Ottorino Piotti

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I campioni dell'Avellino Calcio. Intervista a Ottorino Piotti

 

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Quando giunse in Irpinia era poco più che un promettente portiere, quando lasciò Avellino era ormai ad un passo dalla Nazionale.

 Un’avventura che si trasforma in un sogno di estrema realtà quella di Ottorino Piotti.

Tre anni in Irpinia, uno in B, due in A e nemmeno una partita saltata (38 in B e 60 in A) gli valsero due convocazioni nell’allora Nazionale olimpica, che voleva dire essere, nel suo ruolo, immediatamente alle spalle di mostri sacri come Zoff, Bordon e Galli.

 Concreto e spettacolare, il “John Travolta della domenica pomeriggio”, come fu ribattezzato, è stato il primo atleta in maglia biancoverde a vestire la casacca azzurra: giocò un tempo di un Italia-Germania terminata sul risultato di 2-2.

Eppure era giunto, nell’estate del ’77, per fare da secondo a Pasquale Fiore, baffuto numero uno che l’Avellino prelevò dal Napoli.

<<Avevo 22 anni – ricorda Piotti – e mi trasferii da Como in treno. Sapevo che era stato acquistato un portiere esperto che mi avrebbe aiutato a crescere. Appena giunto in città quasi non mi facevano entrare in società perché nessuno mi conosceva. In quel momento mi dissi: ma chi me lo ha fatto fare. Invece…>>.

L’aver detto quel si, in breve, fece la fortuna del ragazzo di Gallarate. Già durante il ritiro precampionato Fiore ebbe qualche problema con i vertici societari e così Piotti si ritrovò con il numero uno sulle spalle.

<<Quella prima stagione fu indimenticabile. Partimmo senza i favori del pronostico, non avevamo certo ambizioni di vertice. Ed invece, partita dopo partita, prendemmo coscienza dei nostri mezzi e quando, dopo una settimana di ritiro, espugnammo Marassi scoppiò la gioia. Ci rendemmo conto che portare l’Avellino in serie A aveva valenze non solo sportive ma anche sociali. Quei giorni non li dimenticherò mai: un’intera provincia in festa, un ambiente davvero unico>>.

L’anno dopo Ottorino Piotti fece il suo esordio nella massima serie proprio in quello stadio che sognava sin da bambino. <<Entrare a San Siro da avversario: mi sembrava un sogno. Settantamila tifosi, lo stadio che sembrava crollare, di fronte una squadra di campioni: eppure per 85 minuti resistemmo alla corazzata rossonera, poi a cinque minuti dalla fine Buriani mi beffò. Ma con quella partita cominciò l’avventura di una squadra che, in quegli anni, ha scritto pagine importanti di calcio>>.

Le parate di Piotti contribuirono ad alimentare la famosa “legge del Partenio”, un campo inviolabile anche per le grandi. <<Ricordo ancora la vittoria contro il Milan, una mia grande parata su tiro di Cabrini in un Avellino-Juventus e poi quel rigore parato a cinque minuti dalla fine a Pulici del Torino. Potrei rimanere ore a parlare della mia esperienza avellinese>>.

Dopo tre stagioni ad Avellino per Piotti si fece avanti addirittura il Milan. Il numero uno biancoverde non resistette alle sirene ammaliatrici rossonere che, però, proprio quell’anno gli giocarono un brutto scherzo. <<Il Milan fu retrocesso per illecito sportivo e così mi ritrovai a ripartire dalla serie B. Se lo avessi saputo prima probabilmente non avrei lasciato Avellino, quella scelta condizionò molto il mio futuro>>.

 Al Milan Piotti rimase quattro stagioni, erano gli anni bui dell’era Farina. Dopo due campionati di B ed altrettanti di A, il pipelet lombardo si trasferì all’Atalanta dove rimase sei stagioni prima di concludere la sua gloriosa carriera nel Genoa dei primati che raggiunse la Coppa Uefa.

<<Arrivai ad Avellino dal Como che ero poco più di un ragazzino promettente, sono andato via che ero diventato tra i quattro portieri più bravi d’Italia. Ma soprattutto in quegli anni sono maturato come uomo, in un ambiente che mi ha insegnato tanto. Ad Avellino ho ancora tanti amici – conclude Ottorino Piotti -, da Pavarese, che so sta facendo molto bene come direttore sportivo, a Nando Del Gaudio, una persona speciale che mi fu molto vicino, con i suoi consigli, non solo tecnici>>.

Piotti inaugurò la stagione dei grandi portieri che in quegli anni indossarono la casacca biancoverde. Sulla sua scia si imposero, successivamente, campioni del calibro di Stefano Tacconi, Nicola Di Leo, Mariano Coccia, Mario Paradisi: grandi nel blindare la porta della serie A.
Come molti dei suoi colleghi, anche Ottorino Piotti è rimasto nell’ambiente della pelota all’indomani del suo addio al calcio giocato. Attualmente vive a Saronno, con la moglie e i tre figli, nessuno dei quali ha però, con suo sommo rammarico, seguito le orme paterne.

Dopo aver fatto il direttore sportivo per alcuni anni (Solbiatese e Voghera le sue squadre in C2), oggi ha la procura di diversi calciatori e segue, per conto di alcuni colleghi, i campioni in erba delle serie minori.










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