Alessandro Bertoni

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I campioni dell'Avellino Calcio. Intervista a Alessandro Bertoni

 

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Le strade di Alessandro Bertoni e dell’Avellino Calcio si incontrarono nell’estate del 1985.

La promettente ala reggiana, dopo aver assaggiato il massimo campionato con la maglia della Fiorentina, era esplosa definitivamente nelle fila dell’Arezzo, compagine all’epoca con grandi ambizioni rimaste tuttavia inespresse. L’occasione per presentarsi nuovamente sui grandi palcoscenici arrivò con la chiamata del presidente Pecoriello che individuò nello scattante calciatore l’uomo in grado di esaltare gli schemi del tecnico slavo Tomislav Ivic, appena giunto sulla panchina irpina. Tre stagioni in serie A, 87 gare disputate e sei gol, poi 36 partite e due gol in B, prima di passare alla Lazio dove, al suo primo anno, realizzò uno storico gol in un derby capitolino terminato con il risultato di 1-1.

“L’incontro con Ivic – racconta Alessandro Bertoni – fu fondamentale per la mia carriera. Il mister dimostrò subito fiducia nei miei mezzi e mi lanciò nella mischia facendomi giocare, praticamente, in tutti i ruoli. Con lui cominciammo bene, poi qualcosa s’inceppò e la dirigenza decise di affidare la squadra a Robotti”.

Nella sua prima stagione in biancoverde, convinse non solo per le sue innate capacità balistiche ma soprattutto per la determinazione, arma comune a molti calciatori di quella squadra.

“Ad Avellino in quegli anni c’era un ambiente unico ed un gruppo che era veramente una famiglia. Con tutti si creò subito il giusto feeling: eravamo amici prima che compagni di squadra e ciò rendeva più agevole il nostro compito. Il pubblico del Partenio credo abbia sempre compreso il nostro spirito di sacrificio e ci apprezzava proprio per questo”.

Tra le perle di Bertoni, restano negli annali le due reti realizzate alla Juventus, entrambe in casa, che valsero un pareggio ed una vittoria ai lupi.

“Li ricordo benissimo tutti e due, come potrei dimenticarli? Il primo arrivò grazie ad una poderosa azione di Alessio che se ne andò sulla destra e mise un invitante pallone al centro dell’area, io arrivai in velocità dalle retrovie e diedi una capocciata micidiale. A momenti la curva sud veniva giù! Peccato solo che poi la Juve riuscì a pareggiare. Il secondo, invece, fu ancora più bello, perchévalse la vittoria. Usufruimmo di un calcio di punizione dal limite dell’area e lasciai partire un missile che Tacconi nemmeno vide”.

Quest’ultimo gol arrivò in una stagione strana per le sorti dell’Avellino. La squadra veniva da un campionato avvincente, con Vinicio in panchina. Si puntava alla zona Uefa, ce n’erano le possibilità e poi, per il discorso salvezza, l’Empoli partiva da meno cinque ed erano solo due i posti da evitare.
“Ad essere sincero, mi accorsi subito che quell’anno qualcosa non quadrava Perdemmo delle partite in modo strano che non meritavamo assolutamente di perdere. Noi ci mettemmo del nostro con un girone di andata pessimo ma, al ritorno, procedemmo con un ruolino di marcia da Coppa Uefa. Fu lì che ci rendemmo conto che eravamo una sorta di vittima sacrificale, avemmo netta la sensazione che l’Avellino non doveva salvarsi”.

Proprio Bertoni fu protagonista in negativo nell’ultima apparizione dell’Avellino in serie A: teatro, lo stadio San Siro; avversario: l’Inter.

“Eravamo riusciti a raddrizzare un match che si era messo subito in salita per noi. La palla purtroppo non voleva entrare. All’ultimo minuto – racconta l’ex attaccante - scaricai tutta la mia rabbia in un tiro che superò Zenga e fermò la sua corsa contro la traversa, sulla respinta un mio compagno non seppe correggere a rete. Lì si infransero i nostri sogni di raggiungere lo spareggio con il Pisa. Non potrò mai dimenticare le lacrime dei tifosi che ci seguirono in massa a San Siro ”.

Terminata la carriera da calciatore nel 1993 a Carpi, Alessandro Bertoni è ritornato nella sua Reggio Emilia, dove attualmente vive e si dedica alla cura dei campioni in erba. Racconta di aver seguito una sua passione, che è sempre stata quella di lavorare con i bambini e, con profitto, allena la Polisportiva Falck, una società satellite della Reggiana.

“Lavorare con i giovani dà tante soddisfazioni – confessa – i bambini ti seguono, li vedi crescere e, soprattutto si divertono. Credo che, a dieci anni, lo spirito debba essere questo. Ormai faccio questo lavoro da dieci anni e mi reputo contento, ho messo a disposizione dei più piccoli la mia esperienza e ciò mi gratifica. E poi – scherza – non corri il rischio di beccarti un “vaffa” o di prenderti uno schiaffo. Ormai tra i professionisti accade anche questo. Inutile che stia qui a portare esempi illustri recenti. Purtroppo i tanti interessi che ruotano oggi intorno al calcio hanno finito per svilire questo sport, secondo me ci si diverte poco, a differenza di quanto avviene con i pulcini”.

 







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