L'Avellino di una volta: dal tram a cavalli all'autobus.

di Erennio Mallardo

 

Intorno al 1890 il mezzo di trasporto collettivo pubblico nella città di Avellino era quello del così detto tram a cavalli che veniva gestito dall'impresa Carpentieri.

Di supporto c'erano le carrozzelle "da piazza" che "tariffavano" i percorsi a "forfait", e continuarono a farlo anche quando il Municipio impose l'osservanza del prezzario secondo la lunghezza degli spostamenti. Il tram a cavalli, collegava il "largo" (piazza della Libertà) con lo scalo ferroviario che distava tre chilometri dal centro cittadino.

Quando a Carpentieri subentrò l'impresa che faceva capo a Gaetano Giordano (siamo agli inizi del '900) il Municipio stabilì una particolare normativa e con essa il pagamento del "quantum". Si trattava di qualcosa come 1000 lire annue, il cui versamento all'avente diritto sarebbe avvenuto in quattro rate trimestrali (31 marzo, 30 giugno, 30 settembre, e 31 dicembre) da lire 250 ciascuna. Il prezzo del viaggio per lo scalo ferroviario ( e viceversa) era di 30 centesimi di lira (sei soldi) per chi viaggiava in prima classe e di 25 centesimi di lira (cinque soldi) per chi fruiva della seconda classe.

Quando arrivò il tempo di mandare in pensione il vecchio sistema; il trasporto per la stazione dei treni venne mantenuto con un grosso automezzo a benzina della Società Irpina Trasporti con Automobili (la S.I.T.A.). Fu intorno al terzo decennio del secolo (1929), che la linea di collegamento "Avellino-Ferrovia" poté essere servita da autentici torpedoni.

Toccò al nuovo assuntore del servizio provvedere in tal senso, facendo arrivare da Torino due eleganti autobus che costarono l'astronomica somma di 300.000 lire.

Venne confermato l'antico capolinea di piazza della Libertà ed il cav. Argenio (responsabile della gestione) fece collocare su di una colonna dell'illuminazione (lato caffè Roma) una grossa tabella di metallo sulla quale furono trascritti dal "letterista) Domenico Festa gli orari delle partenze dei treni per Benevento, Rocchetta e Napoli. Analoga tabella fece inserire nella prima, con gli orari delle partenze degli autobus per lo scalo ferroviario.

L'autobus iniziava la marcia a motore spento, perchè lungo via Nappi (lo "stretto") tutti i veicoli, a cavalli o non, erano tenuti ad andare "al passo" per non compromettere l'incolumità dei pedoni, datosi che la strada era sfornita di marciapiedi. Le cose filarono alquanto bene; ed altrettanto bene filarono nei periodi meno burrascosi della guerra 1940/1943. Quando ci fu il giro di vite, ne ebbero a soffrire soprattutto i mezzi di trasporto, molti dei quali passarono dalla benzina al carburante "autarchico". Anche il cav. Argenio si adeguò e fu in grado di non venir meno agli impegni assunti con il Municipio e con la città.

A due anni dalla conclusione della guerra fu istallata la rete filoviaria Atripalda-Avellino che ebbe il capolinea centrale sulle sponde del "Sabato", il secondo a piazza della Libertà ed il terzo al rione "Speranza". La linea fu inaugurata dal Ministro dei Trasporti on.le Corbellini il mattino del 16 settembre 1947. Venne servita da 5 filovetture allestite dalla C.G.E. ( del tipo "Fiat 668") che costarono 5 milioni e 900 mila lire. In un primo momento la società aveva praticato tariffe contenute, ma in seguito ad un "ritocco" del prezzo dei biglietti (di 10 lire), gli utenti minacciarono il "boicottaggio". La società fu, quindi, costretta a fare macchina indietro.

La S.F.I. fece nascere il collegamento con Mercogliano (via "Torelli") ed anticipò l'entrata in funzione della funicolare per Montevergine. Poi allargò il suo raggio di azione a Bellizzi, a Picarelli, al nucleo industriale di "Pianodardine" ed alla zona "Pennini", allorchè nei locali del "Maffucci" andò ad insediarsi l'ospedale civile della città. Nonostante tutto, la benemerita società di Atripalda non riuscì a tagliare il traguardo delle nozze d'argento. Uscì di scena con due anni di anticipo (oggi si parlerebbe di prepensionamento), ma dalle sue ceneri nacque un altro ente. Si chiamò A.T.I. (Azienda Trasporti Irpini) che sostituì i vecchi filobus con gli autobus. Tra diverse vicissitudini l'azienda ha cercato di mantenere tutti gli impegni presi con l'utenza. Il "parco" automezzi è stato sottoposto (più volte) a revisione. Alle fermate degli autobus furono collocati i tabelloni dipinti di giallo (come le vetture) con le indicazioni delle rispettive linee. Poi arrivarono i box-pensiline; ma non tutte le fermate ne furono fornite. Non ci furono i quadri orario relativi al passaggio delle vetture; ma la gente si abituò anche a quello. Venne abolita la figura del secondo agente (il bigliettaio), sostituito dalla macchinetta obliteratrice. Quel provvedimento fu un vero invito a nozze per i "portoghesi" (indigeni e forestieri) ai quali non parve vero di poter viaggiare a sbafo. Questa è una pessima abitudine che gli addetti al controllo combattono assiduamente applicando pesanti multe. In Italia, ogni anno sono almeno cinque milioni le persone che viaggiano sui mezzi pubblici senza pagare il biglietto. A tutto ciò va messo rimedio; ed il rimedio potrebbe essere la reintroduzione del secondo agente-bigliettaio. Ed inoltre, se sugli autobus è prevista la "salita" dalla porta anteriore (e la "discesa" da quella centrale e posteriore) ad Avellino si continua a fare il contrario. Ed eccoci ai posti riservati alle categorie protette; non bisogna occuparli, nemmeno quando nelle vetture non c'è spazio neanche per una mosca. E non si deve far finta di leggere il giornale o di cercare qualcosa nella borsetta, allorchè gli invalidi chiedono di potersi sedere. E soprattutto non bisogna sostare (come statue) in prossimità delle "discese", in attesa della ... preda.

Ma ritorniamo all'ATI. L'azienda già guarda al 2000 e si sta preparando in tal senso pensando ad un eventuale ritorno all'impianto filoviario, ovviamente più pratico rispetto a quello oggi in uso. Smantellare quello nato nel 1947, gestito dalla S.F.I. per tantissimi anni, fu, senza dubbio, un gigantesco errore.

Altre città (Salerno e Napoli) non abolirono i filobus e mentre nella capitale della regione tale sistema già da tempo marcia, a Salerno si è bene intenzionati a ritornare sulle vetture "elettriche", meno inquinanti di quelle che si muovono col carburante liquido. Per quel che ci riguarda, diciamo ben ritornino i filobus.

Li aspettiamo con gioia; e nell'attesa formuliamo tanti auguri per l'ottimo Presidente dell'azienda A.T.I. e per tutti i suoi valenti collaboratori.

Se son rose, fioriranno; ed allora quà la mano e "ad maiora".









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