La Chiesa di Sant'Aniello a Quindici

di Vincenzo Castaldo

Cenni storici

La piccola chiesa di Sant’Aniello sorge al limite del paese di Quindici (provincia di Avellino), al culmine di una strada stretta tra due cortine ininterrotte di vecchie case.
Sebbene oggi si presenta completamente ristrutturata, le sue origini non sono certamente remote.
Secondo il Guadagni, la cappella fu fondata da alcuni abitanti di Quindici che, successivamente, presero il cognome «Santaniello», proprio perché avevano costruito tale Chiesa in onore del veneratissimo Santo della Campania.
Da ciò si deduce che la Chiesa è stata realizzata prima del IX sec. d.C., nel periodo in cui non era ancora obbligatorio il cognome.
Le vicende storiche della Chiesa si intrecciano con quelle dell’Abbazia di S. Maria a Cappella di Napoli: un documento, difatti, attesta che S. Aniello era «grancia» del menzionato Monastero di Napoli, ubicato nella zona detta ‘fore Chiaia.
All’inizio del XVII sec. d.C., la Chiesa entra nei domini del Castello di Lauro, per passare, infine, alle dipendenze della Chiesa Parrocchiale di S. Andrea Apostolo, sita nello stesso paese.

L’architettura della Chiesa
La piccola Chiesa, dal punto di vista architettonico, non ha più alcuna importanza.
Dell’edificio originario restano solo le mura perimetrali e le piccole absidiole, in pietrame, realizzate con una tecnica costruttiva nota sino al 1400.
Le fondazioni originarie scendono sino ad un paio di metri di profondità ed il piano di calpestio originario era di certo più basso dell’attuale.
La facciata, il tetto e le pareti perimetrali dell’edificio sono stati ristrutturati all’inizio del ‘900.
La Chiesa è caratterizzata all’interno da un’unica navata senza transetto e da tre piccole absidi affrescate, di cui la centrale è maggiore delle laterali.
Questa tipologia si riscontra particolarmente tra l’VIII ed il IX sec. nel mondo carolingio e trova analogie con le Chiese retiche di San Martino e S. Maria a Disentis.
Gli affreschi: la scoperta
Nel 1980, durante dei lavori occasionali, all’estremità destra della parete posta frontalmente alla porta principale, venne alla luce una nicchia decorata da affreschi: un Cristo benedicente e due Santi non identificabili.
Successivamente, il Sacerdote attuale di Quindici (Don Domenico Amelia), fece realizzare dei saggi sulla stessa parete, rinvenendo, all’estremità opposta, un’altra absidiola, anch’essa decorata da affreschi: un Santo Vescovo, un Santo monaco ed un Santo non identificabile.
Per questo eccezionale ritrovamento, la Soprintendenza per i B. A. S. della Campania inviò in loco la dott.sa Valentina Maderna la quale, a seguito dei suoi studi, ipotizzò che tali affreschi fossero del XIII sec. d.C.
Dopo il terremoto dell’80, confluirono nella Chiesa nuovi esperti come l’arch. Serretiello e la restauratrice V. Hartman. Questi, effettuando dei saggi nella nicchia centrale dove ?stata collocata in tempi remoti una statua del Santo, portarono alla luce nuovi affreschi in cui si intravedeva: in alto, un angelo e la parte inferiore di un Cristo Pantocrator; in basso, teste di Santi incluse in una serie di medaglioni con i rispettivi nomi scritti in latino.
Il Sacerdote di Quindici, che ha svolto numerose ricerche, affermò, senz’alcun dubbio, che si trattava di S. Gennaro e dei suoi sei compagni di martirio: Sossio, Festo, Desiderio, Proculo, Eutiche e Acuzio.
 Tale rinvenimento riempì le prime pagine di molti quotidiani e attirò l’attenzione di alcuni noti studiosi come Aldo Caserta, docente di “Storia Antica della Chiesa” nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale.
In progresso di tempo, furono effettuati nuovi studi, a seguito dei quali si affermò che il ciclo pittorico di S. Aniello risaliva al XII sec. d.C., individuando analogie con affreschi coevi rintracciati in Monasteri Basiliani, anche se tale collocazione storica non si ancora su solide basi.

Gli affreschi: descrizione (a cura di Vincenzo Castaldo)
Gli affreschi delle tre absidiole e delle due nicchie laterali presentano una gamma cromatica che và dal nero al giallo ocra, dal rossiccio al celeste.
Nell’abside di destra su di un fondo nero è raffigurata un’architettura costituita da un architrave decorato che poggia su tre arcate, sorrette da colonnine rossicce, con capitelli azzurri a decorazioni fitomorfe. Al di sopra dell’architrave vi è una piccola torre cilindrica, giallo-ocra, con un tetto a spiovente di tegole rossicce. Entro le arcate, che ben dividono lo spazio in tre campate, vi sono tre figure: al centro, con la barba ed i capelli lunghi, è raffigurato Cristo, seduto dietro una tavola con la destra benedicente, mentre con la sinistra tiene un libro aperto, inclinato sul tavolo, su cui è leggibile, da sinistra verso destra: “QUI CRE”.
Sulla tavola, in giallo con bordi rossi, sono presenti: un pane, un pesce(?), un calice, una coppa biansata ed un piede a forma di spirale. L’antepedio è caratterizzato da una croce greca di colore rosso, inclusa, con due lettere greche (α e ω), in una quadrato definito solo dagli angoli.
Lo sfondo di tale raffigurazione è decorata da doppie linee bianche che, intersecandosi, formano delle losanghe in cui sono incluse figurine di animaletti (cavallucci rampanti, uccelli) e fiori stilizzati. Nell’intercolumnio destro è ancora visibile il capo ed il busto di un Santo, ripreso con la mano destra benedicente mentre con la sinistra regge un rotulo.
Al di sopra dell’arcata che include tale figura vi è una sagoma con tunica bianca, bordata di rosso: probabilmente si tratta di un altro personaggio nimbato.
Nell’intercolumnio sinistro vi sono solo frammenti del nimbo e del volto di un altro Santo.
Nell’abside di sinistra sono raffigurati tre Santi posti al di sotto di un nimbo costituito da una fascia giallo-ocra in cui è presente una figura non ben identificabile.
Della figura di sinistra, molto frammentaria, sono evidenti: i resti di una mantellina di colore rosso bruno; i frammenti della tunica, giallo-ocra; tracce di una iscrizione sulla sinistra.
La seconda figura è un Santo Vescovo tonsurato e con la barba, sulla cui tunica bianca discende una casula giallo-ocra, decorata da fasce crucigere bianche. Con la sinistra, da cui pende una stola, regge un libro chiuso di colore rosso, decorato sui bordi da perline; con la mano destra sembra benedire “alla greca”.La terza figura è un Santo monaco incappucciato con la barba corta ed un saio senza maniche, di colore rosso bruno, che indossa su di una tunica a maniche strette. Con la mano destra benedicente, regge, con la sinistra, un libro chiuso da due lacci rossi.
Nell’abside centrale, le figure di un Cristo in trono e di un angelo sono molto frammentarie.
Sono ancora visibili: le gambe del Cristo ricoperte da una tunica e parte di quel che doveva essere il trono; il viso e l’estremità di un’ala di un angelo dall’abito riccamente decorato; il tappeto, su cui poggia il trono, decorato da tanti cerchi di perline.In basso sono ancora visibili San Gennaro e tre dei suoi sei compagni di martirio: S. Procolo, S. Sossio e S. Festo. Questi sono inclusi entro dei medaglioni con bordo rosso perlinato ed incatenati tra loro secondo uno stile bizantino.
S. Procolo e S. Sossio sono tonsurati ed imberbi; S. Gennaro è tonsurato con la barba; S. Festo è imberbe e senza tonsura.
Al di sotto dei medaglioni si estende una fascia rossa entro cui è evidente una espressione latina, ancora leggibile: “SINCER PIVS BONVS HONESTVS PRO DEO AMORE…”.
Tale fascia è sovrapposta ad un drappeggio, caratterizzato da strisce rosse e blu, che si prolunga sino alla fine dell’abside.
Infine le piccole nicchie, laterali alle absidi, sono decorate da losanghe rosse su di un fondo grigio-scuro.

Ipotesi a confronto sull’iconografia degli affreschi: dott.ssa Campanelli(1991) – prof. Gandolfo (2001) .
 

Affresco dell’abside di sinistra:
La dott.sa Campanelli, intravedendo frammenti di una colomba all’interno dell’aureola sovrapposta al Santo centrale della rappresentazione, ipotizza che quest’ultimo è o San Basilio o San Gregorio Magno; questo perché nelle iconografie tradizionali dei due grandi patriarchi della cristianità è sempre presente, come attributo, la colomba.
Lo studioso Gandolfo, invece, scorgendo nell’aureola sovrastante una mano benedicente ed ipotizzando che la figura di sinistra fosse San Paolino, sia per le vesti, sia per i frammenti d’iscrizione sulla sinistra, suppone che la figura centrale è San Felice, per una ragione del tutto locale e per l’abbinamento con San Paolino.
Entrambi affermano che il Santo monaco, a destra della raffigurazione, è San Benedetto: questo per la presenza del libro, elemento sempre presente nella iconografia tradizionale del Santo; tuttavia, Gandolfo non esclude la possibile identificazione di tale Monaco con il Santo titolare, che, dopo una vita eremitica, divenne Abate del Monastero di San Gaudioso.
Affresco dell’abside di destra:
Secondo la Campanelli, la scritta sul libro del Cristo, per il contesto in cui è presente, appartiene al passo della moltiplicazione dei pani e dei pesci: “QVI CREDIT IN ME HABET VITAM AETERNAM: EGO SVM PANIS VITAM” (Giovanni 6,47). Un passo certamente intriso di senso eucaristico.
La dott.sa, inoltre, riferisce le lettere greche (α e ω) a Giovanni e alla promessa della vita eterna dell’Apocalisse (1, 8, 21, 6, 22, 13).
Secondo Gandolfo, invece, la dicitura “QVI CRE”, presente in tale rappresentazione (Cena di Emmaus) fa riferimento all’evangelico: “QVI CREDIT IN ME SALVABITVR”. Lo studioso non fa alcun riferimento alle lettere greche alpha e omega.
Affresco dell’abside centrale:
La Campanelli afferma che la raffigurazione superiore dell’abside (frammenti di un Cristo Pantocrator) è stata realizzata nel XI sec. d.C., intravedendo una sfera d’influenza cassinese.
Gandolfo, invece, afferma che il Cristo è opera di un rifacimento del XIII sec. d.C., scorgendo la chiara sovrapposizione degli intonaci in corrispondenza della fascia rossa che chiude in basso la raffigurazione.
Ipotesi sulla datazione:
La Campanelli, per quanto abbia trovato difficoltà nel rintracciare confronti stilistici per gli affreschi di Quindici, ritiene, a conclusione dei suoi studi, che il ciclo pittorico si ispira a modelli del tutto orientali, provenienti sia da Costantinopoli che dalla Cappadocia anche se, rispetto ad essi, gli affreschi di Quindici manifestano una diversa tensione plastica che ci può ricondurre al X sec. d.C. o agli inizi del secolo successivo.
Per Gandolfo, invece, è stato significativo, ai fini di una collocazione storica del piccolo ciclo pittorico di Sant’Aniello, il confronto con gli affreschi venuti alla luce, recentemente, nella Chiesa inferiore di Santa Maria dei Carpinelli a Pernosano, presso Pago del Vallo di Lauro. Qui sono raffigurati tre Santi Vescovi: San Paolino, San Felice e San Massimo. Confrontando il volto di San Felice di Pernosano con il San Benedetto di Quindici, lo Storico attesta che è evidente una comune griglia compositiva e che la tovaglia della tavola, raffigurata nell’abside di destra di Quindici, è simile al velum presente nell’abside centrale di Pernosano. In entrambe è evidente una stessa struttura decorativa. Tra gli affreschi di Quindici e Pernosano, vi sono altre analogie che portano Gandolfo a pensare ad un comune filone di cultura, sebbene in tempi e modi diversi. Se, pertanto, la Chiesa di Pernosano è degli inizi del X sec. d.C., Gandolfo ritiene che gli affreschi di Quindici non possono sicuramente andare oltre i limiti di questo secolo.

Un grazie particolare allo studioso Domenico Amelia per la sua disponibilità.

BIBLIOGRAFIA:
CAMPANELLI D. 1991, La Chiesa di S. Aniello a Quindici ed i suoi affreschi (tesi di perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna), Università Federico II, Napoli.
GANDOLFO F. 2001, Arte in Campania (dispensa di Storia dell’Arte Medievale per l’Anno Accademico 2000-2001), Conservazione dei Beni Culturali – Istituto Suor Orsola Benincasa, Napoli, pp.8-11.

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