Giampietro Tagliaferri

 

I campioni dell'Avellino Calcio. Intervista a Giampietro Tagliaferri

  • Giampiero Tagliaferri è scomparso tragicamente in un incidente stradale il 20 novembre 2006. Questo l'omaggio dedicatogli da un tifoso "lupusday " sulla rete internet

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Un campione in campo e fuori, un uomo vero, un simbolo.

Questo è stato Giampietro Tagliaferri per l’Avellino dei primi anni ’80. Livornese di nascita, il centrocampista dai polmoni d’acciaio e dai piedi buoni, si impose per quella figura da leader che non poteva non portarlo ad indossare la fascia di capitano della squadra, dopo l’addio al calcio di Salvatore Di Somma.

Un’eredità pesante quella che si trovò a dover raccogliere Tagliaferri: una fascia mostrata con orgoglio e grande personalità.

“Mi promossero capitano probabilmente per il mio carattere. All’epoca mi capitò spesso di intervenire in manifestazioni pubbliche al fianco dei grossi personaggi politici, quali l’ex presidente del Consiglio, De Mita, o l’ex presidente del Senato, Mancino. Provate a immaginare quale potesse essere la mia emozione in quelle occasioni”.

Dalla sua casa di Livorno, l’indimenticato centrocampista dell’Avellino ricorda emozionato i suoi primi passi in maglia biancoverde.

“Arrivai ad Avellino nel 1981 – ricorda il diretto interessato - , in una città diroccata dal terremoto che c’era stato qualche mese prima. A livello professionale ho vissuto 4 anni intensi, ma anche dal punto di vista umano la mia esperienza è stata assolutamente positiva. Eravamo un gruppo di giovani emergenti, venivamo tutti dalla serie B o comunque da squadre di provincia. Però lì, ad Avellino, c’era un’atmosfera unica, direi anche esaltante: sapevamo che dovevamo pedalare per dimostrare di non essere inferiori a nessuno. Chiaramente eravamo consapevoli che, tecnicamente, non potevamo competere con i grandi campioni delle altre squadre, alcuni dei quali da lì a qualche mese avrebbero vinto il campionato del mondo in Spagna. Eppure, con la grinta ed il carattere spesso riuscivamo a metter sotto anche i più quotati avversari”.

Anche per il talentuoso Tagliaferri, quella irpina rappresentò un’importante tappa nella sua carriera di calciatore. Era un calcio con altri valori, sia tecnici che sentimentali, che sapeva raccontare storie umane che si fondevano sia con l’ambiente circostante che con l’aspetto meramente ludico del gioco del calcio.
“Avellino per me rappresentò un’importante opportunità. Venivo dal Bologna – racconta -, che in quegli anni non è che vivesse un gran periodo. Per chi riusciva ad arrivare a giocare in serie A il problema era rimanerci. Questa nostra voglia si sposava perfettamente con lo spirito della città ed i tifosi hanno sempre compreso il nostro attaccamento alla maglia. Non so se oggi accade la stessa cosa, e non mi riferisco ovviamente alla piazza di Avellino, ma al calcio in generale. Dubito che esperienze come quella che abbiamo vissuto noi vent’anni fa possano ripetersi”.

Poco spettacolare nelle giocate ma redditizio come pochi, Giampietro Tagliaferro, da buon condottiero, sapeva prender per mano la squadra nei momenti di difficoltà, magari scrivendo il suo nome nel tabellino dei marcatori con conclusioni tanto potenti quanto precise..
“Per il mio tipo di gioco non ho mai avuto picchi elevati – osserva l’ex calciatore livornese - in termini di gol realizzati, ad esempio. La mia dote principale, probabilmente, era la continuità di rendimento, sempre costante. Certo, qualche gol lo anche realizzato: ne ricordo uno alla Roma, all’ultima giornata, che a loro costò lo scudetto, e poi quelli segnati a Marassi, sia contro il Genoa che contro la Samp: in quegli anni per le genovesi eravamo un vero e proprio spauracchio, ogni qual volta le incontravamo le battevamo puntualmente”.

Dei numerosi aneddoti vissuti in quattro stagioni, quelli che ancora gli tornano a mente sono tutti legati ai rapporti umani nati in Irpinia. Dalle serate trascorse con gli amici di allora, Limido, Vignola, Vailati e Rossi che spesso non andavano giù al presidente Sibilia, alle sfuriate di quest’ultimo.

“Era un personaggio unico, un vero padre-padrone. Era capace di trattarti male e dopo appena dieci minuti di portarti al bar. C’è un episodio che ricordo sempre con piacere: avevo avuto un incidente con la mia automobile, cui ero molto legato. Allora per avere una macchina ci volevano settimane, se non mesi. Sibilia pretese che mi recassi, il giorno dopo l’incidente, in concessionaria con lui e fece di tutto per farmi recapitare l’auto in ventiquattr’ore.

Sono gesti, questi, che ti fanno capire l’umanità e l’affetto delle persone”.

Dopo gli anni di Avellino e la lunga esperienza a Udine, a fine carriera Giampietro Tagliaferri è tornato nella sua Livorno dove vive e lavora.

Con l’ambiente calcistico ha tagliato tutti i ponti ed oggi gestisce un’accorsata profumeria nel centro della città labronica.

“Ho fatto una scelta di vita – dice – con una figlia di 18 anni mi son detto: o pensi seriamente di fare l’allenatore, con tutto ciò che questo comporta, oppure cambi vita. Ho preferito allora fermarmi e dare una certezza ai miei figli per il futuro”.

PS.

 







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