Frasso Telesino

di Riccardo Sganga

Il comune di Frasso Telesino, che comprende la frazione di Nansignano, sorge ad un'altitudine di 374 m, nel sistema montuoso del Taburno-Camposauro, ad una trentina di chilometri da Benevento.

Il territorio comunale, ampio 22,2 Kmq, conta meno di 3000 abitanti ed è attualmente sede della "Comunità montana del Taburno" e dell'Istituto comprensivo (media, elementare e materna) "San Giovanni Bosco".

La popolazione appare in notevole e costante decremento. Le motivazioni del fenomeno sembrano essere quelle comuni a tutte le aree del Mezzogiorno che presentano analoghe caratteristiche di deprivazione socio-economica: il costante impoverimento dei terreni e l'insufficiente reddito agricolo sono causa di un continuo processo di deruralizzazione, cui continua a concorre il miraggio di un posto "in fabbrica", "in divisa" o "in ufficio", che si cerca raramente nella stessa Campania e sempre più spesso nelle città del Nord, oppure oltre i confini nazionali.

I fenomeni che riassumono le caratteristiche demografiche della popolazione frassese sono appunto quelli dell'invecchiamento e dell'emigrazione.

L'intera provincia appare particolarmente colpita da tale fenomeno, soprattutto nella forma dell'emigrazione temporanea, ma sempre più spesso anche da quella dell'emigrazione definitiva, sebbene esista la tendenza al rientro in paese dopo il pensionamento. I trasporti viari sul territorio frassese sono assicurati da due compagnie private verso, e da, i centri urbani più vicini, Benevento, Caserta, Napoli.

 La stazione ferroviaria più vicina è quella denominata "Frasso Telesino-Dugenta", situata sulla linea Napoli-Foggia, nel vicino comune di Dugenta. L'artigianato, sin dai tempi lontani, è stato legato alle esigenze del settore agricolo. La sua evoluzione ha pertanto ripercorso le orme e la crisi agricola. L'attività industriale è oggi praticamente inesistente, mentre l'attività commerciale è esercitata solo al dettaglio. Raramente una famiglia trae il proprio guadagno soltanto da quest'ultimo settore; nella maggior parte dei casi, al negozio - spesso situato al piano terra dell'abitazione - si dedica la moglie, in una sorte di prolungamento del lavoro domestico, mentre il marito e i figli che non proseguono gli studi prestano la loro opera in altri settori produttivi. Il settore sanitario vede la presenza in paese di un Presidio di continuità assistenziale (ex Guardia medica); discreta appare la situazione della medicina privata. Contrasta con un certo passivismo ed immobilismo tipici di molti paesi del  Meridione, un'intensa attività culturale concretatasi in importanti manifestazioni e pubblicazioni di interesse internazionale. Le persone che per svariati motivi vengono a Frasso, probabilmente si trovano di fronte ad un paese per vari aspetti sconosciuto, in apparenza chiuso, perché non sono in grado di leggerne le potenzialità e le risorse. È possibile, invece, vedere in Frasso "una porta aperta" quale caratteristica peculiare della sua storia, della sua tradizione, della sua gente. In questa prospettiva trovano significato il recente sviluppo di alcune associazioni culturali e la non irrilevante attività pubblicistica degli ultimi anni che certamente non potrà essere sufficiente a far diventare più "frassesi" i lettori frassesi, né a far capire bene Frasso Telesino a chi arriva da un altro luogo, ma sicuramente servirà a ridare luce ad angoli dimenticati e nascosti a fianco a quelli che di luce propria non hanno mai cessato di brillare.       

L'area territoriale dell'attuale "Comunità Montana del Taburno", di cui Frasso Telesino fa parte, fu sede dei principali centri della Civiltà sannita ed ebbe frequenti contatti con i centri della colonizzazione greca sul litorale, con i quali era collegata attraverso i fiumi Calore e Volturno. Dalla caduta di Roma, per tutto il Medioevo e fino all'Unità d'Italia del 1861, i centri abitati del territorio hanno seguito le sorti legate alle invasioni longobarde, bizantine, normanne, angioine,     spagnole, francesi. Nel corso dell'ultimo conflitto mondiale il territorio fu teatro di scontri tra le truppe alleate e quelle tedesche. Monete d'argento conservate presso il "Museo Archeologico Nazionale" di Napoli attestano l'appartenenza sannitica del territorio frassese; le tombe degli Arbusti ne attestano invece la presenza romana; la statua della Madonna di Campanile ne rappresenta il periodo medievale; le famiglie, Pignatelli, Gambacorta, Spinelli ecc. sono testimonianze del periodo Feudale; l'aggiunta a Frasso dell'aggettivo Telesino coincide con l'inizio del periodo Moderno.

La zona che esemplifica la vita attuale del paese è quella che da Piazza IV Novembre, attraversando tutto il Corso Amedeo Calandra, si estende per Via Capo Sant'Angelo fino a raggiungere un simpatico murales dell'artista spagnola Patricia Gadea. Si passa da case semi-diroccate a        moderni palazzi a più piani e a piccoli negozi. A pochi metri di distanza l'uno dall'altro si trovano i bar più frequentati, un negozio di prodotti informatici, due negozi di calzature, alcuni supermarket,        una sala-giochi, due macellerie, una piccola rivendita di tabacchi, un negozio di telefoni cellulari, un negozio di ottica, due negozi di abbigliamento, una lavanderia, una oreficeria, una bigiotteria, una cartolibreria, una birreria, un convento, le scuole, le più belle villette comunali, le più importanti chiese del paese, il palazzo del Comune, l'ufficio postale, il Presidio di continuità assistenziale, una banca, i maggiori circoli socioculturali, la farmacia. È qui che si trova Terravecchia, il cuore del cuore di Frasso, un monumento animato attestante che la storia non è finita, né finirà. È qui che s'intrecciano i rapporti interpersonali. È qui che si decide il fare quotidiano. È qui che si organizza - e in gran parte si svolge - il tempo libero. Anche quando ci si sposta verso altri paesi, il punto di partenza e di riferimento è in questa zona.

Terravecchia è un antico nucleo abitativo ricco di suggestive arcate e passaggi, le cui origini risalgono al X secolo. Con l'omonima manifestazione, negli anni Ottanta (dal 1983 al 1985), l'intera comunità intese promuovere la propria immagine a livello internazionale. La manifestazione artistico-culturale e ambientale consentì di operare interventi pittorici su pareti di androni, case e chiese del paese con rilevante valore urbanistico ed ebbe grande risonanza a livello nazionale ed internazionale.

Tra i personaggi illustri della storia frassese meritano particolare attenzione la principessa Giulia Gambacorta, il medico e filosofo del Cinquecento Giovanni Francesco Brancaleone, l'Arcivescovo e Viceré Papiniano Marcello Cusani, il poeta dell'Ottocento Antonio Barbieri, il teologo Alfonso Maria Iannucci, il numismatico Domenico Spinelli e il musicista Nicola Calandro.

321 a.C.

Le Forche caudine nella Piana di Prata

di Riccardo Sganga

Negli ultimi anni, l’attenzione per la storia dei Sanniti è cresciuta. Ciò ha avuto come risultato un allargamento del patrimonio delle conoscenze su questo valoroso popolo dell’Italia antica. I Sanniti propriamente detti erano formati dall’unione di quattro tribù: Carecini, Pentri, Caudini e Irpini. In seguito, altre tribù - come i Frentani - si unirono ad essi. Minacciati dall'invasione dei Sanniti, i popoli della  Campania chiesero l’aiuto di Roma. Il conflitto si svolse in tre fasi (Guerre sannitiche), sulle quali, specialmente sulla prima, le notizie sono piuttosto confuse. Romani e Sanniti avevano due obiettivi comuni da raggiungere: la conquista del fertilissimo territorio della Campania e il predominio sull'Italia centrale. Un giorno, Ponzio, abile generale sannita, riuscì a circondare i nemici in una stretta valle del Sannio. Risparmiò la vita ai Romani facendoli però passare sotto le Forche caudine, ossia sotto una lancia appoggiata ad altre due conficcate nel terreno, fra le burla e le offese dei propri soldati. Il Senato rifiutò di riconoscere un accordo tanto infamante, limitandosi a consegnare ai nemici i responsabili del trattato, ma i Sanniti non li accettarono, non sapevano cosa farsene di una vendetta tanto meschina. La guerra continuò per anni. I Sanniti si unirono con Etruschi e Galli in una grande coalizione antiromana. Sconfitti, furono costretti a stipulare un patto di alleanza con Roma che presto li sottomise alla propria guida politica e militare. L’esatta allocazione delle Forche Caudine non è ben precisata nelle descrizioni di Tito Livio e di altri storici del tempo. Il luogo pare localizzato nel territorio della Valle caudina, ma secondo alcuni studi recenti potrebbe essere riconducibile anche all’altopiano della Piana di Prata, in territorio frassese. È questa un’ipotesi già avanzata in passato dal generale Michele Di Cerbo, autore nel 1949 di “In volo su Frasso Telesino” e ripresa ed ampliata da Massimo Cavalluzzo e Benito Fusco nel libro “Le Forche Caudine ed il Trattato della vergogna” (Tra il Sabato e il Calore, 1999). L’ipotesi troverebbe conferma in alcuni reperti rinvenuti recentemente proprio nella Piana di Prata, da tempo immemorabile meta di archeologi e vacanzieri.

Prefazione del libro

Il tuo paese lo ami o lo rifiuti.

Riccardo Sganga, godibile quanto mai nel suo argomentare tranquillo e impegnato, anche quando, per il mio Giornale, affronta temi di attualità che l'usura esautora a puri gettoni di juke-box, torna come un allogeno, nella sua Frasso, dopo un breve viaggio all'estero e vi riporta la tenerezza di storie di anonime esistenze, di solitudini, di eventi di guerra, di terre minate, di città distrutte.
Dalla chiocciola della memoria, laddove il margine tra realtà e vita vissuta si smargina, riducendone i confini, riproducendo modificando e trasformando la combinazione incerta e mutevole dei fragili segreti, riscopre il portone, il piccolo ponte, le pietre abbandonate del suo paese, Frasso Telesino, ridente paesino, uno dei tanti del meridione d'Italia, con un orologio senza lancette nell'universo senza tempo.
Frammenti di storia e di vita vissuta, spaccati di umana quotidianità, scorci e finestre su luoghi e percorsi rivisitati con l'animo del " fanciullino", con un pensiero, uno scatto, un'immagine, lo stupore e l'incanto dell'erba senza nome, della bolla di sapone, del tamburo di latta, con la sorpresa del rumore di una lattina di alluminio capitata sotto i piedi.
E lo fa il giovane Sganga con una scansione di fatti e di richiami, chiara, corta, pregnante, ricorrendo alla Provvidenza, madre benigna e cordiale amica che fa dimenticare o quanto meno assopisce condizioni di ciclo calante, una sorta di anestesia che induce al riposo, di un calmante che sopisce l'angoscia. Fino all'ultimo capitolo del libro, fino al dialogo nel buio, allorché, nel giovane Autore, subentra, insidiosa e inevitabile la sensazione che in quell'orologio senza lancette e in quell'universo senza tempo, si debba riposizionare l'essenziale ch'è altrove o se là è - a Frasso - è da ricercare.
E' il rigetto dell'acculturazione passiva, della crescita rallentata, dei desideri inespressi, della fisima coltivata. E' il rifiuto delle vittime sacrificali dell'inedia prolungata, della gaia indifferenza per un progetto disegnato e mai compiuto.
Sono certo che questo libro di Riccardo Sganga non finirà nel mucchio della narrativa dalle immagini patinate e di formati lussuosi, avverso ai quali avverto sempre comprensibile prudenza.
Avrà sicuramente grafica ariosa, ma soprattutto saprà parlare al cuore della sua gente, dei nostri giovani conterranei che lottano, giorno dopo giorno, nell'insostenibile contraddizione tra la vita che accade di spicciola umanità e la scettica disperazione per un futuro migliore della nostra amata terra meridionale, …"la quale, se non durai fatica ad intendere quanto poco fosse amica dell'uomo, sentii perciò appunto di dovere, misteriosa e muta com'è, perdutamente amare".

Tonino Martino
- Direttore ed editore di XX REGIONE-

 

 





Articoli Correlati