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Elena Cicala,un’avellinese dietro il nuovo spot della Pampers.

Per Natale Pampers celebra l’amore dei genitori per i figli con un video che si sta diffondendo in rete a suon di condivisioni: dietro la sua creazione anche la professionista avellinese Elena Cicala.

Un video che in pochi giorni è diventato virale sui social network. Che questa volta non sceglie di parlare delle innovazioni del prodotto, ma mostra i gesti d’amore, talvolta nascosti, tra genitori e figli.

Nella creazione di questo film della Pampers anche l’avellinese , classe 1983, una laurea specialistica in scienze della comunicazione presso l’università degli studi di Roma “La Sapienza” con indirizzo “Comunicazione d’impresa” e poi un master in tecniche pubblicitarie presso lo Studio Cogno&associati di Roma.

Inizia a lavorare in Saatchi & Saatchi nel 2007 come copywriter per la sezione Moving Pictures dell’agenzia, realizzando campagne di lancio di oltre 40 film, nazionali e non.

Seguono altri lavori per clienti come TIM locale, Renault, Toyota, Enel, Illy, Parmalat, per i quali si occupa di ideare e realizzare campagne stampa, tv, radio, digital. Nel 2010 inizia a lavorare per Pampers, cliente per il quale oggi ricopre il ruolo di supervisore creativo.

Tra gli ultimi spot in onda che l’hanno vista impegnata ci sono Enel Energia (campagna commerciale autunno 2014); Pampers Progressi, Pampers Sole & Luna.

Come mai hai deciso di lavorare nel mondo della pubblicità?

<<Quando ero adolescente e andavo al cinema con i miei compagni del liceo, loro non vedevano l’ora che iniziasse il film ma per me la magia finiva con i titoli di testa – ci racconta Elena Cicala – Niente poteva tenermi più incollata allo schermo della pubblicità. Il caso poi ha voluto che nel 2007, a 24 anni, iniziassi il mio primo stage come copywriter per la sezione Moving Pictures di Saatchi & Saatchi. Così, mentre tutti gli altri andavano al cinema per rilassarsi, io “quando guardavo un film, stavo lavorando”. Da allora sono trascorsi quasi nove anni e numerosi clienti: Medusa film, Sony pictures, TIM, Renault, Enel, Toyota, Illy, e infine Pampers>>.

Cosa significa per te lavorare in Saatchi?

<<La Saatchi & Saatchi non è solo l’agenzia creativa più premiata all’Italian Festival per il quinto anno consecutivo, con importanti conferme anche al festival internazionale della creatività di Cannes, è il luogo in cui sono nati i lovemarks. È il mio primo lovemark. Lavorare qui è stato come diventare ballerina, calciatore e astronauta nella stessa vita>>.

Cosa sono i lovemarks?

<<È stato Kevin Roberts, Executive Chairman Saatchi & Saatchi, a parlare per la prima volta di Lovemarks nel 2004 partendo da un assunto abbastanza forte: le marche stanno perdendo energia. Per ricaricarle è necessario instaurare un rapporto fortemente emozionale, basato sul rispetto. È indispensabile creare una connessione più profonda con i consumatori che si basi proprio sull’amore e non solo sulle performance di prodotto>>.

Pampers è un lovemark?

<<Immaginiamo che siano le otto di un venerdì sera, che hai avuto una settimana durissima a lavoro e che vorresti solo tornare a casa, ma sono finiti i pannolini e il supermercato sta per chiudere. Allora vai di corsa allo scaffale ma non trovi i Pampers. Ecco, se decidi di uscire a mani vuote e di tentare alla farmacia più vicina, allora per te Pampers è senz’altro un lovemark>>.

Come nasce l’idea di questo video corporate?

<<Io e l’art director Fabio D’Alessandro (come me supervisore creativo Pampers) abbiamo lavorato insieme ai nostri direttori creativi per rispondere a una richiesta del cliente: ideare un progetto che parlasse al cuore del nostro target e che diventasse virale. Un lavoro che cementificasse la brand identity di Pampers, costruendo la sua reputazione di lovemark anche nella mente di chi sta per diventare genitore. La nostra fortuna è stata aver avuto carta bianca da parte del cliente, nostro importante alleato. Mi piace sottolineare che è stato un lavoro di squadra che ha visto Agostino Toscana nel ruolo di executive creative director, Alessandro Orlandi e Manuel Musilli direttori creativi, me e Alessandro Michetti copywriter>>.

Quale messaggio vuole veicolare?

<<È difficile pensare a un brand che abbia più chance di diventare un lovemark di quello che scegli per tuo figlio. Pampers non è solo un ottimo prodotto in termini di performance, è un brand attento a ciò che è meglio per i bambini. È come se fosse una seconda mamma. Con questo film non abbiamo solo riconosciuto ai genitori la più grande capacità d’amare, abbiamo voluto dire loro che Pampers mette nei propri prodotti le loro stesse amorevoli cure.  E per quanto invisibile possa sembrare la protezione che ti dà un pannolino, ogni bimbo lo ricorderà come uno dei tanti gesti d’amore dei propri genitori. E chissà che non li scelga poi anche per i propri figli>>.

Quando hai lavorato a questo progetto eri in dolce attesa della tua bambina. Che tipo di emozioni ha suscitato in te parlare di genitori e figli in quel particolare momento della tua vita?

<<Mi ricordo come fosse ieri la presentazione al cliente. La sala riunioni buia, solo la luce dello schermo. Il video parte e, dopo sessanta secondi, nessuno dei presenti era più lo stesso. Non c’erano più né creativi, né brand manager, né account. In un attimo erano tutti o figli o genitori. E io, per la prima volta, ero la mamma di Francesca. Mancavano ancora cinque mesi alla nascita di mia figlia, ma è stato in quei giorni, immedesimandomi nel consumatore, che ho realizzato cosa significasse essere madre. L’immaginazione ha saputo anticipare la realtà. Da quella presentazione sono trascorse molte notti in bianco e, ancora oggi, mi ritrovo a sollevare il passeggino di mia figlia per le scale di un palazzo senza ascensore. Amo essere una creativa pubblicitaria e sono legata a tutti i film che ho realizzato in questi anni, ma questo è senza dubbio il mio lavoro più bello. Perché mi ricorda che l’idea migliore che abbia avuto nella vita è, e resterà sempre, mia figlia>>.

Lo spot sta riscuotendo molto successo nel web. Vi aspettavate un’accoglienza così positiva a pochi giorni dalla pubblicazione?

<<Il film sta avendo un buon riscontro dalla rete, ma questo vuole essere solo l’inizio. Ci auguriamo che le condivisioni e le visualizzazioni crescano esponenzialmente facendolo diventare, a tutti gli effetti, uno spot virale. Le nostre aspettative sono ambiziose perché sappiamo che questo film racconta una bella verità e, quale momento migliore del natale, per ricordare ai nostri figli e genitori quanto li amiamo. Quindi, se mi è concesso, vorrei invitare anche chi sta leggendo questo articolo a condividere questo spot dedicandolo ai propri affetti>>.

E’ pianificata anche una campagna televisiva?

<<Il film andrà in onda sulle principali emittenti televisive durante le festività, così da augurare a tutti un Natale ricco di #gestidamore>>.

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Penelope non aspettare, il tempo perso non tornerà.

25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Penelope deve smettere di aspettare. La violenza è una mancanza di vocabolario.(Gilles Vigneault)

Sfogliando in questi giorni i giornali, un episodio, l’ennesimo, di violenza su di una donna colpiva la mia attenzione.

Un piccolo trafiletto, solo nomi, nessun cognome, dieci righe di un giornale raccontavano, in maniera rapida, asettica, superficiale, un fatto di cronaca nera, la storia di una donna e della sua sofferenza diveniva un dato statistico, un altro numero d’aggiungere alla lunga lista di morti per mano di un uomo.

Elena, quello il nome  della giovane donna, non è più tra noi, il compagno l’ha uccisa, lei non abita più qui, e per chi crede nell’aldilà, lei è in un altrove migliore di questo, con un viso bello e pulito, e non tumefatto dai pugni, nessun livido da nascondere sotto pullover informi, nessuna scusa più da inventare, libera finalmente ma non in questo mondo, che invece non l’ha accolta e non l’ha protetta.

Non l’ha protetta quella notte in cui spaventata dalle continue telefonate del suo ex compagno e dal suo insistere alla portone di casa, aveva chiamato i Carabinieri con le lacrime che chiudevano la gola e la bocca, e si era sentita rispondere che in realtà non era nulla di grave, che doveva chiudersi in casa e non temere nulla, e che in fondo era un uomo innamorato e deluso.

E le cose non erano cambiate molto, anche nella stanza della caserma quando aveva provato a spiegare quello che le succedeva tutti i giorni ormai da un anno.

Avevano raccolto la denuncia, con un sorriso come se fosse una visionaria, una che in fondo stava esagerando e che non c’era nulla di male a cercare ostinatamente ed in maniera ossessiva la donna che si amava.

Amare?

La maniacalità, la possessività, la persecuzione, la violenza verbale, morale, fisica è amore ?

E quale società sana, ed evoluta può definire questo amore, ma soprattutto quale società può consentire che tutto questo accada, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto senza attivarsi, senza educare, senza punire, senza limitare ed arginare.

E cosa facciamo noi, quali responsabilità individuali ci assumiamo dinanzi alla morte di Elena, ed a quella delle donne come lei, perché non esiste cambiamento collettivo senza un profondo atto di cambiamento individuale, e senza una assunzione di responsabilità umana, piena e consapevole.

Nel leggere quel piccolo, minuscolo trafiletto, quelle parole su di un foglio, di cui nessuno domani avrà memoria, non ho pensato neanche per un secondo alle leggi, alle regole, all’inasprimento delle pene, alla certezza della stessa o alla rapidità della conclusione di un processo, no, nulla di tutto questo, neanche per un istante, neanche per un attimo.

Alla mente mi sono balenati gli atteggiamenti sessisti a cui assisto quotidianamente e che alimentano un terreno, rendendolo fertile, le spallucce di chi non giustifica ma tace, di chi si volta dall’altra parte e di chi omette, ma è ugualmente colpevole.

Io non so quale sia stata la vita di Elena, conosco però molte vite simili alla sua, quella di mia madre per esempio, che sarebbe potuta divenire un numero ma che invece ha deciso di essere un nome ed un cognome, e che con il corpo piegato dal dolore ha deciso di reagire.

Ma lei ha avuto aiuto, e stata sostenuta, accompagnata in un percorso che se “fuori” si è concluso, “dentro” non sarà mai davvero finito.

Ed allora a Penelope non resta che raccogliere la tela, piegarla, riporla e decidere di prendere il mare.

Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono, terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta. Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo a essere piegato, sterile e domato.
(Eve Ensler)

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Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, non è una data a caso. E’ il ricordo di un brutale assassinio, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana, ai tempi del dittatore Trujillo. Tre sorelle, di cognome Mirabal, considerate rivoluzionarie, furono torturate, massacrate, strangolate. Buttando i loro corpi in un burrone venne simulato un incidente.

Piango Parigi e la Siria: non esistono morti di serie A e di serie B

“Non amo affatto la parola tolleranza, ma non ho trovate di migliori”. Gandhi

I recenti fatti di Parigi hanno sicuramente turbato e sconvolto ciascuno di noi, le paure nascoste sotto una coltre di perbenismo  e di lontananza fisica e geografica, dai luoghi del Terrore, sono riemerse prepotenti, spingendoci come accade in questi casi a delle reazioni ingestibili, volgari, sconsiderate.

Non voglio entrare nel merito delle questioni, così tanto più grandi di me, così storicamente e politicamente complesse, eterogenee, spesse, fatte di eventi lontani nel tempo, che ci conducono alla colonizzazione ed alle barbarie, ma vorrei soffermarmi solo qualche istante su quanto è esploso sui social e nei mezzi di comunicazione.

Si ha la sensazione di trovarsi in una sorta di corto circuito di cui sconosciuti sono gli effetti, immersi in un mare di blob che travolge tutto rapido e senza un perché preciso.

Parole e scritti, immagini, perversioni tutte scaricate in pasto alle masse senza un nesso logico, senza una finalità che non sia quella di un bieco interesse personale, legato all’affermazione politica di un qualche gruppo di estremisti senza alcuna dignità o decoro.

Schiavi di una eterna campagna elettorale che si alimenta dei nostri bassi istinti e delle paure ancestrali legate alla tutela del territorio e della roba, che poveri innocenti in fuga  da violenza e guerra minacciano.

E sono questi poveri a cui bisogna chiudere le frontiere a cui bisogna impedire l’ingresso nelle nostre scatole di cartone, rei di essere terroristi senza volto e senza identità, sono loro il pericolo da stanare e distruggere senza pietà, attraverso qualsiasi strumento o mezzo, senza lasciare loro possibilità di scampo.

Ed allora si recupera dalle librerie polverose consentendole un fugace passaggio sui social, che tutto consumano e fraintendono, il pensiero della Fallaci, che tutto sapeva e che tutto aveva previsto, ma che fu scacciata per la sua follia cieca e sorda a qualsiasi umanità.

Ma ti fermi un attimo e ti accorgi della superficialità di questa lettura, che sa di un caffè troppo corto, di acqua che non disseta, di un bignami studiato di fretta.

Nessuno nega la complessità di coesistenza tra diversi visioni del mondo, della necessità di questi popoli di abbandonare la teocrazia ed abbracciare la democrazia, di lasciarsi abbracciare e farsi integrare in civiltà lontane e sconosciute, preservando la bellezza intima della storia e del pensiero religioso, ma nessuno può arrogarsi il diritto di negare l’umanità che è base di ogni società che voglia dirsi evoluta e civile.

Ma si, chiudiamo le frontiere, alziamo muri altissimi, circondiamoli di filo spinato, rifuggiamo dalle differenze, insegniamo ai nostri figli che l’odio è la sola speranza, e che non devono suonare pianoforti e violini, ma imparare ad imbracciare fucili, con cui far fuoco sui fratelli.

E non accetto che qualcuno dica che la mia è una visione buonista, di sinistra, di chi non capisce le esigenze, i bisogni, di chi non ha visto un figlio morire per mano di un uomo a viso coperto, no, non lo accetto.

Io ho pianto mentre con il televisore privo di audio guardavo le immagini scorrere sul mio televisore venerdì notte, di un pianto silenzioso e muto di chi però si vergogna perché consapevole che vive in qualche modo nella parte buona e bella del mondo e, però piango anche quando le immagini degli innocenti uccisi in Siria compaiono ai Telegiornali, perché non esistono morti di serie A, e morti di serie B, non esistono giovani in questa parte del mondo che possono sognare e sperare e giovani in quella parte del mondo che devono sperare di riuscire a sopravvivere un altro giorno.

Ed allora come una folle quando domenica sera al Teatro Gesualdo a bocca chiusa i musicisti hanno intonato la marsigliese, con il cuore colmo mi sono ricordata di quelle piccole parole: libertè egalitè e fraternitè, perché non vi è pace e tolleranza senza eguaglianza e giustizia sociale, e che in fondo non è così difficile, basta costruire un mondo fatto di bellezza, e che lì, solo lì risiede ogni speranza.

 “Che cos’è la tolleranza? È la prerogativa dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze: questa è la prima legge di natura”.
(Voltaire)

 

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Le paure dei bambini:Mamma, cosa è successo a Parigi? Cos’è l’Isis ?

I tragici fatti di Parigi hanno colpito molto anche i nostri bambini. Ecco cosa dire e come affrontare le paure dei nostri figli.

Parigi, la prestigiosa città ricca di fascino e di altissimo valore storico, culturale, artistico, tra le mete preferite del turismo mondiale, icona del romanticismo e simbolo di libertà, è stata ferocemente ed inaspettatamente ferita al “cuore”: rivoli di sangue innocente hanno macchiato le sue strade; i luoghi di ritrovo, destinati fino a poco prima ad accogliere le persone per intrattenerle con spettacoli e spensieratezza, si sono rivelati assurde trappole mortali; terrore, angoscia, sgomento hanno preso il sopravvento sulla popolazione parigina e dominano gli animi, senza lasciare spazio ad altro.

Questi ultimi terrificanti avvenimenti che hanno riguardato la meravigliosa capitale francese, sfregiata dagli atti di terrorismo, hanno colpito la popolazione mondiale, provocando un non indifferente turbamento, una sorta di “scossone” arrivato alle fondamenta e che ha suscitato un’ondata di disorientamento generale, lasciando tracce profonde in ognuno di noi, sensazioni di grave inquietudine e mille allarmanti interrogativi, nonché il dolore per un evento luttuoso di una portata inimmaginabile, che ha coinvolto centinaia di vittime.

Osservare le scene dei cadaveri sparsi, o trascinati via, ascoltare le urla registrate, i sospiri (forse gli ultimi), i pianti disperati di chi viveva interminabili momenti di terrore allo stato puro si è indubbiamente rilevata un’esperienza scioccante anche per chi ha svolto solo il ruolo marginale, comodo e scomodo al contempo, di “spettatore”, magari situato all’estremo opposto del globo terrestre.

Ciò che ha probabilmente sconvolto in misura maggiore è che il tutto sia accaduto non  in luoghi simbolici (come nel caso dell’attacco alle Torri Gemelle del fatidico 11 settembre 2001), bensì in posti frequentati da tutti, in un giorno della settimana in cui si è soliti rilassarsi o godersi la vita, con l’intento di incontrarsi con gli altri per stare insieme e condividere le proprie passioni ed invece, in maniera incomprensibile, l’incontro è avvenuto con la morte.

Ecco: ciò che dei fatti di Parigi ha sconcertato l’essere umano è l’IMPONDERABILITA’, collegata all’assenza totale – almeno in casi del genere- del controllo, in un’epoca in cui tutto sembra, al contrario, illusoriamente controllabile e prevedibile.

E la sensazione più pregnante che serpeggia insidiosa ora tra la gente è l’impotenza: schiacciante ed ineludibile, pesa come un enorme macigno dentro ciascuno di noi.

E mentre sbigottiti cerchiamo delle risposte, arranchiamo nel trovare improbabili soluzioni, confusi e spaventati immaginiamo possibili rifugi (dovessimo trovarci nella stessa situazione…), ci ergiamo ad implacabili giudici per sentenziare ipotetiche condanne, sconfitti annaspiamo nell’aria per combattere un nemico che non è visibile o quantomeno non è facilmente individuabile.

Non mi riferisco solo al potenziale “terrorista” che potrebbe nascondersi tra di noi, ma  all’angoscia di potere incontrare  la morte ovunque, anche dietro l’angolo, ed alla paura dell’altro.

Ed è pur vero che ci sentiamo in pericolo perché i sistemi di sicurezza contro il terrorismo, adottati a livello planetario, si sono rivelati inefficaci, ma il pericolo più  infido è la diffidenza che si  impossesserà di noi lentamente: questa è l’ ulteriore sconveniente  e dannosa conseguenza delle gravissime vicende accadute a Parigi.

Intanto l’essere umano si è trovato di fronte ad un’ineluttabile e scomoda verità: la morte non si può né prevedere né prevenire (per lo meno in maniera assoluta), e ciò terrorizza soprattutto l’uomo occidentale moderno, poco avvezzo a considerarsi “perituro”.

Inoltre, in quanto direttamente e “relativamente” responsabili della vita dei nostri figli, ci si sente indifesi e fortemente  impreparati nel preservare non soltanto la loro incolumità, ma principalmente i loro sogni, il loro futuro e l’incanto, che dovrebbe permeare ed avvolgere la loro fanciullezza o giovinezza, ormai irrimediabilmente lacerato dopo la visione dell’imprevedibile mattanza.

E come spiegare loro l’ inusitata violenza, scoppiata in luoghi dove abitualmente ci si ritrova per divertirsi?

Come rassicurarli dalla paura che possa accadere a tutti noi, a tutti loro, in qualsiasi momento o posto ?

L’importante è aiutare loro a dare voce alle “apparentemente inesprimibili” emozioni suscitate dagli ultimi eventi: la paura va riconosciuta ed espressa, di modo che possa essere condivisa ed accolta.

E se noi adulti mostriamo loro che se ne può parlare, senza nasconderla o sminuirla, ma nemmeno ingigantirla, semplicemente ammettendone l’esistenza anche dentro di noi, aiutiamo i più piccoli e i più giovani a confrontarsi con essa, a darle un contorno ed un confine.

Identificarla e posizionarla di fronte a sé aiuterà  tutti a saperla gestire.

Del resto, un genitore che ammette di aver paura e di sentirsi impotente di fronte ad accadimenti così terribili rimanda al figlio il senso di realtà, fondamentale per prendere atto di ciò che accade intorno a noi e per costruire strategie psichiche adeguate per affrontare le situazioni che di volta in volta si presentano nella vita.

Quindi, per concludere, in questo difficile momento storico vale la pena ritagliarsi degli spazi per “incontrarsi” con l’altro, tenendo a bada le ansie persecutorie e la soffocante angoscia di morte, che rischiano di creare l’isolamento: mai come in questo momento, come esseri umani, dobbiamo stringerci insieme per ascoltarci, per abbattere i pregiudizi, per scambiare “amore” e riscaldarci l’un l’altro, per credere ancora, nonostante la desolante e gelida prospettiva che attualmente sembrerebbe profilarsi all’orizzonte, nella nostra UMANITA’.

Voglio riportare , infine, la parole di Carlo Gubitosa che,  nel suo blog su L’Espresso, scrive “Per reagire alla minaccia del terrorismo nel modo più efficace non c’è bisogno di controllare intere popolazioni con una occupazione militare (……) …. Sul fronte interno, invece, basterà stroncare ogni pulsione di odio etnico, razziale o sociale, ogni istinto di violenza armata, fisica e verbale, ogni degrado della nostra umanità. Restiamo uniti, restiamo umani, restiamo in piedi”

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La Dottoressa Marianna Patricelli è iscritta all’Ordine degli Psicologi della Campania n. 1428  ed è abilitata all’esercizio della psicoterapia.

Riceve per appuntamento ad Avellino in via Due Principati, n. 49 Telefono +39 3393157865

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Lasci il cane chiuso in automobile? Attento, è un Reato !

Quante volte ci è capitato di vedere un’auto parcheggiata nel cui abitacolo solo un cane ad attendere il ritorno del proprio padrone?

Se fino a poco tempo fa questo era concesso, nonostante abbia sollevato tante polemiche soprattutto da parte dei cinofili e delle associazioni a tutela degli animali, da oggi lasciare il proprio fedele amico chiuso in automobile rappresenta reato.

Lo ha stabilito la Cassazione.

Coloro che dovessero ancora farlo andrebbero incontro a una condanna per maltrattamento di animali.

Ad avvalorare il caso, la dichiarazione di inammissibilità da parte della terza sezione penale della Cassazione al ricorso di una donna che era stata condannata a pagare una multa di mille euro dal tribunale di Torre Annunziata, sede distaccata di Sorrento.

La donna è risultata dunque colpevole per aver lasciato il proprio cane chiuso in macchina durante una giornata calda con i finestrini chiusi, atto giudicato pienamente incompatibile con la natura dell’animale e procurante stress e stati di paura.

I cani ringraziano.

Inés Trocchia, una modella sempre più top.

L’avevamo lasciata stella nascente della moda, la ritroviamo a distanza di sei mesi sempre più proiettata verso una carriera che promette successi.

Lei è Inés Trocchia, modella campana appena diciannovenne con tanta voglia di sfondare nel mondo del fashion e del piccolo schermo. Di ritorno da un viaggio di lavoro, ci racconta con la solita simpatia e disponibilità i suoi nuovi impegni professionali che la stanno portando spesso fuori regione riuscendo a farla conoscere sempre di più a livello nazionale.

<<In questo periodo della mia vita la priorità è il lavoro. Sto focalizzando tutte le mie energie in questo ambito e sono spesso in viaggio. Sto lavorando molto su Roma e su Milano, una vita da nomade insomma – ci dice Inès sorridendo. Il mio obiettivo è puntare in alto, nella vita cerco sempre di raggiungere il massimo, e tra i progetti futuri c’è quello di trasferirmi a Roma>>.

Tra gli ultimi impegni professionali di Inès nel mondo della moda ricordiamo le sfilate per Kocca e il Look Book primavera/estate 2014 per Alcott mentre, per il panorama televisivo, sta girando delle puntate del format tv Komikamente.

Inés è inoltre la protagonista della campagna pubblicitaria di Sabbah Fine Jewelry, la nuovissima linea di gioielli preziosi che sta per essere lanciata in tutto il mondo: <<Ne è venuta fuori una campagna di qualità, con un’immagine pulita e molto luminosa per una linea di gioielli fine e sobria adatta a tutte le donne, anche a quelle più giovani>>.

La tua vita è sempre molto movimentata e dinamica. Ci racconti come si svolge una tua settimana tipo?

<<Beh, dipende dai periodi, ma in linea generale mi divido tra viaggi, casting, servizi fotografici, incontri con agenzie di moda e il resto sono contatti. Spesso la sveglia suona alle 5 di mattina e parto da sola per raggiungere in treno le diverse destinazioni. I giorni che resto a casa, invece, metto comunque la sveglia presto e mi muovo sul posto per appuntamenti, fitting e casting. Immancabili venti minuti di step quotidiani. Una vita che, nonostante possa apparire piacevole e fortunata, non nasconde però numerosi sacrifici>>.

Cosa ne pensa la tua famiglia?

<<I miei genitori sono contenti soprattutto perché vedono ricompensati i miei sforzi. Ma, essendo figlia unica, penso sia ancora più difficile per loro accettare le mie partenze e la distanza che spesso ci separa>>.

Come sarà la tua estate? Riesci a fare programmi con la tua attività?

<<Difficile programmarla – ci risponde Inés con una risatina che parla da sé  –. Le novità nel mio lavoro escono fuori giorno per giorno. L’anno scorso, per fare un esempio, ho fatto solo cinque giorni di vacanza. Il mio desiderio sarebbe quello di fare un viaggio all’estero, ma è tutto da vedere. Va bene così comunque. Nonostante i miei frequenti spostamenti siano per motivi di lavoro e non per vacanza, viaggio molto e questo aspetto mi piace tantissimo>>.

Paola Lauretano da modella a fashion blogger di successo

Express Yourself, perché la moda è un suggerimento, un’ispirazione, poi sta a ognuno di noi far emergere il nostro stile personale”. Con queste parole la fashion blogger Paola Lauretano descrive la filosofia che sta alla base del proprio progetto di successo, un blog di moda che vanta già numeri da capogiro in soli quattro mesi dalla sua nascita. “Express Yourself”, appunto.

Un grande contenitore di idee e pensieri sulle tendenze e sullo stile, descritti con competenza.

Perché di esperienza in fatto di moda Paola Lauretano ne ha da vendere. <<Fin da bambina sono stata affascinata dal mondo della moda. La mia carriera mi ha vista protagonista di numerose sfilate per i maggiori stilisti, ho lavorato molto in televisione, divisa tra backstage e conduzioni per la Rai. Ho una scuola di portamento per le aspiranti modelle, dove insegniamo tra le altre cose bon ton e posa fotografica>>.

E da novembre anche il blog, figlio di questa grande ed eterna passione.

<<Un successo che mi ha lasciata stupefatta. Dopo solo poche settimane i risultati in termini di followers e visite giornaliere hanno raggiunto cifre molto elevate (attualmente siamo giunti a 60.000 visite). A metà strada tra un fashion blog outfit e uno a carattere più contenutistico, scrivo sempre in due lingue (italiano e inglese) in quanto una parte molto rappresentativa dei miei lettori e commentatori è straniera. Trovo davvero molto stimolante questo continuo scambio culturale>>.

Un blog in cui nulla è lasciato al caso e nel quale appare subito evidente la costanza: <<Si evince subito che è la passione, quella vera, a condurre il gioco. Nonostante i miei studi economici e la mia parallela carriera di insegnante di economia aziendale in un istituto tecnico superiore, non ho mai voluto abbandonare il mondo della moda. Il blog rappresenta un ulteriore strumento per esprimere un universo fantastico, pieno di fascino e di ricerca espressiva, che mi piace seguire con un impegno quotidiano, continuativo, totalizzante>>.

Reduce dal Milan Fashion Week, la celebre settimana della moda milanese (<<Sono stata invitata a seguire le sfilate, ma ho potuto vivere anche il pre-sfilata e lo spettacolo dello “street style”. Un’esperienza fantastica>>), Paola Lauretano ci svela i “must” della moda donna della stagione S/S 2013: <<Sicuramente “in” le stripes, lo stile zebrato, spezzato però con una cromia accesa come il rosso, oppure con i colori neon tra cui il giallo, il fucsia, l’arancio. Fondamentali gli accessori, che riescono ad arricchire anche un look basico. Immancabile la clutch gigante>>.

Cosa invece può ritenersi “out”? <<Sarà difficile per molte donne, ma le ultime tendenze in fatto di scarpe vedono un progressivo abbandono del plateau. A favore delle stiletto più classiche con punta affusolata>>.