Paolo Beruatto

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I campioni dell'Avellino Calcio. Intervista a Paolo Beruatto

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Quei tre anni in Irpinia Paolo “il caldo” non li ha mai dimenticati. Tre stagioni disputate ad altissimi livelli, tre stagioni che lo lanciarono in serie A, in un periodo in cui non era facile emergere. Eppure lui è uno di quelli che può dire di avercela fatta, anche grazie ad una piccola squadra di provincia capace di compiere un miracolo sportivo.

Terzino sinistro, nato a Cuorgnè in provincia di Torino, arrivò ad Avellino nel mercato di riparazione novembrino della prima stagione dei lupi in serie A. Lo prelevò l’allora presidente Sibilia, in extremis, dal Monza, dove il ventenne si era messo in mostra in avvio di campionato.

“Firmai il contratto a Coverciano sul cofano dell’auto del “commendatore” – ricorda Paolo Beruatto -. Il mercato si era appena concluso e subito dopo salii sulla sua macchina e feci tutto il viaggio da Firenze al suo fianco. Mi colpì subito il personaggio, che considero il mio padre calcistico, per quel suo modo di fare: a metà viaggio costrinse l’autista a farsi da parte e si mise lui al volante”.


Le sue caratteristiche di combattente lo fecero diventare immediatamente un beniamino del “Partenio”. Nella prima stagione disputò 15 gare (“quasi sempre in casa” rammenta) contribuendo alla prima salvezza dell’Avellino in serie A.
“Arrivai che la squadra era ancora ferma al palo dopo cinque giornate di campionato. In panchina c’era Marchesi, un vero galantuomo, uno che mi ha insegnato tanto. Quando partimmo per Torino, per l’ultima giornata, davanti all’albergo c’erano due ali di folla festanti. Il pubblico impazziva letteralmente per le nostre gesta. Oggi posso dire, con cognizione di causa, che in quegli anni abbiamo scritto la storia del calcio ad Avellino”.
Nelle due stagioni successive, Beruatto disputò altre 58 gare con la casacca biancoverde, realizzando anche un rete, in casa, contro il Pescara. “Segnai il gol del vantaggio con un tiro di sinistro da fuori area, una splendida sensazione per me che non ero abituato a farne tanti”.

Per il difensore piemontese il vero segreto di quella squadra era la forza del gruppo, un gruppo unito che si ritrovava quasi ogni sera. “Vivevamo tutti a Mercogliano – racconta – e trascorrevamo lì il nostro tempo libero. Ricordo che c’era un bar dove ci incontravamo per giocare al flipper: bisognava calarsi per entrare tanto era angusto. Ci accontentavamo delle piccole cose, non andavamo alla ricerca del lusso o della mondanità. Con Boscolo e Romano formavamo un trio inseparabile: lo stare insieme fuori dal campo faceva crescere anche il nostro feeling all’interno del rettangolo di gioco e la domenica eravamo sempre caricati a mille”.

Dopo tre stagioni ad Avellino, Beruatto si trasferì nella “sua” Torino. Sei anni in granata e poi il passaggio alla Lazio per altri tre anni, prima di chiudere la carriera in C a Mantova.
“Quelli di Avellino sono stati gli anni più belli della mia carriera. Avevo poco più di vent’anni quando arrivai in Irpinia, lì sono maturato sia calcisticamente che come uomo. Ho imparato a soffrire, avendo vissuto in prima persona la tragica parentesi del terremoto. Ancora oggi – confessa – capita di incontrare ex avversari che ricordano come fosse impossibile superarci. Quando mi dicono: ma come facevate a vincere contro tutti, contro il Milan, la Juve, l’Inter, beh non posso nascondere che provo un’enorme soddisfazione”.
Smessi gli scarpini da calciatore, Paolo Beruatto ha cominciato presto ad allenare, partendo dalle formazioni giovanili della Lazio. Trieste, Viterbo, Padova, San Benedetto del Tronto, Messina, Arezzo, Varese e, da ultimo, Gualdo, le tappe in panchina. Da qualche mese sta cercando di portare in salvo la formazione umbra invischiata nelle sabbie mobili della classifica in C2. Sposato, padre di quattro figli, ha in Andrea, 14 anni, il suo erede calcistico. “Gioca nelle giovanili dell’Arezzo – racconta – ma avrebbe bisogno di un’esperienza come quella vissuta da me ad Avellino per capire cosa sia il calcio”.

Parlare del figlio gli permette di fare un salto a ritroso e di evidenziare come si sia evoluto uno sport che, pur rimanendo affascinante, ha perso molto. “E’ quasi impossibile fare un paragone – ammette – sono cambiate tante cose. Mio figlio non potrà mai avere quella grinta che avevamo noi perch?ormai manca quel senso di appartenenza ad una maglia. Noi ci mettevamo il cuore, oggi mi sembra che le cosa vadano diversamente. Ai miei tempi si viveva la città sette giorni su sette, a casa tornavamo assai di rado, e la logica conclusione era il carattere che alla domenica mettevamo in campo. In quei tre anni io mi sono sentito un avellinese ed il fatto che fossi considerato un combattente nasceva proprio da questa simbiosi che si veniva a creare con la città”.

Ad Avellino Beruatto era considerato uno dei “belli” della squadra. Ha spezzato diversi cuori in quei tre anni vivendo, poi, una lunga relazione con una ragazza avellinese. “Le donne erano l’incubo di Sibilia – scherza – non ci faceva uscire per paura che ci distraessimo troppo”.










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