Il Carcere Borbonico di Avellino

di Andrea Massaro





Le mura che circondano i cinque bracci del Carcere borbonico di Avellino sono da un po' di tempo sotto la luce dei riflettori dei vari enti istituzionali, variamente interessati alla sorte di questa barriera, che per oltre due secoli ha isolato la cittadella carceraria dal resto del tessuto urbano del capoluogo irpino.

Il dibattito che si è acceso tra la Sovrintendenza, il Comune, o almeno alcuni consiglieri di maggioranza e di opposizione e la Provincia verte sulla opportunità o meno di abbattere il muro perimetrale del carcere, costruito nei primi decenni dell'Ottocento.

Nell'agosto del 1832, quando fu completato il primo edificio, vi fecero ingresso i primi detenuti. Negli anni seguenti, che vanno dal 1833 al 1837, l'opera fu terminata in ogni sua parte e completata dalle mura, alzate sopra il grande fossato che circondava il Carcere.

Nel 1839 i detenuti rinchiusi in questo superbo edificio arrivavano al numero di 576. Al piano terreno un braccio ospitava i condannati a morte.

Quando l'Ingegnere Luigi Oberty, nel 1819, scelse l'area per costruire il nuovo carcere, il Viale dei Pioppi era completamento isolato.

Pochi anni prima l'Intendente Giacomo Mazas aveva fatto abbattere la secentesca Porta Napoli, sita presso l'attuale Prefettura, che costituiva la cinta muraria del versante ovest della città.

In quel periodo non destava meraviglia la costruzione di un carcere in quel punto, perché abbastanza decentrato dal centro cittadino, arroccato ancora sul Rione Terra.

Il Carcere borbonico di Avellino, sin dal sua costruzione, ha fatto molto parlare di sè La teoria del filosofo Jeremy Bentham, pochi uomini in pochi punti di osservazione per controllare tante persone, fu applicata sapientemente dall'Ingegnere Giuliano de Fazio, ultimo progettista ed esecutore dell'opera.

A rendere più sicuro il carcere, sempre nel 1839, si scavò il grande fossato e l'Ingegnere Marino Massari gettò un ponte levatoio che collega il carcere con l'esterno, oltre il muro di cinta.

Questi precedenti chiariscono, se fosse ancora necessario, il rapporto di unicità e complementarità che lega il carcere panottico al muro di cinta.

Carcere borbonico Avellino: Cosa fare ?

Per questo motivo sarebbe opportuno trovare un compromesso urbanistico, quale quello di conservare il muro e praticare in più punti delle capienti aperture, tali da consentire una visione ampia e un acceso facile conservando, tuttavia, quelle testimonianze che hanno fatto del Carcere di Avellino un vero monumento dell'edilizia penitenziaria.

La palizzata muraria fu al centro dell'attenzione dell'amministrazione carceraria e comunale anche a metà degli anni Trenta del secolo appena tramontato. In questo periodo lo sviluppo urbano del Corso è in continua espansione.

Lo sconcio che creava la struttura in pieno centro consigliò di ricorrere ad un ”mascheramento”.

L'Architetto Francesco Guarino fu incaricato dal Comune di predisporre un progetto che avrebbe dovuto trasformare l'edificio carcerario in una sorte di “castello medioevale”, munito di una gran torre merlata, con lo scopo di mascherare all'occhio del passante i vari padiglioni. Il castello ”crollò” per una serie di ostacoli, ultimo la guerra del 1940.

Oggi ritorna a far discutere come negli anni della sua elevazione, sia pure per altri motivi.

La storia del Carcere Borbonico

di Maria Grazia Cataldi

L' Ottocento si apre per la città di Avellino con una serie di iniziative volte a trasformarne l'assetto urbanistico, conformemente ai mutamenti sociali determinati dalla sua elevazione a capoluogo della Provincia di Principato Ultra, avvenuta nel 1806. Il trasferimento dei Tribunali per le Udienze Civili e Penali da Montefusco ad Avellino evidenziò una grave carenza di questa città, che mancava infatti di un'adeguata struttura carceraria. Abbandonato il progetto di una poco probabile ristrutturazione funzionale del castello, redatto nel 1815 dall'ing. Romualdo de Tommasy, fu decisa la costruzione di un nuovo edificio su un suolo di proprietà del sig. Ciriaco Spagnolo, sito lungo il viale dei Pioppi, cioè in una zona destinata ad un grande sviluppo edilizio per essere attraversata dalla via Nazionale che conduceva dritto fino a Napoli.

Le procedure per la costruzione del Nuovo Carcere Centrale furono avviate nel 1821.

Il 4 agosto veniva trasmesso a Napoli il progetto redatto dall'ing. Luigi Oberty per essere sottoposto all'esame della Commissione Esaminatrice della Direzione Generale del Corpo Reale di Ingegneri di Ponti e Strade, della quale il 13 ottobre entrava a far parte anche l'arch. Giuliano De Fazio, Ispettore Generale di Acque e Strade del Regno, molto attivo nella capitale nella prima metà dell'Ottocento. Fu certamente quest'ultimo a suggerire i principali concetti informatori della relazione redatta il 15 dicembre dalla stessa Commissione: capacità e sicurezza come condizioni imprescindibili, al pari, però, della salubrità e del costume. Alla chiarezza dell'impostazione concettuale corrispondeva, inoltre, un disegno rigidamente geometrico: la pianta doveva coincidere con la "figura di un ottagono regolare iscritto nel cerchio", dal cui centro dovevano partire a guisa di raggi, sedici mura", delle quali una metà andava "ad unirsi agli angoli dell'ottagono" e ciascuno dei rimanenti "alla metà del suo corrispondente lato", così che "la figura rimanesse divisa in sedici triangoli uguali". Un'idea, cioè, basata sulla convinzione, allora imperante, che solo le forme geometriche potessero garantire forza espressiva e chiarezza di risultati.

Il progetto, difficile da realizzare secondo il disegno iniziale, dovette essere perciò modificato: per una maggiore semplicità di esecuzione, dall'impianto ottagonale si passò a quello pentagonale e infine a quello esagonale, tuttora esistente. Esso rispondeva, in pratica, a principi generali, soprattutto di carattere igienico-sanitari, che consigliavano la divisione in zone separate dei lazzaretti: lo stesso De Fazio, autore nel 1826 di un trattato sul Sistema generale dell'architettura dei Lazzaretti vi proponeva, come esempio di tale tipologia edilizia, proprio il Carcere di Avellino, all'epoca ancora in fase di avvio. Principi, di chiara derivazione illuministica, dettati da convinzioni umanitarie che proponevano atteggiamenti del tutto nuovi nei confronti dei detenuti, rispettosi cioè della loro persona e più attenti alla tutela della integrità, fisica e morale, di ciascuno di loro. Il concetto si ispirava in maniera evidente alle teorie espresse da Jeremy Bentham nel suo Panopticon (la Casa d'ispezione, appunto), che, pubblicato nel 1791, nei primi decenni del sec.XIX circolava negli ambienti culturali più aggiornati d'Europa suscitando, ad un tempo, adesioni ed interessanti dibattiti. Con l'unica sottile differenza che, rispetto al filosofo inglese, De Fazio si addentrò maggiormente nella ricerca di condizioni di salubrità, dimenticando il principio di isolamento e sacrificando le condizioni di sicurezza e di controllo teorizzate invece fortemente nel Panopticon. Non a caso, già nel 1824 la Deputazione delle Opere Provinciali, resasi conto che l'ubicazione di un carcere in un'area urbana di intensa espansione avrebbe creato non pochi problemi, aveva deliberato la realizzazione di strade intorno ad esso per isolarlo dalle abitazioni già esistenti e da quelle che sarebbero sorte in zona, la costruzione di una cinta muraria e lo scavo di un fossato lungo il suo perimetro.

Ma questi correttivi non dovettero sembrare sufficienti nemmeno successivamente, se nel 1839, quando il Carcere era già funzionante, sia pure parzialmente in quanto ancora incompleto di tre bracci, Giuseppe Zigarelli, consigliere distrettuale degli Ospizi della Provincia di P.U., nel suo Discorso Del Carcere Centrale di Principato Ulteriore e del modo di migliorarlo, sottolineava la pericolosità rappresentata da cortili e camerate troppo spaziosi, pensati per una vita collettiva, e i rischi delle eccessive possibilità di assembramenti che vi si offrivano, pur dovendo riconoscerne i pregi igienici e la salubrità. Elementi peraltro già segnalati entusiasticamente nel 1834 dal medico delle prigioni in una sua lettera all'Intendente della Provincia di P.U., nella quale lo ragguagliava sulle condizioni di vita dei detenuti già trasferiti, almeno da un paio d'anni, nella nuova struttura carceraria.
"La forma circolare è l'unica che offra una prospettiva perfetta", una visualità totale, un controllo complessivo, anche da parte di un solo sorvegliante per volta, senza dover cambiare luogo di osservazione: questo il concetto ispiratore della teoria di Bentham, applicabile un pò a tutti gli edifici collettivi di segregazione e di correzione.

De Fazio andò oltre, ispirandosi anche a modelli di architettura militare (facciate in mattoni rossi e marcapiani in pietra chiara, struttura nitidamente geometrica, aspetto severo) e persino agli antichi castelli (mura di cinta, fossato con ponte levatoio, merli e torrette), quasi a stabilire un equilibrio con le nuove teorie umanitarie da lui fermamente condivise, leggibili negli ampi e spaziosi cortili, nella cappella alloggiata nella torre centrale visibile perciò da tutti i bracci, nelle ariose camerate. Ne venne fuori un complesso assai singolare, unico nel suo genere, che risalta chiaramente anche nella <Pianta topografica della città di Avellino>, rilevata a vista da Federico Amodeo intorno al 1870, con la sua caratteristica pianta esagonale e il corpo centrale a torre, da cui cinque bracci si dipartono a stella.

Oggi, sottoposto ad un complesso intervento di restauro, è un monumento altrettanto singolare. Una cittadella nel cuore della città viva.







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