La Dogana di Avellino

di Barbara Matetich

L’esistenza di una Dogana ad Avellino risale al X-XI secolo: una lettera del 1070 inviata dal duca di Napoli e dai consoli della stessa città al Vescovo di Benevento costituisce a tale proposito un valido documento. E anche se non si può stabilire con certezza che il palazzo della Dogana fosse collocato dove è attualmente situato, senza dubbio esso fu uno dei primi edifici della città di Avellino sviluppatasi intorno al castrum longobardo a seguito della distruzione della vecchia Abellinum.

La Dogana nacque, come le altre dello stesso periodo, per motivi prettamente fiscali e protezionistici rivelando presto la propria superiorità anche rispetto alle vicine dogane di Atripalda e di Serino. Tale superiorità derivava soprattutto dalla posizione strategica che essa occupava, trovandosi sulla strada che il grano proveniente dalla Puglia percorreva per arrivare a Napoli.

L’edificio della Dogana era molto probabilmente diviso in due zone, delle quali una era adibita a deposito delle merci e l’altra, che conferiva all’edificio anche il ruolo di forum, era destinata alla vita della cittadinanza.

Durante la tragica pestilenza del 1656,l’edificio della Dogana era caduto in uno stato di abbandono tale da richiamare la sensibilità del principe Francesco Marino Caracciolo, il quale ne commissionò il restauro al Fanzago.

Con i lavori di restauro iniziati nel 1668 liberando lo stabile da vecchie costruzioni che si addossavano ad esso, il Fanzago apportò un contributo straordinariamente attento e studiato alla disadorna facciata dell’immobile trasformandola in un elegante brano architettonico ornato di statue e di fregi, servendosi di una impaginazione sul piano a due dimensioni e utilizzando spregiudicatamente statue classiche e statue d’epoca.

Al piano inferiore l’artista collocò cinque lunette, ai lati dell’arco centrale due statue su alte mensole: una Diana a sinistra , un Efebo a destra.

Il piano superiore si componeva di cinque riquadri, simmetrici agli archi del piano sottostante: quello centrale, più profondo e più disadorno, conteneva una lastra di marmo con un’iscrizione in latino ancora in sito, che svolgeva la funzione di tramandare il restauro compiuto dal Fanzago. Gli altri riquadri erano, invece, più lavorati e ospitavano in nicchie circolari dei busti rappresentanti Augusto , Adriano, Pericle e Antonino Pio. Nei riquadri laterali, contenute nelle loro nicchie, vi erano a sinistra una statua acefala di Venere Anadiomene e a destra la statua di Francesco Marino Caracciolo in armatura cinquecentesca, probabile opera del Fanzago stesso.

Il piano superiore si completava apponendo alle estremità laterali dei riquadri due scudi araldici con le insegne delle famiglia Caracciolo-Rossi.

Infine l’attico presentava altri brani decorativi, disposti sempre in modo rigorosamente simmetrico tra cui emergevano soprattutto due statue: un Apollo e una Niobide provenienti dall’antica Abellinum.

Il disegno della facciata puntualissimo nei particolari, non è però minuzioso e si mantiene su larghe campiture che si accentuano solo negli episodi a tutto tondo: le statue nelle nicchie. E proprio nel posizionare tali statue, sia che fossero pezzi di spoglio oppure realizzate appositamente o ancora "trafugate" da altre committenze, il Fanzago rivela una grande capacità di controllare l’insieme sistemando in modo originalissimo avanzi di bottega accanto ad accurati dettagli come gli inattesi e straordinari anelli di ferro alla base dell’edificio trattenuti da quattro cilindri di pietra confluenti in grosse sfere dai quali si scioglieva una robusta catena che incorniciava l’edificio.

Infine, con un decorativismo tardo-manierista, l’architetto evita gli accentuati chiaro-scuri della plastica barocca e stende piani ricavati con delicata bicromia in un’ampia scala che si raccorda con il rimanente spazio urbano.

Dopo il terribile terremoto del 23 novembre 1980 ben poco è rimasto dell’arredo architettonico del Fanzago. Molti pezzi sono andati distrutti, altri grottescamente dispersi o vandalicamente trafugati.

Successivamente la struttura è stata segnata da un altro duro colpo: un violento incendio che ha risparmiato solo la facciata dell’edificio.

A testimoniare l’antico splendore restano soltanto i due leoni collocati ai lati dell’edificio, che sembrano malinconicamente rivendicare la singolarità di un edificio che stiamo perdendo insieme ad un pezzo fondamentale della storia della città.

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