Archivi categoria: Blogger

L’indistinto Mondo dei Mediocri Avellinesi tra Supponenza ed Arroganza.

La supponenza e l’arroganza dell’intelligenza sono lo strumento migliore per presentarsi ad una città ?

Pongo una domanda, sperando non susciti le ire funeste di qualcuno, ed io non venga tacciata di essere una sorta di livorosa, una volpe che se non può arrivare all’uva esclami  “ah però non è per nulla matura”, mi limito ad  analizzare solo quello che vedo, con l’onestà che da sempre contraddistingue la mia penna e la mia parola.

Perché credo che chiunque decida di gettarsi nell’agone politico della città di Avellino, oggi lo debba fare con onestà intellettuale, questo la nostra comunità lo merita, e lo debba fare partendo dall’assunto che chi è senza peccato, solo, può scagliare la prima pietra lapidando gli altri.

La politica non è uno slogan pubblicitario.

Le parole spesso in queste circostanze vengono usate come una sorta di slogan pubblicitario, uno strumento per vendere un prodotto da parte di chi si pone su piedistalli troppo alti e forse immeritati.

Si declama una lontananza, un distacco dalla politica e dai partiti, con una sorta di disprezzo verso questo mondo che finisce per essere un tantinello offensivo verso chi in quei partiti milita, lotta senza ricevere in cambio incarichi, oboli o posizionamenti.

L’indistinto mondo dei mediocri.

E forse un  po’ offensivo anche nei confronti di tutti quelli che la città provano a cambiarla da anni, investendo tempo e denaro nelle proprie associazioni, senza ricevere finanziamenti, piaceri  e riconoscimenti dalle Istituzioni Pubbliche; e forse un poco offensivo nei confronti di quell’indistinto mondo definito dei “mediocri”, nei quali arriva tutto ed il contrario di tutto, un mondo di cui non si comprende il colore e la natura , fatto anche da chi forse non possa fregiare appartenenze di casta o titolo di professionista.

E’ che le parole hanno la loro importanza ed a volte possono diventare un  boomerang.

Non me ne vogliate ma in quelle che leggo ultimamente sui giornali da più parti sento,spesso solo voglia di rivalsa e l’affermazione di  aspirazioni non realizzate.

E si badi bene nessuno è contro la legittima volontà di chi si sente sano portatore di competenza, di partecipare alla guida della città, il problema sono i motivi che spingono le nostre ambizioni, che devono tenere conto di chi siamo e di quale storia portiamo sulle nostre spalle, ora e sempre.

Avellino, la Città incompiuta.

Perché è profondamente vero che la città grida vendetta, per le sue incompiute, i suoi progetti urbanisticamente osceni, per le sue stanze vuote, per le cattive gestioni, per i disservizi,per la mancanza di qualsiasi spiraglio coerente  di accoglienza umana, ma dobbiamo intenderci sulle responsabilità di chi a tutto questo ha partecipato in qualche modo, aderendo a questa visione per puro interesse personale, o chi invece coltivando  ambizioni di incarichi futuri ha taciuto, coltivando solo il proprio spazio politico.

Contro il populismo spazio alla politica.

In ogni modo vorrei fosse chiaro che la parola politica è nelle cose,è nella vita quotidiana, è nei massimi sistemi e nelle piccole cose, ed essa si realizza ogni qualvolta prendiamo una piccola decisione della nostra esistenza, con o senza consapevolezza, quindi non trasformiamola in qualcosa di deleterio, da combattere e demonizzare, in qualcosa di terribile, perché saremmo disonesti intellettualmente, ma alimenteremmo il cattivo populismo,anticamera di nazionalismi pericolosi e guerrafondai, da cui quasi mai discendono buone amministrazioni.

I Partiti sono un’altra cosa, ed anche quelli abbiate pietà, o li vivete pienamente con coraggio dall’interno ed in esso combattete battaglie di giustizia e di trasparenza, o mettete solo in discussione l’ossigeno della nostra democrazia, senza alcuna possibilità di un ricambio reale.

E di lì che deve ripartire il nostro riscatto, una volta combattuto in quelle stanze e solo dopo si possono percorrere altre strade.

Il PD in salsa irpina sta perdendo la città.

E certo non si può tacere su quanto accaduto domenica alle primarie del Pd, che in città hanno visto compiersi l’ennesima catastrofe.

Perché mi spiace per chi voglia ancora trattenere il potere, ma i numeri non si discutono, sono chiari come la luce del sole, sono evidenti, incontestabili, la città la stiamo perdendo e con essa tutte le risorse di competenza, capacità freschezza, ed onestà.

E questo atteggiamento ci condannerà ad una lenta agonia  sino al suicidio politico.  La forza la dobbiamo trovare ora per poter compiere una rivoluzione culturale forte e senza  se e senza ma, altrimenti davvero resteremo senza “Aria” .

 “Troppe voci si levano a pontificare nel mondo della politica. Troppi sapienti, arroganti, opportunisti e falsi. Occorrerebbero uomini intelligenti, onesti, chiari nel parlare, difensori delle classi più umili. Alieni da ogni compromesso, capaci di affrontare l’incerto per un ideale.” (Romano Battaglia)

[amazon_link asins=’888346530X,1166827879,8897489087,8823018838,B01N4GCN9F’ template=’ProductCarousel’ store=’aol-wordpress-21′ marketplace=’IT’ link_id=’9365b619-309b-11e7-97b9-253a78251c92′]

L’Armata Brancaleone in salsa irpina, dilettanti allo sbaraglio.

Cancellare ciò che di buono esiste in una città non è operazione casuale, al contrario è scientificamente programmata e finalizzata ad annientare la coscienza collettiva, con il chiaro intento di procedere poi ad agire in assoluta libertà.

Le dittature nascono da profondi momenti di crisi, dalla rotture sistematiche ed economiche delle società, in cui il dato della violenza, della  mancanza di sicurezza e di controllo abbracciano la mancanza di lavoro e di sicurezze sociali ed economiche.

E’ lì che si annida il pericolo, ed è sotto la cenere che cova il nemico della storia.

Qualcuno penserà che io sia una sorta di uccello del malaugurio, un corvo nero pronto sempre a sparare sulla realtà che mi circonda e sulla classe politica, pronta a non guardare la bellezza che mi circonda, ma non è assolutamente così.

E’ che a vent’anni avevo sogni e speranze,a trenta aspirazioni, a quaranta comincio ad accorgermi che il mio livello di incidenza sulla realtà è quasi pari allo zero.

E non dipende dal fatto che io sia solo un piccolo granello di sabbia nel deserto della globalizzazione, ma che dinanzi alla rinuncia collettiva, si finisce per non essere che un numero.

Ora io di essere un numero proprio non ho voglia e vorrei che anche gli altri non si facessero trascinare nel baratro dell’anonimato.

Ad esempio facciamo un po’ il punto della situazione sulle recenti vicende del nostro amato Consiglio Comunale, che a confronto l’armata brancaleone  sembra una truppa ben organizzata.

Pare che ad un anno esatto dalla fine di questo lungo lunghissimo mandato lasceranno alla città svariate incompiute, cubi, scatole vacanti, fosse, bruttezze e l’unica Istituzione Culturale della Città chiusa.

Che poi si parli da mesi di Eliseo è altra cosa interessante, perché ancora non si è capito cosa accadrà in quelle stanze ed a chi sarà assegnata la struttura.

Perché vedete qui ognuno agisce un po’ come gli pare, diventa assessore, si insedia senza alcuna proposta per la città se non vuote parole.

Non me ne voglia nessuno, ma mi chiedo di cosa si discuta in Commissione Cultura e quando sarà approvato il famigerato regolamento delle associazioni con annesso Albo.

Quando la Politica ed i partiti, tutti nessuno escluso, cominceranno ad uscire dagli sfiancanti discorsi populisti e cominceranno a parlare di progettualità reale, perché guardate che non la si regge un’altra campagna elettorale, fatta di video e di foto con volti sorridenti di gente  di cui conosciamo vita, morte e miracoli ed annessi scheletri negli armadi.

Non varcate quella soglia, come si direbbe in un Film del miglior horror degli anni ’70, perché saremo lì pronti a ricordarvi le vostre storie e quelle dei vostri misfatti, il vostro aver occupato poltrone senza neanche aver sentito una volta la vostra voce, il vostro non aver contribuito in alcuna misura alla crescita della città.

Perché la città è di chi la vive è di chi la percorre a piedi, e di chi accompagna a scuola i figli, e di chi non trova parcheggio, e di chi non riesce a gestire una attività, di chi non riesce a trovare un posto in ospedale, o che deve battagliare con i parcheggiatori abusivi.

Tutti saranno pronti a dire che risolveranno i problemi e che Avellino diverrà città dei parchi, dei giardini e della cultura, dei festival e delle attrattive, non credetegli, mentono e non fidatevi, non hanno nessuna esperienza ne credibilità.

Sono dei dilettanti allo sbaraglio che Corrado avrebbe rifiutato anche alla Corrida, scordati e stonati dissennatori.

Ricordatevi i faccioni, ricordatevi che hanno lasciato morire tutte le realtà associative, ricordatevi che vi hanno propinato tutta una serie di osceni concertoni, ricordatevi che hanno lasciato una piazza senza anima in eredità alle future generazioni, con debiti ed inchieste aperte, ricordatevi che hanno lasciato insofferenza e migranti non accolti, e poveri ed oppressi non sostenuti, ricordatevi che sono quelli che non sono mai riusciti ad organizzare i servizi sociali…

RICORDATE!!!

La vera libertà si vive faticosamente tra continue insidie. (Aldo Moro)

Avellinesi, Arrabbiati prima del voto,”Pecore” davanti all’Urna.

Mentre in Europa tutto si muove a velocità incredibili, e nelle grandi Democrazie tutto è in discussione.

Mentre negli States trionfa il Populismo di destra di un piccolo uomo dal caschetto rosso di capelli, evasore fiscale ed imprenditore dal dubbio passato, che forse ci ricorda qualcuno che ha governato per circa vent’anni nel nostro Paese.

In Italia si discute di chi fra qualche mese guiderà il Partito Democratico, e ad Avellino si discute su come mangiarsi i Fondi che arriveranno nei prossimi anni per investimenti nel recupero delle Periferie e per concludere qualche incompiuta.

Ebbene mentre il Sindaco della nostra modesta, modestissima città con i suoi fedelissimi ad intermittenza rimane saldo al comando sino al 2018, altrove le piccole vedette lombarde costruiscono avamposti, sperando di riuscire ad intercettare il malcontento popolare.

In realtà Avellino non ha mai avuto una vera classe dirigente, ma soprattutto non ha avuto mai dei cittadini nel senso pieno del termine.

Rabbiosi sino ad un attimo prima di entrare nella cabina elettorale, lì subiscono una strana trasformazione ed a capo chino votano su indicazione precisa e senza riflettere.

La storia è scritta dai fatti ed almeno su quella nulla possiamo, è vero che nelle interpretazioni, spesso qualcuno prova a giocare qualche brutto scherzo, ma vi garantisco che i revisionismi hanno vita breve.

La storia della nostra città nel post terremoto è quella di casermoni brulicanti ed osceni, di appalti truccati, e di scatole vacanti, di cubi al quadrato e di nomine sospette.

E’ la storia di un Popolo che con consapevolezza ha voluto cancellare il proprio sentiero pensando che i soldi, che comprano il benessere avrebbero consentito poi di mandare i figli in Università ed in realtà migliori di questa.

E’la storia di un Popolo egoista che è divenuto con coscienza suddito e che ha preferito l’intrattenimento alla cultura, l’amianto al grano, e che sapeva quanto accadeva nelle proprie viscere e sotto i propri piedi, ma ha taciuto pensando che in fondo “domani è un altro giorno e di vedrà”.

Peccato che poi non sia andata proprio così, che il vento sia cambiato ovunque e che anche la Politica ed i Partiti abbiano perso un po’ di potere e di gestione del malaffare.

Perché il malaffare non è solo la tangente per aggiudicarsi l’appalto, ma è anche consentire la costruzione di una casa in dispregio di qualsiasi regola urbanistica, o consentire il parcheggiatore abusivo e lo scarico illegale, o la lavatrice per strada.

La crisi economica mondiale ha fatto ridurre il denaro circolante e soprattutto sono spariti i posti di lavoro usati come promessa elettorale e la gente ha cominciato ad alzare la voce, mentre perdeva le case per mancato pagamento dei mutui o per procedure con equitalia, mentre non riusciva a far studiare più i figli, mentre vedeva chiudere le fabbriche, che avrebbero dovuto garantire ricchezza, mentre vedeva sparire l’orizzonte ed i sogni di benessere e di serenità.

La città ha perso le sue poche certezze, ha perso il verde, gli alberi, i Cinema, ha perso le piazze, ha perso il senso di comunità, il senso di appartenenza, ha perso l’idea del futuro, del domani, ed ha cominciato a sollevare le spalle. I segnali ci sono, seppure ancora, leggeri, la voglia di cambiamento, di ordine, di bellezza seppure ancora poco forte, è strisciante, ma si accompagna alla rabbia ed alla paura che tutto cambi perché nulla cambi.

Il terreno è pronto e lì, ma ha bisogno di braccia forti e di giornate, mesi, forse anni di duro lavoro perché da  quella sterile terra possano cominciare a fiorire nuovamente frutti.

“Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere.”

Soldi e Morte, Silenzio e Politica: addio ad Elio Graziano

 

Scompare Elio Graziano, questo nome forse non dirà nulla alle nuove generazioni, e forse direbbe poco anche alla mia se non avessi, insieme ad un gruppo di persone, amici, e compagni di ventura, realizzato nell’ambito di un progetto nazionale noto come Luoghi Ideali,  uno studio sull’Isochimica e la sua Bonifica.

Elio Graziano era un imprenditore molto noto negli anni ’80, aveva dalla sua la spregiudicatezza tipica di quei tempi e, forti protezioni politiche.

L’uomo delle lenzuola d’oro e del detersivo che tutto sbianca, forse anche le coscienze, l’uomo che decide di dare un’opportunità di lavoro ai giovani di una terra devastata dal terremoto e che tutto doveva ricostruire.

Una scelta consapevole quella di aprire una fabbrica che lavorasse l’amianto in periferia, in quella periferia, lontana da tutto e tutti, quella periferia popolare degli anni ’80 che aveva bisogno e fame.

Una scelta consapevole quella di assumere giovani e non perché fosse giusto, ma perché fosse conveniente, le malattie legate alla lavorazione dell’amianto, arrivano lente, lente a consumare i polmoni e le anime.

Tutto studiato a tavolino, insomma, un progetto preciso, una strage annunciata e voluta.

Ma nessuno vuole pronunciarle queste parole, perché in nome di una morale cristiana, o di una sorta di precisa abitudine storica, ciò che non si pronuncia forse non esiste.

E quindi Elio viene quasi beatificato alla morte, la parola amianto sparisce e tutti lo ricordano come colui che fu patron dell’Avellino del Calcio e della serie A, come colui che generoso arrivava in elicottero , regalando biglietti per lo stadio.

E l’immagine che lo accompagna nel suo ultimo viaggio è quella di lui abbracciato fiero fra qualche giocatore.

Ah il pallone, croce e delizia, di questo poverissimo Paese, che del suo provincialismo, paga le pene tutti i giorni.

E dei trecento lavoratori, e dei cittadini di Borgo Ferrovia, quasi nessuno parla, o forse solo un timido accenno.

Quei giovani a cui hanno rubato l’anima, e che a mani nude scorticavano via l’amianto dalle carrozze dei treni, quei giovani che in quel borgo hanno vissuto accanto ad una bomba ecologica, a cui è stato negato qualsiasi diritto, sembrano essere più un dato statistico, che “storia” di una città, che ha perso la sua battaglia proprio in quei momenti.

Nei momenti in cui ha ceduto tutto alla politica delle clientele, in cui ha barattato tutto, salute, crescita, comunità e senso di appartenenza per qualche biglietto o per un posticino in fabbrica, che è andata incontro alla Morte, le ha spalancato la porta. Morte fisica, civica e sociale.

Tutti sapevano e tutti hanno taciuto, a tutti faceva comodo, e se l’inchiesta non fosse nata altrove probabilmente qui nulla sarebbe accaduto.

Ci sono misteri o segreti che Elio porta via nella tomba? Io non credo, a dirla tutta conosciamo nomi e cognomi e con essi le connivenze, ma continueremo a tacere, perché in fondo qui resta tutto uguale a se stesso, nonostante la Bonifica che pare arriverà presto.

Una bonifica che ahimè non ci restituirà chi è morto per poter garantire a se ed alla propria famiglia una esistenza libera e dignitosa, ma che non ci restituirà un senso della storia e del futuro che presuppone la verità dei fatti e delle cose.

Per dovere di cronaca la Fabbrica fu chiusa, quando proprio non si poteva fare a meno di lasciarla lì, ma Graziano continuò a lavorare amianto per molti anni ancora per conto delle Ferrovie, sotto un’altra ragione sociale nei medesimi luoghi, ma nessuno pare si accorgesse di nulla.

Gli enti preposti hanno poi raccontato un’altra storia, hanno disconosciuto i diritti e le tutele dei lavoratori, ed una legge seria nel nostro Paese è ancora lontana dall’essere una realtà.

Giace, sommerso dalle scartoffie il DDL Casson che potrebbe finalmente dare dignità a tutti quelli che in un modo o nell’altro hanno vissuto a contatto della polvere bianca, ma come sempre la Politica preferisce raccontare barzellette e girare la testa dall’altra parte.

E qui si continua a morire.

Quindi mi perdonerete ma non riesco a provare nessuna pietà per chi ha agito con dolo, coscienza e volontà in questa vicenda.

“Ovunque l’uomo porti il suo lavoro lascia anche un po’ del suo

Quei Dieci Piccoli Indiani…Avellinesi.

Venerdì ho avuto l’onore ed il piacere di partecipare con un mio contributo alla presentazione del libro “Eroi nel Paese della Mafia” del Prof. Luigi Anzalone, presso il Circolo della Stampa di Avellino.

Per due ore si è aperta una discussione forte ed appassionata sul valore della legalità e della correttezza nel nostro Paese, e visti gli ospiti, era presente anche l’on. Bassolino ed il direttore Gianni Festa, non si è potuto non discutere, anche di quanto la politica possa e debba fare in tal senso.

La sala era piena ed ho avuto per qualche istante l’illusione che quanto fai per diffondere un certo tipo di cultura ed un certo messaggio, in fondo non sia del tutto sprecato, che anzi c’è chi ti ascolta, ed ha voglia di cambiare profondamente questo Paese, completamente divorato dalla corruzione.

Poi sei costretta a svegliarti dal sogno e ripiombi nella triste realtà Cittadina e nelle vicende del Congresso del Pd.

Un partito che in città non ha più ragione di esistere, che ha profondamente abbandonato ogni legame e contatto con la realtà, che continua a non intervenire nelle attività amministrative, pur avendo espresso quella classe dirigente, che continua a consentire brogli ed imbrogli, nella fase del Tesseramento, con il chiaro intento di proseguire sulla stessa linea di condotta che ha rovinato la nostra ossatura e che sta consegnando la Città, la Regione ed il Paese nelle mani di altre forze Politiche e del più assurdo ed inutile populismo.

Mentre la disoccupazione giovanile è a livelli mai raggiunti, storicamente parlando, e le aziende scappano dal Mezzogiorno, mentre la corruzione continua a divorare la macchina della Pubblica Amministrazione, e la Sanità e l’istruzione sono divenute un lusso, il Pd continua a consentire l’assalto ai Forni ad opera di qualche squallido provincialotto, senza alcuna volontà di riscatto.

Gli iscritti sono l’ossatura di un partito e non se ne può tradire la volontà e la fiducia.

Non si può lasciare che le decisioni vengano prese in qualche stanza allontanando il popolo dalla gestione del Partito, perché così la Politica muore e con essa chi la rappresenta.

Non sono più immaginabili direttori, o consessi privati che hanno come obiettivo la spartizione di poltrone e di numeri, o la trattativa sulle prossime candidature.

Chi ha gestito il Partito in questi anni ha oggettivamente fallito ed ha fallito non solo perché ha coltivato il mero consenso personale, ma ha fallito perché ha espresso una gestione amministrativa tra le più basse dell’ultimo ventennio.

Nessuno si offenda, ma neanche Galasso era riuscito in questa miserevole opera.

L’orizzonte è apocalittico, degno di un film di fantascienza, e la sensazione è sempre quella di una insegna su di un balcone a Via Tagliamento, invaso da  polvere e vecchiume, e non mi riferisco ad un dato meramente anagrafico.

I metodi, le procedure sono sempre le stesse, tutto si gioca in casa, come se si trattasse di una partita a briscola, un po’ come la scena di Dieci Piccoli Indiani, in cui ciascuno sa che deve diffidare dell’altro che è seduto accanto.

Etica, legalità, servono a riempire solo le pagine dei discorsi elettorali, ma poi la gente, gli iscritti, i simpatizzanti non possono scegliere liberamente, e tutto diviene la mera conta delle tessere che qualche Finanziatore occulto ha consentito di acquistare.

Il discrimine non è quindi il merito, la competenza, ma il soldo, l’affare promesso, l’appalto che può essere aggiudicato, la direzione dei lavori, la consulenza.

Ed allora si amici e compagni teniamoci il Cubo a Piazza Libertà, teniamoci un Teatro semi-vuoto, le municipalizzate, carrozzoni politici, nate per garantire voti, teniamoci i Mostruosi Palazzi in centro città, l’immondizia nelle strade, teniamoci un Eliseo che diverrà un altro scatolone per accontentare le velleità di qualche altro Intellettualoide nostrano.

Si compagni ci stanno imbrogliando per l’ennesima volta, vogliono rendere ciechi a qualsiasi forma di bello, e presto diremo che anche le spianate di pietra in fondo poi non sono tanto male, che non ci sono più soldi da investire e che questo è quello che ci tocca.

Ma non possiamo consentire a nessuno di scegliere per noi, non possiamo rimanere più fermi, dobbiamo pretendere e riprenderci la città e mi spiace non me ne voglia nessuno, ma si parte ricostruendo una sana visione Politica, ricostruendo lo scheletro dei Partiti, e cacciando a pedate chi ha divorato, materialmente, il nostro senso di Comunità.

Scegliamo di essere per una volta Eroi e non pedine.

“Le cose che si vedono sono terrene, quelle che non si vedono sono eterne”

Sotto un manto di neve, Avellino è una città che sta morendo.

 

Nella città dalle strade senza nome tutto è coperto da una coltre bianca, sia che nevichi sia che il clima sia più benevole, una coltre spessa e pesante che blocca qualsiasi possibilità di movimento e di crescita umana e culturale.

Ormai siamo dinanzi ad una perenne ed eterna opera incompiuta che nulla ha di artistico o poetico, non una rima a cui i posteri avrebbero potuto trovare un finale adatto ai tempi ed alle trasformazioni.

Una città che sembra ferma nel tempo e nello spazio in un freeze senza possibilità di riscatto.

E quanto accade viene cancellato in un attimo, chi amministra e chi vive nelle stanze del potere affronta i problemi del quotidiano come piccoli fastidiose inopportune sciocchezze, a cui non si può dare la giusta importanza e di cui non si deve fornire alcuna risposta precisa.

Chi siamo noi per pretendere, chi siamo noi per chiedere chiarimenti, chi per chiedere servizi, spazi pubblici, strade pulite e vigilate, chi in fondo se non coloro a cui la Costituzione delega il potere e che trasferiamo in virtù di un principio di rappresentanza a terzi.

Ma è qui il segreto ed è qui che si annida il bandolo della matassa, possiamo continuare a lamentarci perdendoci in una inutile e lenta litania o forse non è arrivato il momento di pretendere il rispetto dei nostri diritti esercitando le nostre facoltà ed adempiendo a pieno i nostri obblighi e doveri.

Perché qui dobbiamo chiarirci se la politica ha le sue colpe, noi non siamo esenti da responsabilità gravissime, siamo colpevoli di indifferenza e  soprattutto di aver pensato che con l’arte dell’arrangiarsi avremmo potuto tirare a campare a tempo indeterminato.

Siamo colpevoli di aver pensato che la soluzione fosse la raccomandazione, la 104, e la falsa invalidità, la visita medica a scrocco e l’evasione fiscale.

Siamo colpevoli tutte le volte che giriamo la testa d’altra parte dinanzi ad una ingiustizia o ad un disservizio, tutte le volte che vendiamo e svendiamo il nostro voto in cambio di un posto per i nostri figli.

Perché per cambiare una società si deve riscoprire il senso di comunità, ma soprattutto mettere in discussione tutte le nostre priorità, comprendere che non è l’IO al centro della nostra discussione, ma il NOI, e che soprattutto le opportunità, i sogni e le aspettative devono essere possibilità per tutti senza distinzione di appartenenza di classe o di censo.

Questa città si deve spogliare dalle logiche di casta, dalla cultura familiare e clientelare e scoprire il gusto della competenza, che è la chiave per la soluzione di tutti i mali.

Chi si assumerà per il futuro l’onere ed il peso di traghettare la città  fuori da questo mare di melma maleodorante di opportunismi e di poltrone, dovrà farlo  con coraggio e con la incoscienza di chi non si aspetta tornaconti personali, ma che è animato solo dalla voglia di realizzare il sogno di una generazione, quello di vedere piazze piene di gente, musica, bellezza ed arte., di vivere una città finalmente piena di cultura che sia di nuovo punto di riferimento di una comunità e di un Paese.

Oggi non è più il momento di rimanere dietro ad una finestra a guardare la neve che  imbianca la città.

“Come hai paura di sporcarti le mani. Ebbene, resta puro! A che cosa servirà e perché vieni tra noi? La purezza è un’idea da fachiri, da monaci. Voialtri, intellettuali, anarchici, borghesi, vi trovate la scusa per non fare nulla. Non fare nulla, restare immobili, stringere i gomiti al corpo, portare i guanti. Io, le mani, le ho sporche. Le ho affondate nella merda e nel sangue fino ai gomiti”. (Jean-Paul Sartre)

A me Giovanni Allevi, proprio non scende giù.

Giovanni Allevi in concerto

“Ho sentito la necessità di scrivere e affermare una nuova musica classica
contemporanea, che prenda le distanze
dalle correnti precedenti già consolidate e recuperi
un’inedita sensibilità europea.
Questo lavoro porterà alla ribalta una figura ormai
completamente sconosciuta all’immaginario collettivo:
il compositore puro
”.

Parla di sé così il pianista e compositore che arriverà a calcare le pietre del nostro corso, nell’ambito della manifestazione Expost, il 30 dicembre 2016 .

Non nuovo certamente al pubblico, sarebbe interessante sapere negli anni in cui è stato ospite del Teatro Carlo Gesualdo, per presentare i suoi prodotti discografici quanta gente sia accorsa per assistere al suo show.

Non me ne voglia nessuno, a me Allevi, proprio non scende giù perché porta con se tutto un mondo musicale e pseudo artistico che negli ultimi anni ha intossicato il nostro Paese.

Non è una questione di gusti o di scelte, ma della oggettiva valutazione di quello che ci troviamo di fronte.

Non è l’antica arte del lamentarsi,ma semplicemente è la volontà di chi vive la realtà culturale della propria città attivamente ed altrettanto attivamente  quella del proprio paese,  di sperare che si possa offrire qualcosa di più e di meglio alle nuove generazioni.

Affinché si esca dallo scenario dell’intrattenimento, mascherato da panni di finta qualità.

Ma come, penseranno i selezionatori “vi diamo un piano ed una orchestra, abbiamo scansato l’artista poppettaro e pure vi lamentate? Ma siete degli ingrati”.

Eh no, non è così semplice e riduttivo, non è il commento da social che qualcuno sbeffeggia, quello di cui parliamo, è altro, è il modo di vivere le relazioni culturali, è la volontà di creare un calderone unico che non ha alcun filo rosso tra i suoi elementi.

Per cui accanto alla casuppola di natale, vedi e scorgi il cannolo siciliano,l’aspirapolvere, la ceramica di produzione industriale, le lucine colorate che seppur belle sono completamente non collegate al resto dell’addobbo,  e poi i concerti di giovani artisti classici a cui nessuno fa pubblicità ed alla fine, da ultimo il grande nome di richiamo a due giorni dalla fine dell’anno.

Così proprio non va e continua a non andare, perché manca a monte un’idea di cultura chiara e precisa, un progetto che investa Avellino per 365 giorni all’anno e di cui qualcuno si assuma la responsabilità piena e di cui poi debba dar conto la politica che lo ha selezionato, dei criteri, delle motivazioni e degli effetti sulla comunità.

Poi naturalmente potrà piacere o non  piacere, ma deve lasciare un solco nel quale seminare per il futuro.

Mica qualcuno conosceva Danilo Rea ed il suo Doctor three quando nel 2007 arrivò ad Avellino in una piazza del popolo gremita e festante, eppure anche quella fu una scommessa precisa.

Riportare il cinema e le sue musiche tra la gente con grandissimi compositori ed esecutori, creare un percorso in cui la gente potesse riconoscersi.

La comunità ballava impazzita ascoltando Bregovic ed era in silenzio dinanzi al Premio Oscar Bacalov, che però sapeva suonare un pianoforte.

Ebbene quell’evento organizzato per mesi aveva in quel momento storico raggiunto un obiettivo, fu studiato, mediato e calcolato. 400 artisti ed i soldi spesi rendicontati.

Ecco la cultura è un investimento e necessità di pensiero e riflessione e di un lavoro durissimo per evitare gli speculatori dell’ultima ora.

Quando Allevi cominciò vorticosamente a fare la sua comparsa pensai che in realtà con il suo modo semplicistico di fare musica potesse avvicinare i giovani ad un certo tipo di musica, perché ormai la MUSICA non si studia più, non la si ascolta che fugacemente nelle radio e che in fondo quello che ascoltiamo è il frutto delle imposizioni che le major discografiche impongono.

Insomma nessuno potrà scalfire il potere acquisito da Giovanni Allevi, perché è l’espressione di un’epoca, la nostra nella quale non si educa alla costruzione del bello, perché il bello è rivoluzionario ma soprattutto rende liberi e pensanti e poi i forconi sono dietro l’angolo.

Il populismo dilaga anche in Politica e forse non è un male, ci restituisce una società narcisistica sulla quale intervenire velocemente prima che sia smarrito il senso di collettività e comunità, sta a noi rimboccarci le maniche e lavorare per la costruzione di una società diversa, di una città diversa, di un agorà nella quale respirare atmosfere diverse e culture e passaggi diversi e chissà che un giorno non troppo lontano in piazza il 31 dicembre possa esserci seduto Keith Jarrett, perché in fondo a noi manca la possibilità di scegliere liberamente e criticamente.

Non toglieteci nel 2017 la possibilità di sognare un cambiamento possibile.

E mentre Malcom x affermava che “Nessuno può darti la libertà. Nessuno può darti l’uguaglianza o la giustizia o qualsiasi altra cosa. Se sei un uomo, te le prendi”  Kant diceva “Non cercare il favore della moltitudine: raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti. Cerca piuttosto l’approvazione dei pochi; ma non contare le voci, soppesale.” 

Un felice anno nuovo a tutti voi

Il problema non è il Si, il No, ma svegliarsi senza Sogni ed aspirazioni

Scrivo prima che i seggi si siano chiusi, prima che i destini del mondo siano ormai noti, prima che l’Apocalisse abbia prodotto i suoi effetti, prima di sapere se hanno vinto i Guelfi o i Ghibellini, prima che le acque si siano aperte, prima che il nuovo messia sia giunto ed abbia deciso dei nostri destini, perché del dopo tutti scriveranno, perché davvero tutti avranno da dire la propria, perché ci sarà una analisi precisa dei dati, dell’affluenza, dei voti, dell’età, del genere, del colore, e poi dei brogli e del ruolo che la Televisione e la stampa hanno avuto sugli esiti.

Io so che davvero quanto accaduto in questa campagna elettorale non è paragonabile a nessun evento precedente, mai prima di oggi, eppure ormai ho virato la boa dei Quaranta, una campagna elettorale ha avuto simili toni, un linguaggio simile, è stata condita da tante bestialità, volgari ed oscene, da tanta violenza fisica, ed estetica, in dispregio di qualsiasi etichetta umana ed istituzionale.

Anche i limiti fisici di chi pubblicamente ha espresso la propria scelta sono diventati occasioni per offendere e deridere, senza alcuna possibilità di ragionare nel merito la Riforma, anche perché gli angusti spazi del social o del Tweet certo non consentono di esprimere al meglio considerazioni che sono politiche ma che hanno delle precise caratteristiche tecniche.

Ciò che mi è apparso evidente sin da subito è che il trionfo di internet e della ricerca facile, immediata, grazie anche allo smartphone, ha trasformato ed abbassato i livelli di conoscenza.

Siamo pieni di nozionismi inutili, ma incapaci di conoscere ed approfondire, distinguendo la bufala, e non mi riferisco alla mozzarella, dal fatto preciso e circostanziato.

E questo vale per qualsiasi argomento, non si tratta solo della Carta Costituzionale.

Siamo un universo pieno di livori ed aggressivamente compresso che si cela dietro ad una tastiera ma che se provi a spingere ad un incontro pubblico, fa spallucce e ti dice che ha i bambini da accompagnare a calcetto.

Una volta inebetiti dalle emittenti del Biscione, oggi intellettuali da tastiera, che comprano e leggono sempre meno libri, a meno che non si tratti di sfumature di qualche colore, che consentono alla mente da casalinga frustrata di sognare uomini muscolosi e dotati, sopra e sotto le lenzuola.

E non sono ironica, in realtà è tutto così semplice, in fondo questo ci consente di esistere, di uscire dalle nostre grigie esistenze, fatte, di bambini, di lavori sempre uguali, e pizze il sabato sera, in una città priva di anima, che ha una sola strada per lo struscio, nella quale fare lo slalom tra una cartaccia ed un escremento di domestica bestiola.

Insomma il problema non è il Si, il No, il forse, il domani, l’Europa, o la destra che avanza, non sono i flussi migratori o la capacità di gestire Capello Pazzo aldilà dell’oceano, non sono i sistemi sociali che non funzionano, non è il reddito di cittadinanza, o la scuola per tutti, no, perché nessuno vuole oggettivamente approfondire e discutere con serietà questi argomenti, ma vuole solo ciarlare, spettegolare un po’, litigare con qualcuno per qualche ora, per poi andare a dormire e risvegliarsi il giorno dopo vivendo la stessa identica giornata precedente, senza sogni e senza aspirazioni.

Non sono pessimista, ma osservo una realtà che trovo angusta, e che per fortuna ancora qualcuno come me trova  limitante ed accecante e che non ci basta ed  a cui non vogliamo conformarci ed adeguarci.

Poi ciascuno è libero di scegliere il proprio cammino noi stiamo costruendo il nostro e non è fatto di pietre di cemento e di olezzo di zeppole e patate fritte.

Un popolo educato, illuminato e informato è una delle vie migliori per la promozione della democrazia.(Nelson Mandela)

 

Avellino – I luoghi chiusi generano menti e coscienze chiuse.

Solo l’uomo colto è davvero libero. ( Epitteto)

C’era una volta un re….le favole, le storie con le quali siamo cresciuti e su cui si è costruita la nostra storia umana nel tempo si aprono tutte più o meno così e di lì e da quel momento si apre dinanzi al nostro orizzonte un percorso, un viaggio immenso e che ci arricchisce qualunque sia la sua natura ed il suo contenuto.

La capacità di diffondere il pensiero, e le forme attraverso cui il pensiero arriva agli altri sono una ricchezza  che non può essere sottovalutata, non considerata, abbattuta o quanto meno accantonata.

La cultura  ha la necessità, a causa dei continui attacchi che essa subisce di radici fortissime, ben salde nel terreno, radici lunghe ed avvolgenti che trattengano il terreno dal pericolo delle intemperie, delle guerre e delle sommosse.

E quanto siano in tal senso importanti i luoghi che la cultura l’accolgono e la diffondono non è cosa che possa essere sottovalutata.

L’uomo ha bisogno di vedere sulla scena il dramma e la commedia della propria vita, le lacrime, le gioie, le buffe messinscene, per poter essere un uomo migliore e per costruire un orizzonte sgombro da nuvole ed i cui temporali siano lo strumento con il quale l’aria assuma un dolce odore di zagare e peschi in fiore in quella che sarà la Primavera della civiltà.

  • Ora cosa accade se questi luoghi vengono chiusi, reclusi, se intorno a questi luoghi vengono costruite barriere, oscene gabbie?
  • Cosa succede all’uomo che in quella città vive e che in quella città dovrà far crescere i propri figli ed accudire i propri nipoti?
  • Cosa accade se l’uomo non ha più luoghi in cui raccontare la propria storia e nei quali immaginare sogni ed incubi? Se non ha posti in cui esorcizzare quegli incubi?

Simone De Beauvoir diceva che la cultura l’aveva salvata dalla solitudine e dalla disperazione, cosa accade se l’uomo disperato vive la sua quotidianità?

L’uomo si ammala, e si badi bene non esagero, l’uomo si aliena e pensa che quanto accade è parte costante di un destino ineluttabile che nessuno ha le armi per cambiare.

E’ un po’ quello che sta accadendo nella nostra città.

Luoghi chiusi, menti e coscienze chiuse, senza che la luce possa prepotente entrare a spazzare via le ombre.

Piccole finestre da cui passa solo una labile ondata d’aria, aria malsana e stagnate che ci lascia sopravvivere e non vivere.

Ma rischiamo che si finisca per abituarsi anche a questa grama esistenza.

Ora possiamo scegliere se rimanere in estasi dinanzi ad uno schermo a sfogare il nostro livore sui social, oppure abbracciare “ le armi” della consapevolezza e della nostra tradizione e provare a cambiare quanto accade.

Il nostro Teatro ha chiuso le proprie porte ed io  non vorrei mai che aprisse per essere oscena rappresentazione di un futuro assalto ai forni, vorrei che finalmente la Politica con consapevolezza e senza cieca demagogia si sedesse a riflettere sulla necessità di ridare anima e spirito a questa città che agonizzante sta per esalare l’ultimo respiro.

Il teatro è un bene immateriale ed un bene materiale, credo di averlo già detto in uno dei miei lunghi sproloqui a difesa della cultura e della bellezza, nessuno può oltraggiarlo o privare la comunità del senso di appartenenza a questo bene.

Acqua, luce, sole, mare, terra, non appartengono , sfuggono alle logiche della dinamica barbara della proprietà ed il medesimo discorso va compiuto con coraggio e chiarezza con la cultura.

Si può decidere come gestire un bene, ma il principio cardine indiscusso ed indiscutibile deve essere l’appartenenza alla collettività secondo criteri di condivisione e di comunione, orientando l’agire PUBBLICO ai principi di economicità e non di interesse e profitto.

Ed una amministrazione che abdicasse dinanzi a questa evidenza dovrebbe lasciare la città, di notte coperta dalla indignazione e dalla relazione dei propri cittadini.

Ed attendo con speranza che questa reazione giunga, che la città non perda ancora una volta la capacità di ribellarsi alla violenza fisica e morale che si sta compiendo nel silenzio e con strisciante  furbizia.

Attendo fiduciosa una catena lunghissima che ci mostri un nuovo orizzonte.

Nel tempio della cultura entriamo per imparare a non inginocchiarci

Avellino, la città dove la politica non pensa mai al bene comune.

“Non esistono governi popolari. Governare significa scontentare”. (Anatole France)

In un autunno piuttosto instabile dal punto di vista climatico nella città dei Babbani accadono molte cose.

Cose che nessuno avrebbe potuto prevedere e che i posteri giudicheranno sicuramente con il dovuto distacco, cosa che ahimè io non riesco proprio ad avere.

Eppure erano così belli quegli autunni in cui le foglie morte di rosso intenso invadevano le strade e sulle quali passeggiavi, godendone un rumore familiare e romantico.

Oggi la città ha una immagine completamente stravolta, sembra aver perso la sua altera eleganza, sembra essersi accartocciata su stessa, piegata dal dolore delle speculazioni edilizie post terremoto, e dalla violenza di speculatori senza scrupoli che sono ignoranti arricchiti che hanno come scopo unico quello di gestire il potere, anche politico, a proprio uso e consumo.

Ecco la nostra piccola città di provincia appare consumata, consumate le strade, le strutture pubbliche, prima di ossigeno e di verde, priva di bellezza.

Ritorno spesso sul concetto di Bellezza, come presupposto di ogni azione politica, perché in realtà la politica non può svilupparsi senza pensare al bene comune.

Ed invece l’ennesimo rimpasto ci rimanda l’immagine orribile di Babbani che contrattano con gli elfi al solo scopo di dimostrare al mondo che esistono, mentre lo scollamento con i cittadini diventa terribile, una frattura insanabile, e qualcuno si prepara il cammino per le prossime elezioni che sembrano sempre più vicine.

Clientele, raccomandazioni, segnalazioni, incarichi a pioggia, l’abuso della cosa pubblica a qualcosa di delittuoso a prescindere dalle connotazioni meramente penali, che pur arriveranno , se finalmente qualche inchiesta giunga a chiudersi prima o poi, aldilà del mero strillonaggio mediatico. 

Senza ricorrere a sortilegi ed alla magia, gli elettori avrebbero forse solo voglia di servizi efficienti, e di amministratori capaci, laddove per capace si intende chi ha ben chiaro quale macchina deve guidare, quale percorso percorrere ed in quale posto giungere.

Perché, porca miseria, questo posto merita un po’ di sole che scaldi e non nebbie asfissianti, e merita molto di più di qualche bancarella di qua e di là nel salotto buono della città, come se fossimo solo pancia e niente testa.

Una comunità ha bisogno di pensiero, di lungimiranza, ha bisogno di programmazione per il futuro e di innovazione competente.

Di amministratori coraggiosi che non abbiano timore di non essere rieletti o di essere rimossi.

Amministratori che operino con coscienza , ma soprattutto che abbiano competenza e conoscenza, e che non vengano selezionati perché quota di spartizione di questa o quella corrente.

Ho già detto più volte che la politica ha il compito, il dovere morale di fare sintesi e di abbandonare le logiche da postribolo che hanno ridotto la nostra terrà schiava e sottomessa.

E’ necessaria una rivoluzione forte, decisa e culturale, prima che sia troppo tardi, prima che non ci siano in eredità per la generazione futura altro  che spianate bianche con una pessima musica in sottofondo, musica stonata e senza anima.

“In politica ci sono sempre due categorie di persone: quelli che la fanno e quelli che ne approfittano”. (Pietro Nenni)