Avellino Obelisco a Carlo II d’Asburgo

Obelisco Carlo II d’Asburgo ad Avellino

di Barbara Matetich

Descrivendo Avellino, il Pacichelli colloca quindi in primo piano la guglia di Carlo II posta al centro della piazza più importante della città.

Il monumento a Carlo II d’Asburgo, succeduto nel 1665 sul trono di Spagna al padre Filippo IV all’età di soli quattro anni, era attestato da una epigrafe andata distrutta nel 1799, prima collocata su uno dei lati del monumento, commissionato a Cosimo Fanzago dall’Università di Avellino intorno al 1668. Tuttavia non si può escludere dalla realizzazione dell’opera la partecipazione del principe Caracciolo, che aspirava al titolo di "Grande di Spagna" e voleva manifestare la sua devozione, schietta o calcolata che fosse, alla casa regnante.

E’ infatti molto probabile che il principe Francesco Marino Caracciolo abbia avuto l’idea di commissionare al Fanzago la guglia di Avellino, nell’intento di rinnovare la sua città, dopo aver assistito alla cerimonia di inaugurazione della guglia di San Gennaro a Napoli del Fanzago, iniziata nel1637, ma inaugurata solo negli anni ’60. Nella guglia di Avellino, chiaramente più piccola di quella napoletana per il diverso spazio in cui andava ad inserirsi, sono assenti le affollatissime decorazioni della guglia di San Gennaro in piazza Riario Sforza, concepita trenta anni prima, ma non mancano però, delle affinità con la parte superiore della guglia napoletana. Infatti è proprio della parte superiore della guglia di San Gennaro (1651 – 1660) che il Fanzago ripropose nel 1668 ad Avellino la schematizzazione, facendo in modo che l’articolazione restasse più esplicitamente denunciata dalla povertà della decorazione. La guglia di Avellino si concentra in due pezzi straordinari: il ritratto del piccolo Carlo II d’Asburgo nel momento in cui compiva sette anni (è questo il motivo per cui la statua è comunemente chiamata il "reuccio di bronzo) e l’autoritratto del Fanzago su un tondo in bronzo, posto sotto l’obelisco sormontato dalla statua del re bambino.

L’obelisco, distrutto parzialmente dal terremoto del 1732, fu ricomposto nel sito originario utilizzando gli elementi meglio conservati. Successivamente l’opera fu smontata per assegnarle una funzione di spartitraffico e fu poi risistemata al centro della piazza della Dogana.

Gli elementi seicenteschi rimasero pochissimi: i due rosoni bronzei del basamento, l’autoritratto del Fanzago e, in cima alla guglia, la statua del piccolo re. I due rosoni bronzei, in cui è scolpito a rilievo un fiore con delle foglie, si ricollegano ai rosoni modellati nel marmo e alle numerose "invenzioni" decorative caratteristiche dell’estro creativo del Fanzago e della sua lunga "pratica artigianale" svolta nella bottega dello zio, Pompeo Fanzago, indoratore di legni.

I due rosoni sono chiari elementi della sensibilità dell’artista di tradurre in un’ opera scultorea il gusto della teatralità e della festa barocca.

La statua del piccolo re è rappresentata, in cima alla guglia, in modo realistico: il re fanciullo è rappresentato nella sua vera età di sette anni, con l’abbigliamento sfarzoso che il suo titolo richiedeva. La sontuosità delle vesti non riesce, tuttavia, a nascondere le guance paffute e lo sguardo sorridente del bambino.

Nel concludere la sua opera, il Fanzago la firma apponendovi il medaglione con il suo autoritratto. Ad eccezione di lievissime aggiunte dovute all’impiego di materiale diverso, l’autoritratto in bronzo di Avellino è la copia esatta di quello in marmo della guglia di San Gennaro, nonostante tra i due vi siano almeno otto anni di distanza; uguale risulta il profilo attempato dell’artista, uguale l’espressione energica del viso, così come uguali sono i particolari dei baffi arricciati, dell’ampia fronte calva e dei lunghi capelli.

Purtroppo non è facile oggi immaginare quale fosse l’originario intendimento architettonico del Fanzago a causa delle vicissitudini subite nel tempo dall’opera. Non sembra fuori luogo supporre, soprattutto considerando la posizione della guglia, in ideale collegamento con il palazzo della Dogana e con la Torre dell’Orologio, che l’opera abbia avuto in origine una composizione architettonica molto diversa. Per quanto riguarda, infatti, il basamento dell’opera, anche volendo accettare come originale la prima base di pianta ottagona, risultano del tutto fuori scala le successive, specie quella che si adorna dell’autoritratto e dei rosoni che dovevano essere meno elementari e più imponenti nel rispetto di una necessaria armonia fra i vari elementi architettonici. Dopo tante dolorose vicende, la guglia fanzaghiana, "poderosa macchina da festa di connotazione decisamente celebrativa da un lato, dall’altro eclatante segno urbano", è rimasta isolata, senza svolgere più nessun ruolo di raccordo se non quello di rappresentare un "alto" punto di vista capace di osservare la rovina e il degrado in cui versa attualmente la piazza.









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