I Bastimenti partivano dal Caffè Margherita

di Erennio Mallardo

Agli inizi del secolo, quando cominciò a farsi sempre più strada l'idea di cambiar paese per cambiar fortuna, il numero di coloro che lasciavano le amate sponde dell'italico suolo toccò punte abbastanza alte.

Vennero interessati al fenomeno buona parte dei territori meridionali e la stessa provincia di Avellino si insediò nelle prime posizioni.

Coloro che si imbarcavano dai moli dell' Immacolatella di Napoli per le "terre assai lontane", pur non essendo sempre "napulitani", suonavano, cantavano e piangevano come loro sapevano e sanno fare.

Del resto E. A. Mario (quel Giovanni Gaeta che infiammò i cuori dei fanti, degli artiglieri, dei bersaglieri e degli arditi con la grande "leggenda del Piave") in quella "Santa Lucia lontana" ci volle mettere tutti gli ingredienti per consentire al motivo di quella canzone di diventare tanto famoso ed altrettanto celebre.

E mentre i bastimenti salpavano le ancore e prendevano lentamente la via del mare aperto, fu proprio quella canzone che i partenti facevano salire al cielo per salutare per l'ultima volta Napoli, il Vesuvio e la Patria.

Anche Avellino fu interessata al fenomeno dell'emigrazione.

Chi non riusciva a sbarcare il lunario e non era in grado di mettere insieme i soldi per il pranzo e la cena, dovette affrontare il toro per le corna e partire.

Il punto di sosta, o meglio la "tappa" ultima prima di raggiungere Napoli fu per anni il caffè Margherita posto sotto il loggiato di san Francesco, all'angolo della piazza della Libertà con la via dei "due Principati".

Nei riquadri del "largo" facevano sosta i "legni" che provenivano dall'interno della provincia con a bordo anche coloro che dovevano imbarcarsi.

I più fortunati partivano subito, gli altri sostavano presso il caffè di Margherita De Maio, trovando asilo nel retrobottega.

In città c'erano anche i "chiappini", cioè a dire quelle persone che procacciavano potenziali clienti alle agenzie di navigazione.

Ma funzionavano anche gli agenti ufficialmente autorizzati, con tanto di cartello messo bene in vista sulla porta del terraneo adibito ad ufficio "partenze".

Uno di questi era un certo Giovanni Carpentieri che aveva il recapito nella piazza della Libertà al n. 26. Carpentieri rappresentava una grossa società marittima di Brema; si trattava della germanese (così la si indicava sulle intestazioni commerciali e sulla propaganda a pagamento dei periodici locali) "Nordeutscher Llojd" che si interessava dei "passaggi" tra Napoli e New York e viceversa.

La società possedeva diversi piroscafi e tra questi i più veloci li aveva destinati agli emigranti. I bastimenti più conosciuti erano il "Konig Albert", il "Konig Luise", il "Prinzes Irene" ed il "Neckar".

La traversata, a velocità normale e con il mare calmo, avveniva in circa 12 giorni. Le partenze avevano luogo con una cadenza di tre o quattro al mese e il passaggio in terza classe, con cabina plurima, andava da un minimo di 185 lire fino ad un massimo di 190 lire a persona. Come "zuccherino" la compagnia rappresentata da Carpentieri offriva gratis il viaggio da Avellino fino al pontile di imbarco ed il trasferimento - sempre gratis - via terra da New York a Boston per chi doveva proseguire per quella località.

La vita in America - almeno per i primi tempi - non era certo facile per i nostri emigrati e l'adattamento agli usi ed alle consuetudini di quel paese comportò non poche difficoltà. Lentamente ci fu l'inserimento ed i nuovi arrivati ottennero il beneficio della "mezza carta" ( cioè non erano ancora considerati cittadini americani, ma non erano neanche più visti come "stranieri").

Poi ebbero il diritto di votare e questo consentì loro di essere chiamati figli dell'America a tutti gli effetti.

I loro nipoti giurarono fedeltà alla bandiera a stelle ed a strisce e videro per la prima volta l'Italia quando sbarcarono in Sicilia, a Salerno ed a Anzio.

Moltissimi di loro caddero sui campi di battaglia italiani e le loro spoglie vennero accolte nei tanti cimiteri militari sorti nei pressi delle località ove maggiormente era stata aspra la lotta.

Agli ex emigrati il governo degli Stati Uniti chiese se volevano far tornare le salme dei loro cari in America; e molti vollero che i soldati caduti in Italia fossero rimasti tra la nostra gente.

Ma non perché questa era stata la richiesta avanzata al governo italiano dal generale Clark. Il comandante della 5 armata americana aveva, infatti, detto che all'Italia sarebbe stato chiesto solo un pezzo di terra per seppellire i morti americani.

Lasciando i caduti, nei cimiteri di guerra italiani, tutti gli italoamericani avrebbero potuto ben dire che una parte di loro era tornata in Italia per restarci per sempre.

Oggi le stesse condizioni venute fuori all'inizio del 900 si ripresentano e quelli che sono senza lavoro o che il lavoro lo hanno perduto, sperano di poter lasciare la Patria, l'Irpinia ed Avellino per cercare fortuna altrove.

Il viaggio lo si potrà effettuare anche in aereo; ma chi assume la figura dell'emigrante, viaggerà via mare.

Ed anche se il Vesuvio dal 1944 non fuma più, nessuno certamente ignorerà la canzone di E. A. Mario che accompagnò i nostri emigranti così la non meno celebre "Leggenda del Piave" accompagnò alla vittoria nel 1918 le armate del maresciallo Diaz.

Emigrati! Gente dinanzi alla quale bisogna calarsi il cappello perché vennero costretti dall'avverso destino a cercare altrove quel lavoro e quella fortuna che qui non ebbero mai.

A loro, a tutti loro, ben volentieri dedichiamo la nostra "accademia" in segno di affetto e di rispetto.

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