La Piazza della Dogana di Avellino

Piazza Amendola di Avellino

di Barbara Matetich

La planimetria e l’assetto di Piazza Centrale, attuale Piazza Amendola, sono dovuti alle vicissitudini storiche ed urbanistiche che hanno interessato questo spazio cruciale nel corso dei secoli.

All’epoca dell’insediamento longobardo nel sito vi era soltanto uno slargo, di certo molto più ampio dell’attuale piazza, che si estendeva completamente al di fuori delle mura e che si era creato in seguito al transito obbligatorio attraverso tale punto della strada Beneventana che legava Benevento, la capitale longobarda, alla città di Salerno, suo naturale sbocco a mare.

Nei secoli successivi, la costruzione della Dogana proprio in questo slargo, l’importanza crescente del commercio dei grani provenienti dalle Puglie e diretti a Napoli, capitale del Regno, lungo la direttrice della via Campanina, nonché la creazione massiccia e disordinata di numerosi sobborghi extraurbani aumentarono la funzione nevralgica di tale sito, quale intenso snodo di traffici, facendo assumere all’antico slargo la configurazione di piazza, che restava, tuttavia, relegata ai margini della cinta muraria.

Nel periodo del principato dei Caracciolo, quando la città di Avellino si estese, si arricchì e si riqualificò urbanisticamente, la piazza diventò il fulcro della vita associativa e politica e di tutte le attività economiche diventando una vera piazza centrale, la quale continuò a svolgere un importante ruolo di raccordo anche quando Avellino cominciò ad estendersi notevolmente verso Napoli, lungo l’asse est-ovest, dapprima verso il Largo (Piazza Libertà ) e poi verso il viale dei Pioppi (Corso Vittorio Emanuele).

Il momento fondamentale nella storia dell’evoluzione della piazza è rappresentato dalle trasformazioni avviate dai Caracciolo, all’indomani delle ripercussioni della spietata peste del 1656 che affievolì sensibilmente tutte le attività socio-economiche della città di Avellino..

Volendo dare alla città una nuova immagine e volendo offrire alla cittadinanza un concreto aiuto in un momento di grave crisi, il principe Francesco Marino Caracciolo pensò di iniziare i lavori di riassetto proprio da quella che all’epoca era la piazza–nodo, il perno della vita associativa e politica, vero cuore pulsante della città: il largo della Dogana.

Nel momento dell’intervento la piazza della Dogana, detta piazza Centrale, aveva infatti un impianto planimetrico ben definito soprattutto per la sua posizione nodale rispetto ai flussi commerciali.

A quei tempi la Piazza Centrale, che nell’immagine dell’Avellino seicentesca trasmessaci dal Pacichelli occupa un posto di primo piano molto ben definito, era sede dell’Università cittadina e del Palazzo della Dogana, simbolo dell’economia avellinese.La piazza rappresentava altresì l’inizio della strada che si dirigeva in Puglia (l’attuale C.so Umberto) e la fine di quella che proveniva da Napoli.

Con Francesco Marino Caracciolo la ristrutturazione di quest’area si definisce e si completa con segni emergenti posti a sottolineare i punti più importanti del discorso urbano, come avveniva nelle capitali barocche.

In questo senso "la città spettacolo" aveva bisogno di immagini ridondanti e, se necessario, pesantemente accentuate privilegiando alcuni spazi: una piazza, un incrocio di strade, un fondale di prospettive, segnandoli con pochi elementi creati e distribuiti in modo tale da qualificare e rendere dinamico lo spazio urbano.

Ad Avellino l’esecuzione di quest’opera strettamente urbanistica fu affidata ad uno tra i più noti architetti dell’epoca, il bergamasco Cosimo Fanzago, chiamato in città da Francesco Marino, ambizioso emulo della corte vicereale napoletana.

L’incontro tra il principe e l’urbanista fu oltremodo fecondo per la ristrutturazione della città;il Principe rivelò le qualità di attento urbanista scegliendo di intervenire nel corpo vivo della città, ridisegnando la vecchia città senza creare grossi sconvolgimenti, tentando di assecondare lo sviluppo naturale degli agglomerati urbani.

Dal canto suo, Fanzago, ben consapevole del ruolo affidatogli dal principe, volle abbellire la città intervenendo con maturo gusto barocco nel corpo vivo di essa, senza prevedere nè nuove costruzioni nè castelli nè chiese, ma soltanto riprogettando strutture esistenti, rivelandosi così interprete eccellente delle vere esigenze e della vera vocazione della città.

Ed ecco che il grande architetto restaura il palazzo della Dogana, arricchendolo di statue e di fregi e facendone la quinta scenografica della nuova piazza.

Merito notevole del Fanzago è soprattutto quello di collocare al centro di questo nuovo spazio accuratamente ridisegnato l’obelisco sormontato dalla statua di Carlo II d’Asburgo che conferiva profondità allo spazio e diveniva il punto attorno a cui venivano a ruotare tutti gli assi visivi.

Nè si può passare sotto silenzio il ripristino e l’abbellimento che il Fanzago fa della fontana di Bellerofonte (dei tre cannuoli) riqualificando così anche il percorso di avvicinamento alla piazza, collocata in posizione leggermente più elevata rispetto al Corso Umberto, che si arricchiva in questo modo di un pregevole brano architettonico. In prossimità della piazza la strada è ampliata e gli edifici che circondano lo spazio sono tutti orientati verso l’edificio della Dogana divenuto impareggiabile fondale scenico.

Con la successiva apertura di via Duomo si aggiunse un nuovo asse prospettico all’intero spazio che si incentrava nel monumento a Carlo II e la piazza avvalorò ancora di più il ruolo di salotto, di nobile punto di incontro.

Anche quando più tardi fu creato il Largo, dove i Caracciolo fecero erigere il loro Palazzo e dove già si trovavano importanti chiese, e la città estese le sue maglie in direzione di Napoli, la piazza Centrale continuò a svolgere un importante ruolo di punto di interscambio tra la città vecchia e la città nuova.

Oggi la bellezza e le caratteristiche della piazza sono rese quasi del tutto illeggibili dalle impalcature e dai lavori di viabilità.

Tuttavia non passa inosservato il rapporto esistente tra il piccolo spazio vuoto e lo spazio occupato dai voluminosi e alti fabbricati che cingono la piazza facendole assumere l’aspetto di un ambiente chiuso, quasi di un piccolo salotto tra le varie cortine edilizie tra cui spicca lo straordinario scorcio del groviglio dei vetusti fabbricati che si arrampicano sulla collina della "Terra", all’ombra dell’austera Torre dell’Orologio, la quale ha recuperato tutta la sua bellezza dopo i restauri che hanno seguito il terremoto del 1980.

Si auspica che presto interventi analoghi possano interessare il palazzo della Dogana restituendo così all’attuale piazza Amendola almeno una parte di quella dignità che il tempo e gli avvenimenti impietosamente le hanno sottratto.

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