della Libertà di Avellino (A. MASSARO, Cesare Uva pittore Avellinese, Lioni 1986, p. 12. Cesare Uva nacque 1'11 novembre 1824 da Mariano e Lucia D'Argenio giovane avellinese sposata pochi anni prima. Avviato all'arte dal padre frequentò la bottega dello Smargiassi e poi l'Accademia delle Belle Arti di Napoli.

Oltre alla veduta della Piazza Libertà di Avellino, Uva è autore di numerose altre vedute di Avellino, dell'Irpinia, di Napoli e della Campania. Un elenco, sebbene incompleto, delle sue poche opere rintracciate è contenuto nel mio Cesare Uva pittore avellinese cit. Cesare Uva morì il 16 febbraio 1886), arriva anch'egli all'indomani della proclamazione di Avellino a capoluogo.

 Don Mariano Uva, pittore "ornamentista" di buon talento, viene proprio da Montefusco, quella Montefusco da poco declassata a semplice città del mandamento dopo un lungo periodo di relativo primato goduto come capitale del Principato Ulteriore. E Don Mariano in Avellino si è portato perché attratto dalle maggiori occasioni di lavoro che la città offre dopo la traslocazione del capoluogo effettuata dai Francesi.

Ma il nuovo ruolo imposto ad Avellino doveva, come ricordato, richiamare non solo togati, funzionari e artisti. Un cenno a parte merita Gennaro Serena, (vedi il boia della Città di Avellino) anch'egli venuto in Avellino da Montefusco. Ma in questo periodo Avellino capoluogo presenta anche l'altra faccia della medaglia. Se da un lato la promozione ha sicuramente apportato benessere, legato alla presenza degli uffici e delle istituzioni pubbliche, dall'altro ha incrementato anche il pauperismo dovuto agli accattoni e mendicanti, in larga misura precipitatisi in Avellino attratti dal miraggio della carità pubblica e privata. Un'altra piaga è rappresentata dalla proliferazione dei figli illegittimi, accolti nel brefotrofio, allora installato alla Via Trinità.

Il fenomeno degli esposti, dal 1809, può essere studiato con più attenzione sfogliando i registri dello stato civile, istituiti in ogni Comune a seguito delle disposizioni del libro I, titolo 2, del codice Napoleone e, in particolare, del Real Decreto 29 ottobre 1808. La trentasettenne Pia Ricevitrice Teresa d'Agostino, nelle sue quotidiane ispezioni alla "ruota" dell'orfanotrofio di Avellino, difficilmente rientra a mani vuote.

In più occasioni le sue braccia sono ingombrate da fagotti umani, avvolti in dignitosi cenci, ove si trova il frutto di nascosti amori o addirittura di dolorose scelte, determinate da presenza di numerosa altr. prole in famiglie povere ed emarginate. I bimbi ritirati dalla ruota vengono accolti nell'orfanotrofio ove sopravvivono soltanto i più fortunati, i selezionati della natura.I1 più delle volte, dopo pochi giorni, a causa della elevata mortalità infantile, si ritrovano paurosi vuoti nelle misere culle, ben presto, però occupate da nuovi ospiti. Una delle prime incombenze che attende l'operatrice dell'Orfanotrofio è quella della dichiarazione da rendere al Sindaco.

Il 12 marzo 1810 viene trovata nella ruota una bambina sulla qual' una mano pietosa ha appuntato un biglietto, omero un "cartellino", come è scritto nel relativo registro degli atti di nascita, ove è detto che Fio rioda, questo il nome dato alla bambina, è nata "ad ore tredici del dieci marzo" e non altro.

Il ritrovamento e la dichiarazione sono testimoniati dal "doganiere! Nicola Luciano e dal "sartore" (sarto) Matteo della Pia. Un "campagnuolo" Antonio Pisano il 13 marzo di quell'anno, mentre dalla sua masseria si porta in Avellino, giunto al "crocevia Villano'' trova un bimbo abbandonato nella pubblica strada. Il clerico Antonio del Gaudio ed il sacerdote Antonio Imbimbo sono i testimoni della dichiarazione del bambino al quale viene dato il nomi di Gregorio.

Ancora un "cartellino" ci svela l'ora e il giorno di nascita di Letizia:' ore 9 del 24 aprile". Il solito Matteo della Pia e Don Cosimo Pagnotta, sacerdote, sono gli accompagnatori della ricevitrice Teresa d'Agostino. Ma non tutti gli illegittimi sono abbandonati nella ruota. Nicola Giacchetta, cocchiere, di anni 46,1'11 maggio presenta a Sindaco un bambino illegittimo nato da Teresa Pirone, sua convivente. Anche la strada spesse volte, accoglie neonati. Giacomo Scarzone, anni quaranta, vive ad Ariano. La sua attività di "corriere" lo porta ogni giorno ad Avellino. In uno di questi spostamenti, avvenuto il 14 maggio, sulla via d Avellino trova un bambino che "apparisce nato da pochi giorni".

Unitamente ad Antonio Bellabona, "semmolaro" e Nicola Pepe, "cardalana", occasionali testimoni, dà al bambino il nome del santo protettore del suo paese: Oto. Raffaele Giambarba, anni 22, "stampatore" di professione, e Giovanni Guerriero, anziano quarnimentaro", sono i testimoni a fianco di Teresa d'Agostino per la notifica del ritrovamento nella ruota di Avellino, avvenuta il 5 agosto.

Il 25 ottobre dello stesso anno viene depositato nella stessa ruota una vispa femminuccia: Maria Raffaela. Il Natale del 1810 trova nella solita ruota un bambino al quale viene imposto il nome di Giovanni. Ma in quel Natale è avvenuta, come abbiamo visto, anche la dichiarazione di nascita di Mariangela Serena, la figlia dell'aiutante boia di Montefusco, ormai naturalizzato avellinese. La sequela di nomi, di date e di fatti continua per tutto il secolo e anche per quello seguente. Ma il decennio francese non rappresenta solo un incremento della popolazione per l'attrattiva di facili occasioni che la città offre, specialmente in ordine alla burocrazia e a quanto si concentra intorno ad essa Il Decennio offre anche opportunità di impensabili movimenti in alcuni ceti, specialmente in quello militare. Al seguito delle armate francesi che, in quei turbinosi inizi del XIX secolo si muovono all'ombra dell'aquila di Napoleone, non sono pochi gli irpini che seguono il grande Carso ed i suoi eserciti, padroni incontrastati di quasi tutta l'Europa. Tra i numerosi insigniti di speciali decorazioni, figurano, infatti, molti avellinesi che meritano di fregiarsi delle onorificenze e medaglie rilasciate dal governo francese. Nell'elenco degli insigniti, figura, tra gli altri, e non poteva mancare per il suo trascorso di combattente, l'eroico protagonista dei fatti avellinesi del luglio 1820, Lorenzo De Concilj, il leone d'Irpinia, come lo ha definito Vincenzo Cannaviello.

Il 30 dicembre 1814 il De Concilj si fregia, allorché rivestiva il grado di Maggiore del 3° Reggimento Cavalleggeri, della medaglia d'onore dell'Ordine delle Due Sicilie, concessa dal governo francese e dell'amministrazione militare per aver dato "prove distinte di fedeltà in difficili circostanze dello Stato". Alla decorazione si accompagna la pensione annua di ducati 50 percepita fino al dicembre 1820. Cannaviello menziona tale decorazione concessa nel 1812 per la partecipazione alle campagne di Lombardia.

Altra decorazione, la medaglia di S. Elena, istituita da Napoleone durante gli ultimi giorni della sua vita nella remota isola dell'Atlantico in segno di gratitudine ai compagni di gloria e di battaglia, e attuata successivamente da Napoleone III, è concessa allo stesso Lorenzo De Concilj. Il decreto reca la data del 3 maggio 1821, due giorni prima della morte di Napoleone, e l'autorizzazione è pervenuta in Avellino con decreto del 31 ottobre 1861, mentre alla consegna ha provveduto l'ufficio della Legazione di Francia in Napoli.

La medaglia di S. Elena, che ricorda i veterani che hanno seguito Napoleone durante i suoi movimentati trasferimenti "dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno", il De Concilj l'ha meritata anni prima, quando rivestiva il grado di capitano dei veliti a cavallo, incorporati sempre nel 3° Reggimento Cavalleggeri. L'albo d'oro degli insigniti delle speciali decorazioni onorifiche francesi continua con il Tenente del 10° di Linea, Pasquale Pepe, che si guadagna da Gioacchino Murat, in data 12 aprile 1815,1'ambito titolo di Cavàliere dell'Ordine delle due Sicilie. Pasquale Pepe, come il De Concilj, è ricordato per le sue campagne da Napoleone I che, sotto la data del 28 ottobre 1820, lo include tra i meritevoli della medaglia di S. Elena. Anche il 1° Furiere Brusciano Sebastiano è ricordato il 3 maggio 1821, unitamente al Luogotenente del Reggimento Reale Corso e 6° di Linea, Griffa Luigi, i quali sono proposti per la concessione della medaglia di S. Elena.

Ai due la legazione Francese di Napoli consegna il relativo brevetto il 23 aprile 1861.46 Il soldato Ficca Modestino, un veterano di vecchia data arruolato nelle truppe francesi, passa gran parte della sua gioventù tra l'infuriar delle battaglie come dimostrano la sua partecipazione alle campagne dal 1792 al 1815 col 6° Reggimento di Linea Il fantaccino del 3° Reggimento Fanteria Guerriero Domenico ha, come il Ficca, il 25 gennaio 1861, la significativa decorazione di S. Elena, che gli arriva dopo un quarantennio. A chiudere l'elenco degli eroici avellinesi intruppati nell'esercito napoleonico è il caporale del 3° Reggimento di Linea Iacobelli Giuseppe, ricordato da Napoleone con la citata medaglia di S. Elena. La disastrosa ritirata del 1812 alla Beresina, infine, inghiotte anche la giovane vita di Modestino Pionati (1785-1812), fratello dello storico Serafino, partito col grado di capitano degli Ussari nello speciale Corpo italiano al seguito delle armate francesi nella terribile campagna di Russia. Ad irrorare le immense e desolate distese ghiacciate di Russia con il vermiglio sangue Irpino risultano, sicuramente, tanti e tanti altri ignoti ed oscuri figli di Avellino che un destino non tessuto dalle loro mani porta in terre così lontane e sconosciute. La consegna effettuata dalla legazione francese di Napoli ai veterani di Napoleone della onorificenza da lui istituita, fu ripresa solo nel 1861, ad opera di Napoleone III, proclamatosi imperatore dei Francesi nel 1852. Allevato al culto napoleonico, Luigi Napoleone Bonaparte, figlio del re d'Olanda Luigi, fratello di Napoleone I, riportò in auge le vecchie onorificenze dello zio imperatore nel periodo più fulgido del suo regno, prima del declino e della definitiva rovina del secondo impero. Un altro atto importante per la vita amministrativa di Avellino di questo periodo è rappresentato dalla decisione decurionale presa, il 7 maggio 1807, sui diritti della "Comune" sulla Portolania, Bagliva, Terre, Pesi e Misure, scannaggio ed altri privilegi, già prerogativa del Barone. Se la scelta di Avellino come centro dell'intera provincia rappresenta un momento di viva alacrità, come è desumibile dalla numerosa attività svolta dagli amministratori che devono, tra l'altro, occuparsi di reperire un capiente edificio per la sede del tribunale. Un primo tentativo in questo senso è rappresentato dalla nomina di due architetti, Don Giovanni Siniscalchi e Don Pasquale Rossi, ai quali è demandato l'incarico della scelta di un idoneo palazzo. Il "casamento" di Gironimo Festa nel rione Terra sembra rispondere al bisogno ma, come è noto, la scelta definitiva cadrà sul palazzo Caracciolo di Piazza Libertà. L'edilizia urbana del primo Ottocento è ancora accentrata nel polo di Piazza Libertà e la parte che sorge a ridosso del mammellone Terra. Anzi, proprio nel Largo sembra potersi leggere a chiare lettere la prima metamorfosi della città, portata a termine nel nostro secolo. Attraversata dal lungo e rettilineo Viale, il futuro Corso, la Piazza nella quale confluiscono strade importanti, diventa un punto "obbligato" per la vita di Avellino. A rendere suggestivo il "Largo" concorre decisamente la presenza in loco di vari palazzi, della chiesa di S. Francesco, munita di un elegante campanile e di un grande loggiato e di quella del Rosario, di costruzione barocca, entrambe demolite negli anni '30 del nostro secolo. Fanno corona alla piazza il Palazzo Caracciolo, il Palazzo De Concilj, il Palazzo Vescovile, il Palazzo Labruna, e più tardi, il Teatro.

È di questo periodo l'abbattimento di antiche mura della città, comprese le due famose Porta Napoli e Porta Puglia, mentre la nuova consolare che corre verso Atripalda viene basolata. Porta Napoli, come è noto, sorgeva nei pressi della Prefettura. Più difficile rimane stabilire il luogo esatto dell'ubicazione di Porta Puglia. Un elemento decisivo al riguardo lo fornisce un documento dei primi dell'Ottocento, relativo a dei lavori di manutenzione della sede stradale lungo il suo percorso. Nel documento citato, la distanza che intercorre tra la Chiesa di S. Giovanni (Convento delle Stimmatine) e la Porta Puglia misura esattamente 1250 palmi. Possiamo, casi, situare l'antica porta cittadina a 330 metri dal citato convento, al confine tra le attuali via Umberto I e via Francesco Tedesco. Nella seduta del 2 maggio 1813 il Decurionato è impegnato nell'esame dell'apertura della nota strada dei Due Principati, realizzata solo due decenni dopo. Anche la costruzione del carcere impegna i governanti della città, e Sara realizzato negli anni successivi. La popolazione di Avellino del 1813 conta un totale di 13.333 abitanti con 520 possidenti, 300 "impiegati ai ceti liberali", 88 preti, 8 frati e 44 suore.

Il settore dell'agricoltura impiega 1.576 ''campagnoli'', numerosi gli artigiani e domestici, 873, mentre sotto la voce "mendaci" troviamo 574 persone costrette a vivere della pubblica carità. La pubblica beneficenza appare negli atti amministrativi del tempo con il decreto reale dell'agosto 1810, col quale si nominano Tommaso Cotone e Ippolito De Concilj componenti del Consiglio Generale degli Ospizi, unitamente al Sindaco, membro di diritto. Sussidi alle nutrici dei trovatelli e altre elargizioni sopperiscono le evidenti carenze presenti.

Anche l'igiene trova scarsa attenzione; ne derivano forti epidemie, come quella del vaiolo del 1811.

Nota positiva in tale contesto è l'assetto in questi anni che assume la città la quale si arricchisce intanto di nuove, importanti strutture per adeguarsi al suo ruolo di "Capitale" dell'Irpinia: si tratta di un'opera di notevoli proporzioni, a cui concorre decisamente il Corpo Ponti e Strade, nel quale incontriamo, in posizione di preminente coordinatore, l'ingegnere Luigi Oberty.









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