Luciano Favero

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I campioni dell'Avellino Calcio. Intervista a Luciano Favero

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 Nonostante fosse ritenuto un calciatore grezzo, il baffuto Luciano Favero seppe dimostrare anche ai più scettici di essere un difensore completo, in grado di ricoprire più di un ruolo sulla linea arretrata.

In biancoverde Favero arrivò, nel novembre del 1981, dal Rimini.

“Per me fu come toccare il cielo con un dito – racconta l’ex arcigno difensore – quando l’Avellino mi chiamò non esitai un attimo ed accettai. Esordire in serie A per me che avevo sempre militato in campionati inferiori significava il coronamento di un sogno. Sogno che sarebbe, poi, sublimato da lì a qualche anno quando mi ritrovai addirittura ad ereditare la maglia di Claudio Gentile”.

Il racconto dei suoi trascorsi irpini comincia, inevitabilmente, dall’attualità per l’incombenza del big-match di domenica. Pochi dubbi per Favero su chi sia la favorita. “L’Avellino lo seguo solo attraverso la stampa ma da quel che sento e leggo sono convinto che i biancoverdi riusciranno a centrare la vittoria. Non credo che le cose, almeno per ciò che riguarda l’ambiente, siano cambiate rispetto ai miei tempi, perciò dico che quella irpina è una piazza che merita altri palcoscenici. Ad Avellino si vive di calcio tutto l’anno e non solo nei mesi estivi come accade a Rimini, anche nei numeri l’Avellino registra una maggiore partecipazione e, soprattutto oggi, questo è un fattore che non può essere assolutamente sottovalutato”.

In Romagna il calciatore nativo di Santa Maria di Sala, in provincia di Venezia, era giunto dopo un lungo peregrinare che lo aveva condotto a Milano e poi a Messina, Siracusa e Salerno. Proprio con i “cugini” granata disputò un’ottima stagione confermata poi l’anno dopo a Rimini. A Sibilia non sfuggirono le sue doti di combattente e lo strappò al Torino che gli faceva una corte spietata. In Irpinia andò subito a comporre una solida coppia con l’esperto Salvatore Di Somma. Con loro a protezione della porta difesa da Stefano Tacconi, fare gol divenne impresa ardua.

“Trovammo subito l’intesa giusta – ricorda – eravamo una coppia di difensori spietata. Soprattutto quando si giocava in casa per gli attaccanti avversari erano dolori. Diciamo che io e Di Somma rappresentavamo in campo il carattere della gente d’Irpinia”. Tanti i bomber degli anni ’80 sottoposti alle sue cure, tra questi quello che ricorda con più piacere è “Spillo” Altobelli, uno che con l’Avellino riusciva quasi sempre a far gol. “Per noi era quasi un incubo. Mi è capitato spesso di marcarlo, riuscivo a tenerlo a bada per 89 minuti e poi puntualmente riusciva a trovare la zampata vincente all’ultimo minuto”.

Ad Avellino Luciano Favero rimase tre stagioni, conquistando altrettante salvezze. “Furono tutti anni molto belli – conferma - proprio perchériuscivamo sempre a centrare quella salvezza che secondo gli esperti di allora non avremmo mai potuto raggiungere. Ricordo che ad ogni inizio campionato l’Avellino era sempre tra le squadre indicate come sicura retrocessa e quello per noi rappresentava lo stimolo per dimostrare il nostro valore. Salvarsi ad Avellino con cinque, sei giornate di anticipo equivaleva quasi alla vittoria di uno scudetto”.
Tra le tante battaglie vissute in maglia biancoverde quella rimasta indelebile nella sua memoria è il famoso 4-0 rifilato al Milan nel campionato 1982/83. “Era la prima di campionato ed intorno ai rossoneri c’era grande attenzione. Io marcavo Blisset che praticamente non toccò un pallone. Quei quattro gol credo li ricordino ancora oggi anche loro”.

Nel 1984 arrivò la svolta per la carriera di Luciano Favero. La Juventus cercava un sostituto di Claudio Gentile e finì per individuarlo del roccioso stopper veneto. A Torino, con Trapattoni in panchina, il difensore rimase cinque stagioni, vincendo uno scudetto, una Coppa dei Campioni (era in campo all’Heysel), una Supercoppa europea ed una Coppa Intercontinentale.

“Ovviamente mi trovai catapultato in un ambiente completamente diverso da quello di Avellino ma l’esperienza maturata in Irpinia fu per me determinante. Riuscii a mettere a disposizione di una grande squadra, qual era la Juve, quella cattiveria agonistica che avevo coltivato negli anni e che proprio ad Avellino mi aveva fatto maturare anche a certi livelli”.
Il calcio è stato ed è la più grande passione di Luciano Favero. Al di là della sua carriera sui campi di calcio della serie A, lo testimonia il fatto che si è deciso ad appendere le scarpette al chiodo solo l’anno scorso, a 47 anni suonati. Dopo l’esperienza juventina e la parentesi con il Verona, infatti, il “baffo” è tornato nella sua provincia di origine, quella veneziana, continuando a giocare tra i dilettanti locali. L’ultima esperienza l’ha vissuta con la maglia del Mestre, che ha contribuito a far salire in seconda categoria. “Diciamo che l’ho fatto più che altro per tenermi in forma, per evitare di metter su troppi chili. In realtà chi, come me, ha calcato i grandi palcoscenici trova difficoltà a staccare completamente la spina”.

 







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