Le famiglie di Palazzo Carulli Avellino

di Andrea Massaro

( Nel 1806 il Palazzo già esisteva. Ha ospitato diverse famiglie della borghesia avellinese)

Mai cumuli di macerie, come quelli di palazzo Carulli, sito al Corso Vittorio Emanuele di Avellino, hanno fatto tanto scalpore nell’opinione pubblica per tanto tempo. Sicuramente, in avvenire,l’argomento non mancherà di suscitare nuovi e più accesi interventi. Sulla legittimità della demolizione si è fin troppo discusso a pro e contro. Quello che preme in queste righe mira a far luce, sulla scorta di documenti autentici, sulla storia del palazzo e sulle tante vicende che si sono accompagnate durante l’arco della sua lunga vita. Sulla costruzione sono state fornite molte date: primo Ottocento, secondo Ottocento, 1904 ed, infine, 1920. Una specie di tombolata natalizia. L’argomento, così come dibattuto, meritava un serio approfondimento, e per questo ci siamo portati presso l’Archivio di Stato di Via Serafino Soldi ove sono conservati i fondi archivistici indispensabili alla memoria della città: gli atti notarili. Una prima sorpresa è venuta nell’apprendere la remota origine del palazzo, contrariamente a quanto sinora affermato. Con la complicità di un notaio del secolo scorso, il notaio Vincenzo Galasso, abbiamo scoperto che in data 6 maggio 1806, pochi giorni prima che Avellino fosse elevata a capoluogo di provincia da Giuseppe Bonaparte, si presentarono nello studio di un altro notaio, Don Giosuè Tango, il "gentiluomo" Don Sebastiano Padula e Don Saverio Marotta (1763-1832), per procedere alla stipula dell’atto relativo alla vendita di un giardino da parte del Padula a favore del Marotta. Don Saverio Marotta all’epoca è proprietario di una accorsata locanda, capace di ospitare molti viaggiatori in transito per Avellino. Il giardino gli occorre per ampliare il suo stallone ove trovano riparo carrozze e traini dei vaticali di passaggio.

Alcuni decenni dopo gli eredi Padula vendono a Don Nicola Tecce la loro "casa palaziata" ed il giardino di cui sopra. Don Nicola Tecce, dopo il 1853, eleva "nuove fabbriche" tanto sul cortile quanto sul giardino, ed il modesto palazzo Padula assume l’aspetto di un palazzo della buona borghesia del tempo. Questo palazzo conservava la sua facciata nello stile neoclassico e si pone nel periodo architettonico avellinese nel quale prevale il colonnato. Esempio di questa architettura è presente all’interno del Convitto Nazionale e nella facciata dell’ingresso monumentale del Cimitero. Entrambe queste opere portano la firma dell’Ingegnere Luigi Oberty (1790-1874), attivo in Avellino negli anni 1817-1822. Il palazzo conservava un ampio androne coperto con il soffitto decorato da stucchi colorati ed è stato uno dei palazzi più espressivi della buona borghesia ed imprenditoria avellinese del tardo Ottocento. Il pregio del manufatto, sebbene limitato nei motivi architettonici ha avuto il suo valore nell’ambiente intero del Corso il quale è collegato allo sviluppo edilizio della città moderna, disegnata da Oberty e dagli altri ingegneri del Corpo Ponti e Strade che hanno operato durante il Decennio francese e la Restaurazione Borbonica ai quali si deve anche la progettazione e la cotsruzione del citato Carcere Borbonico e del Real Collegio e Orto Botanico. Il palazzo, oltre al piano terra, conta già due piani superiori. Il Corso, in questo periodo segna lo status symbol della nuova classe emergente, a cavallo tra la decadenza borbonica e l’incipiente unità nazionale, per cui le aree fabbricabili sono molto ricercate. Nel 1861 si ha un nuovo cambiamento nella proprietà che fu di Don Sebastiano Padula. Don Matteo Tecce, unitamente alle sorelle Luisa e Concetta e alla madre Donna Fulvia Laudisio, rispettivamente figli e moglie del defunto Don Nicola Tecce, si incontrarono presso un altro notaio, Don Vincenzo Tango, per stipulare l’atto di vendita del loro palazzo composto da "quattro appartamenti, due al primo piano e due al secondo piano, diversi magazzini interni ed esterni e cantina". Al palazzo si accede mediante un "portone con volta di travertino". Il palazzo confina con la suddetta strada Pioppi, il giardino del Real Collegio (Convitto Colletta) ed il casamento degli eredi Marotta. I signori Tecce il 10 ottobre 1861 vendono al "gentiluomo" Don Alfonso Carulli, il quale si è portato nel palazzo gentilizio dei Tecce a San Potito per procedere all’acquisto del nobile palazzo del Viale dei Pioppi, non ancora intitolato al "Re Galantuomo", per il prezzo concordato di ducati 7100 che resteranno in mano all’acquirente per cinque anni, fino a quando il palazzo non sarà liberato dalle ipoteche che vi gravitano sopra. La storia di palazzo Carulli riserva altri colpi di scena. Il giorno 28 dicembre 1869 nello studio dello stesso notaio Tango è nuovamente presente Don Alfonso Carulli e l’industriale inglese Giuseppe Turner, l’imprenditore tessile che da anni opera nelle filande di Atripalda. Il Carulli questa volta è nelle vesti di venditore, mentre l’"anglo - irpino" Turner in quella di compratore. Dopo l’acquisto dagli eredi Tecce, Don Alfonso Carulli ha "restaurato e migliorato" il palazzo. Il prezzo pattuito, compreso il giardino, è stato fissato in lire 40 mila. Ma la somma non sarà intascata dal sig. Carulli bensì dai numerosi creditori indicati dallo stesso Carulli al Turner e ciò in seguito al "giudizio di purga" tenuto nel Tribunale di Avellino. Il 10 gennaio 1870 sul giornale del capoluogo "l’Eco Irpino" appare l’avviso col quale si apre il giudizio di graduazione dei creditori di Alfonso Carulli e degli eredi Tecce. Sicuramente le vecchie ipoteche dei Tecce non sono state cancellate nel periodo quinquennale fissato nella vendita del 1861. Due decenni dopo, al censimento generale della popolazione, il palazzo è occupato ancora dall’industriale Turner. Ma la famiglia Carulli riesce a reintegrare l’originaria proprietà. Sarà sicuramente il matrimonio contratto da Alfonso Carulli con Michelina Salvi, figlia della nota dinastia del "ferro" di Atripalda a raddrizzare le sorti del contestato palazzo. Nel corso del Novecento il palazzo vedrà la numerosa famiglia di Luigi Carulli e Michela Testa ed i loro 13 figli abitare il palazzo che sarà ulteriormente migliorato nelle fabbriche. L’ultimogenito Oreste, notaio stimato, Vice Podestà di Avellino negli anni ‘30, e suo figlio Alfonso, funzionario di banca e Assessore comunale negli anni ‘60, saranno gli ultimi inquilini del palazzo. Il resto viene sepolto   dalle macerie che ingombrano ora il Corso di Avellino.

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