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Pesto alla genovese, la ricetta originale con 7 ingredienti

Il pesto alla genovese, con la sua ricetta originale è un vanto della cucina ligure.

La ricetta originale del Pesto alla genovese è stata istituzionalizzata in un disciplinare che prevede 7 ingredienti, tra cui il basilico, rigorosamente ligure, ed un metodo di preparazione preciso che non può essere derogato.

Il pesto alla genovese è una ricetta che vanta oltre 200 anni di storia.

Non è una ricetta veloce, pertanto, se avete fretta, passate ad altro e, soprattutto, non lo acquistate già pronto nei suopermercati perchè non troverete mai un pesto alla genovese preparato secondo il disciplinare.

Oltre ai 7 ingredienti necessari e sufficienti a fare un pesto alla genovese secondo disciplinare, aramtevi di pazienza e di un mortaio in pietra e di un pestello in legno. La tradizione va rispettata, se volete gustare un pesto alla genovese da far leccare i baffi ai liguri.

Lo chef Stefano Barbato, in questa video ricetta rispetta i cirteri cardini del Pesto alla genovese.

Ingredienti per il pesto alla genovese

  • 100 grammi di basilico genovese (a foglia piccola) circa 120 foglie
  • un bicchiere olio evo
  • 12 cucchiai di parmigiano regiano grattugiato
  • 4 cucchiai di pecorino grattugiato
  • 4 spicchi d’aglio
  • 2 cucchiai di pinoli
  • 10 grani di sale grosso

Come fare il pesto alla Genovese

Una volta che avete preparato gli ingredienti occorre procurarsi un mortaio in pietra ed un pestello in legno. Al bando frullatori ed altri attrezzi.

La preparazione del pesto alla genovese inizia con la separazione delle foglioline di basilico dalla pianta, il lavaggio accurato e l’asciugatura, delicata, in un canovaccio di stoffa.

Le foglioline non devono essere rovinate nella fase di lavaggio ed asciugatura.

Adesso passiamo alla preparazione vera e propria.

Nel nostro mortaio, anche questo opportunamente lavato ed asciugato, mettiamo gli spicchi d’aglio.

Dovrebbe esserci un rappoorto di uno spicchio d’aglio ogni 30 folgie di basilico.

Nel mortaio, insieme all’aglio andranno messi i 10 grani di sale grosso. Iniziate a pestare l’aglio ed il sale, delicatamente fino a quando non avrete ottenuto una crema omogenea, poi aggiungete i pinoli e continuate a pestare e rimestare. La crema di aglio sale e pinoli dovrà risultare cremosa.

A questo punto passiamo al basilico. Introducete le foglioline a piccole dosi nel mortaio e agite con il pestello con moto rotatorio. Le foglie infatti vanno stracciate e non spezzate, per favorire il rilascio degli oli balsamici e odorosi. Completate l’operazione con pazienza e ritmo fin quando non avrete terminato con il basilico.

Quando la crema di aglio, pinoli, sale e basilico sarà omogenea è il momento di aggiungere i due formaggi grattuggiati e mescolare con delicatezza.

A questo punto si passa all’ultimo step, con l’aggiunte dell’olio, a goccia o a filo, poco alla volta, avendo cura di far incorporare l’olio dalla crema poco alla volta.

Cosa condire con il pesto alla Genovese?

Il pesto alla genovese è una salsa dal profumo persistente e di buona corposità e morbidezza. Va utilizzata quasi esclusivamente per condire la pasta. I formati di pasta da preferire sono le trofie e le linguine o le trenette.

Conservazione del pesto alla genovese

Il pesto alla genovese va conservato in frigorifero e può essere consumato entro 4/5 giorni. Il pesto fatto in casa va, dunque, consumato fresco.

La preparazione casalinga del pesto, che tra l’altro è l’unica che può garantirvi il rispetto del disciplinare, non garantisce però, la massima sicurezza per quanto riguarda la formazione del botulino.

Il pesto è un preparato poco acido e dunque le spore possono sprigionarsi se conservato a lungo.

Cosa che non accade se viene consumato entro 4/5 giorni dalla preparazione.

Il congelamento non è una procedura efficace a scongiurare il rischio botulino. Tra l’altro, il pesto alla genovese non andrebbe mai congelato ma consumato immediatamente dopo la preparazione per apprezzarne al meglio profumo, sapore e consistenza.

I 10 migliori ristoranti di Milano secondo Tripadvisor.

La voglia di ritorno alla socialità si traduce, quasi inevitabilmente, nel desiderio di accomodarsi al tavolo di un ristorante per rilassarsi sorseggiando un buon vino e degustando piatti in grado di soddisfare tanto lo stomaco quanto il cervello.

La pandemia lascerà in dote, anche nel settore gastronomico, nuovi criteri di scelta, nella selezione del luogo in cui recarsi a pranzo o a cena.

La risposta alla domanda su quali siano i migliori ristoranti di Milano non sarà data più, soltanto, dalla qualità dei piatti proposti ma anche dall’attenzione alla sicurezza che garantisce agli avventori, un rispetto delle regole che non dovrà essere… a la carte ma effettivo e misurabile.

Premesso ciò, e andando ad esplorare anche gli stimolatori cognitivi che determinano il successo dei ristoranti milanesi, ecco quali sono i dieci migliori ristoranti a Milano secondo Tripadvisor, il portale dedicato recensioni di alberghi, bed and breakfast e ristoranti di tutto il mondo.

Una classifica generata attraverso il giudizio e le opinioni dei clienti che li hanno provati.

Star Zagros Kebabbar a Milano

Al primo posto dei locali più segnalati dal pubblico milanese figura lo Star Zagros Kebabbar, del bartender turco di origini curde Emrah Karaman. Un successo che va avanti dal 2015 e che ha reso popolare nella città degli aperitivi il più classico degli streetfood mediorientali.

Il locale di Corso 22 Marzo è diventato un cult della ristorazione milanese, il luogo in cui «il kebab incontra la miscelazione, le birre d’importazione, i distillati, la buona musica e la cordialità».

Mabuhay Restaurant a Milano

La cucina filippina di Mabuhay Restaurant occupa il secondo gradino del podio dei migliori ristoranti di Milano secondo Tripadvisor. Piatti a base di carne di maiale, di pollo, i ravioli sono tra le pietanze più ricercate ed apprezzate dagli avventori meneghini che, ormai da qualche anno, hanno eletto il locale di Porta Volta il miglior filippino di Milano.

Panzarotti a Milano

Al terzo posto, tra i punti di riferimento della cucina a Milano c’è Panzarotti, altro ritrovo per gli amanti dello street food. Il piccolo locale di Viale Bligny è un po’ il mago dell’asporto in zona, il preferito dei Bocconiani che in pausa pranzo si dedicano alla scoperta dei panzarotti pugliesi che qui vengono offerti in tantissime varianti. Da provare il panzarotto farcito con polpo e patate.

Shabby Grill Restaurant a Milano

Per gli amanti della carne alla griglia, Shabby Grill Restaurant è ormai un appuntamento fisso. Il sogno di una vita di patron Walter che si realizza: «griglia a vista e carni di pregio selezionatissime, con frollatura fino a 60 giorni in frigoriferi Criocabin a tecnologia avanzata». Inutile dire che, leggendo le recensioni lasciate su Tripadvisor dagli utenti, sono tutti d’accordo nel promuovere a pieni voti la qualità delle carni.

Il Panino a Milano

Ancora un esponente del miglior cibo da strada al quinto posto dei migliori ristoranti di Milano secondo le recensioni di Tripadvisor. Il Panino è un baretto del centro storico, a pochi passi da Palazzo Reale e dal Duomo di Milano, che viene premiato per la ricercatezza degli abbinamenti nella farcitura e la freschezza dei prodotti. Così che anche la degustazione di un panino diventa un’esperienza memorabile.

Tà Bonu! Culurgiones Bar & Gourmet Sardo a Milano

I sapori della Sardegna più autentica nel cuore di Milano. Tutti in fila per un tavolo al Tà Bonu! Culurgiones Bar & Gourmet Sardo. che propone i classici della n presentati in un ambiente molto accogliente. Chi non conosce i culurgiones, qui potrà colmare egregiamente la lacuna!

Viaggi nel Gusto a Milano

Al sesto posto tra i ristoranti di Milano più recensiti su Tripadvisor c’è Viaggi nel Gusto, un tradizionale ristorante italiano in cui degustare la migliore cucina mediterranea. Tradizione, identità e quel pizzico di follia che rendono unici piatti in un’accogliente ambientazione.

I migliori ristoranti di Milano

A completare la classifica dei 10 migliori ristoranti di Milano secondo Tripadvisor ecco Gente di Mare in Darsena, la Piadineria artigianale Pascoli, Kate Away e Pizzium Via Vigevano, la prima pizzeria di Milano in classifica.

La ricetta per il sugo alla genovese, dalla tradizionale alla variante di Canavacciuolo.

Il sugo Genovese è un piatto dalla lunga tradizione, che ha visto cimentarsi in rivisitazioni e adattamenti chef famosi ed alle prime armi. La Genovese, il “sugo” dove la cipolle raggiunge la massima esaltazione.

Tutti ci hanno provato, dal televisivo e inarrivabile Antonino Cannavacciuolo, al poliedrico Alessandro Borghese, ai volti meno noti, ma non meno sapienti, come Paolo Barrale, o Lorenzo Biagiarelli, Chef e Food Blogger nonché compagno di Selvaggia Lucarelli.

Già una decina di anni fa, un barbuto ma allora più country Cannavacciuolo proponeva, ed in rete si possono trovare numerosi video, i suoi plin alla genovese, in un viaggio attraverso la sua storia culinaria, tra la Campania, l’Emilia ed il Piemonte.

La ricetta del sugo genovese di Antonino Cannavacciuolo

L’Antonino di Vico Equense, più recentemente ha proposto la sua rivisitazione della Genovese con code di gamberi, ovviamente a lui è consentito tutto e c’è solo da imparare, anche se, solo per assonanza organolettiche, cipolle e gamberi hanno un sicuro appeal, strizzando entrambi la papilla gustativa al “dolce”.
Più sobria e fedele alla linea della tradizione, la Genovese di Borghese.

La ricetta della genovese di Paolo Barrale

Più pesante, e con un misto di carni quella proposta da Paolo Barrale, che però richiama in esclusiva la Cipolla Ramata di Montoro, mentre potremmo definire “eretica” per sua stessa ammissione, quella di Lorenzo Biagiarelli, che osa con una nota di zucchero (si avete letto bene zucchero), aggiunto poco prima di spegnere il fuoco e lasciato in azione per un’ora di riposo. Biagiarellli dice di fidarsi.

La Ricetta Tradizionale del sugo genovese

Per 4 persone

  • 1 chilo di cipolle
  • 1 carota
  • 1 gambo di sedano
  • 50 ml olio
  • 2 foglie di alloro
  • 200 gr parmigiano grattugiato
  • 500 grammi di carne taglio coperta di costata
  • 150 ml di vino bianco

La ricetta tradizionale come spesso accade per tutte le ricette ultracentenarie è andata persa. Non sapremo mai se la Genovese all’origine prevedeva l’utilizzo di diversi tipi di carne, talvolta anche cucinati insieme.

Per il sugo Genovese, esistono però, due comuni denominatori, la cipolla (insieme alla carota ed al sedano e alle foglie di alloro) e il tipo di pasta. Se non siete chef in grado di proporre voli pindarici affidatevi agli “ziti” o al massimo al “pacchero”.

Occhio alla cottura, la pasta deve sostenere il sugo alla Genovese. Capita, spesso, di vedere negli impiattamenti scenografici, gli ziti fare da supporto, intrecciati a mo’ di zattera, sotto un cumulo di fumanti cipolle.

Altro ingrediente necessario è la pazienza. La preparazione è lunga per i tempi di cottura e per le operazioni di pulizia e taglio delle cipolle.

Di ricette ce ne sono tante, la “nostra” prevede l’utilizzo della cipolla ramata di Montoro o della gialla vesuviana. Non c’è un quantitativo prestabilito, ma mai meno di 2 chili. Per la carne, proponiamo di usare la coperta di costata, rispetto ai tagli più magri.

Il motivo? Presentando alcune parti di grasso rimane più umida e rilascia maggior condimento, inoltre dopo la lunga cottura (fino a tre ore ma se avete pazienza e perizia potete arrivare anche a 6/8 ore) la coperta di costata risulta morbidissima e rilascia filamenti e striscioline gustosissime.

Dopo aver preparato il soffritto di carote e sedano finemente tagliati, e messi nell’olio per pochi minuti, aggiungete la plancia di coperta di costata, in un unico pezzo, sfumate con mezzo bicchiere di vino bianco e quando si sarà “suturata” con una sottile crosticina, aggiungete le cipolle precedentemente tagliate.

Lasciate alcuni minuti insaporire carne e cipolle e non appena inizieranno ad “appassire” aggiungete un altro mezzo bicchiere di vino bianco ed un pizzico di sale.

Coprite e lasciate cuocere a fuoco bassissimo per almeno 3 ore, verificando di tanto in tanto se vi è necessità di aggiungere acqua o meglio ancora un brodo leggero fatto con carote, sedano e cipolla.

Dopo un paio di ore di cottura aggiungere una o due foglie di alloro, fresco se possibile.

Quale pasta usare per la genovese?

Per la pasta consigliamo gli ziti, meglio se spezzati a mano. Prima di portare il piatto a tavola, condire con parmigiano grattugiato e una spolverata di pepe nero.
 

Come fare la besciamella in casa, ecco la ricetta per prepararla perfetta in 5 minuti.

La Besciamella è una ricetta veloce e semplice, pronta in 5 minuti, da fare in casa con pochi ingredienti.

Francia e Italia si contendono la paternità di questo sugo bianco molto versatile, utilizzabile per innumerevoli ricette e che non presenta nessuna difficoltà nella preparazione, salvo prestare attenzione ad alcuni passaggi nella sua composizione.

Gli ingredienti per preparare la Besciamella

Gli ingredienti per una Besciamella perfetta sono pochi e di facile reperibilità. Spesso nelle dispense di casa abbiamo già tutto l’occorrente per preparare una besciamella perfetta

  • 500 ml di latte intero
  • 50 grammi di burro
  • 50 grammi di farina
  • un pizzico di sale
  • un pizzico di noce moscata

La ricetta della Besciamella perfetta.

I passaggi per preparare la besciamella perfetta sono pochi.

In una pentola dai bordi alti sciogliamo la noce di burro a fuoco lento. Non appena il burro si sarà completamente liquefatto, sempre a fuoco lento lasciamo cadere a pioggia la farina nel burro, avendo l’accortenza di girare con una cucchiaia di legno il composto affinchè non formi grumi.

Se durante questa operazione ci si rende contro che il composto si sta solidificando basterà toglierlo temporaneamente dal fuoco.

A questo punto aggiungiamo il latte, tenuto a temperatura ambiente e aumentiamo l’intensità della fiamma, mescolando di continuo evitando che il latte arrivi a bollore. Dopo circa 5 minuti il composto inizia a solidificarsi. Quando avrà raggiunto la consistenza desiderata potete spegnere. A questo punto aggiungete un pizzico di sale e la noce moscata grattugiata.

Il “segreto” per una Besciamella super veloce

Per velocizzare ulteriormente il processo di preparazione potete utilizzare questo “trucco”.

Mentre sciogliete il burro e lo rimestate poi con la farina, mettete a riscaldare il latte. Quando sarà caldo unitelo al composto di burro e farina. Basteranno pochi minuti, anche solo 2, per ottenere una salsa perfetta.

La Besciamella light

Per chi vuole risparmiare qualche caloria e rispettare la dieta senza rinunciare al piacere della Besciamella ci sono diverse opzioni da tenere in considerazione per una besciamella light.

E’ possibile infatti utilizzare latte scremato o parzialmente scremato oppure scegliere la margarina al posto del burro da mescolare con la farina.

Come evitare i grumi nella Besciamella

L’unico errore, tra l’altro frequente, nella preparazione fatta in casa è quello che riguarda la formazione dei grumi. Per evitare questo spiacevole inconveniente è necessario che venga mescolata con vigore il composto iniziale di farina e burro tenenendolo sempre a temperatura elevata.

Considerati i brevissimi tempi di preparazione, quindi, anche durante la cottura del latte è necessario mescolare continuamente il composto e soprattutto spegnere il fuoco prima che la besciamella arrivi a bollore.

Per che cosa si usa la Besciamella?

La Besciamella, ricetta veloce e semplice, è come detto, anche molto versatile. Si usa per condire la pasta, la lasagna, da sola o anche in unione al sugo rosso, magari alla Bolognese, ma anche per insaporire le carni o le verdure. Spesso viene utilizzata per ricette che poi prevedono anche una cottura al forno. La besciamella, infatti, consente di tenere “umide” le pietanze che necessitano di un passaggio al forno.

In quale regione d’Italia si beve più vino? Il Centro-Nord è in pole position.

Nel corso del 2020 siamo stati costretti a trasferire tra le mura domestiche qualsiasi tipo di svago, incluse le cene al ristorante e le degustazioni in cantina. A risentirne sono stati non solo i più fedeli amanti del vino: tutti gli italiani, per adattarsi al nuovo stile di vita, hanno concentrato i propri acquisti di bevande alcoliche principalmente nei negozi online, oltre che nella GDO.

L’ultimo rapporto sul consumo di alcool in Italia parla chiaro: affidarsi agli acquisti online per fare scorta di vini e superalcolici è stata la soluzione più immediata per affrontare le limitazioni dovute alla situazione d’emergenza attuale.

L’esperienza di acquisto in un’enoteca virtuale come Svinando è in effetti estremamente pratica e vantaggiosa. Non solo perché si ha la possibilità di scegliere qualsiasi tipologia di vino presente negli scaffali virtuali del negozio 24 ore su 24, ma anche perché si ha sempre a disposizione un’ampia offerta di bottiglie di cantine italiane e internazionali, pronte da ricevere e da degustare direttamente a casa propria.

Italiani: grandi consumatori, oltre che eccellenti produttori di vino

Già nel primo semestre del 2020, Wine Monitor – Nomisma aveva stimato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una crescita del 102% degli acquisti di vino online in Italia: un dato che non lascia spazio all’interpretazione e che, soprattutto, non stupisce.

Basti ricordare che, secondo l’ISTAT, in Italia 1 persona su 2 beve vino, regolarmente o sporadicamente. Il consumo di vino, quindi, è largamente diffuso in tutta la nostra penisola, anche se sono evidenti alcune differenze tra Nord e Sud. Andando più nel dettaglio delle statistiche, si possono comprendere meglio quali sono le abitudini di consumo degli italiani, regione per regione.

In quale regione italiana ci sono più bevitori di vino?

In un’indagine condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica sulle abitudini quotidiane degli italiani nel 2019, è emerso che in Emilia-Romagna c’è la più alta percentuale di bevitori di vino (61,1%). Nella classifica seguono poi i valdostani (60,8%) e i toscani (59,1%): in pole position quindi troviamo tre regioni con una forte tradizione enologica alle spalle.

Lo studio mostra inoltre un altro dato interessante: il Nord e il Centro Italia vantano un maggior numero di consumatori di vino rispetto alle regioni del Sud e alle Isole. Nonostante in Molise e in Basilicata si riscontri un’elevata percentuale di abitanti che bevono vino quotidianamente, il Centro-Nord guadagna il podio senza fatica.

Per sapere se questa tendenza è stata mantenuta nel corso della pandemia, dobbiamo aspettare i prossimi dati sul consumo di vino e verificare se verranno confermati oppure no, anche a livello regionale.

Una certezza però c’è: che si tratti di un calice di vino bianco durante un aperitivo o di un rosso di accompagnamento al pasto, secondo le statistiche, il vino mantiene il titolo di bevanda alcolica più gettonata nel nostro Paese.

Tra agriturismi e cantine vinicole, scopri l’enoturismo in Campania.

Grazie ad una buona offerta di agriturismi, strutture alberghiere, ristoranti e cantine che aprono le proprie porte ai visitatori e agli amanti dell’arte enologica, l’Enoturismo in Campania è una splendida realtà dove la tradizionale buona cucina e l’eccellente tradizione vinicola sono dei perfetti padroni di casa.

Da Napoli a Caserta, da Salerno a Benevento passando per la provincia di Avellino, ognuna delle cinque province vanta infatti aree molto fertili, con una naturale vocazione all’agricoltura e alla produzione di eccellenze alimentari.

Provincia di Napoli

Partendo da Napoli, ci si imbatte nella strada dei vini dei Campi Flegrei, di quelli prodotti nell’Isola d’Ischia e quelli dei paesi vesuviani, in cui l’arte di vinificare ha radici profonde. Tra una degustazione e un’altra si possono visitare splendide località come Ercolano, Pompei, Pozzuoli, Torre del Greco o Castellamare di Stabia, e assaporare i piatti tipici del posto a base di pesce.

Provincia di Avellino

In provincia di Avellino invece troviamo l’eccellente produzione di tre delle quattro denominazioni Docg campane, Greco di Tufo, Fiano di Avellino e Taurasi con tante cantine sparse nei comuni della provincia facenti parte dell’area produttiva.

Si può girare e conoscere i territori della verde Irpinia tra cui Mercogliano con Montevergine, Bagnoli Irpino, Mirabella Eclano e tanti borghi caratteristici dove poter apprezzare la buona cucina della tradizione tra formaggi, salumi e piatti a base di tartufi, funghi e della tradizione contadina.

Provincia di Benevento

C’è ancora la provincia di Benevento, terra molto fertile di produzione di Aglianico del Taburno (altra Docg campana), Solopaca, Falanghina e Sant’Agata dei Goti, tutti vini che possono fregiarsi della Doc.

Tra le escursioni in provincia di Benevento segnaliamo Pietrelcina, a soli 10 chilometri dal capoluogo, meta di turismo religioso, oppure Telese Terme, per chi decide di riservarsi un soggiorno rilassante.

Provincia di Caserta

Infine la provincia di Caserta, la cui strada dei vini si sviluppa tra Aversa, Sessa Aurunca e Santa Maria Capua Vetere (ricordiamo il Falerno del Massico Doc)

Provincia di Salerno

Salerno, con i vini della costiera amalfitana prodotti tra Vietri sul Mare, Minori, Amalfi, Positano (tra cui Costa d’Amalfi Doc e Ravello Doc) e quelli cilentani, i cui bianchi ben si sposano con la cucina marinara dell’area.

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Le Strade del vino italiane tra winebar, enoteche e vinerie.

E’ preferibile chiamarle vinerie, la tendenza anglofona impone il termine wine bar. La differenza è sottile, l’analogia sostanziale. Perché il re incontrastato è lui: il vino o nettare degli dei, come ama farsi chiamare.

Vi sembra troppo consideralo una cosa viva? Provate a chiederlo a chi del vino ne ha fatto una ragione di vita.

O provate a chiederlo a chi proprio non riesce a seguire la moda inglese dell’ultima campanella che impone lo stop alla distribuzione dei boccali di birra come l’orologio imponeva a Cenerentola di far ritorno a casa.

Il vino, pardon, il re vino, è anche questo, il senso di libertà  che infonde, la capacità di mettere tutti d’accordo dinanzi ad un decanter, con la lentezza nella degustazione, imprescindibile da chi ama frequentare vinerie o winebar.

E non poteva essere che l’Italia, con le sue centinaia di Doc e decine di Docg, la patria incontrastata del nuovo fenomeno, che vanta comunque una tradizione più che decennale.

Le vinerie sono il tempio del vino, dove è immancabile l’abbinamento con i prodotti tipici locali o mutuati dall’alta cucina internazionale.

Ogni regione, ormai, può vantare decine di locali e localini, più o meno caratteristici, dove il vino, oltre ad essere eletto bevanda principale, talvolta esclusiva, costituisce un elemento d’arredo fondamentale.

Sia chiaro, in enoteca, non si va a bere, si va a degustare. Non si va per divertirsi, ma per fare l’amore con il nettare d’uva, mutuando una nota pubblicità.

Ma ciò non deve spaventare chi pur amando il buon vino non è un sommelier o un intenditore, perché dietro al bancone di ogni vineria c’è un esperto conoscitore che saprà indicare, secondo i gusti di ogni avventore, quale sarà la bottiglia da stappare.

Rispetto al ristorante, le enoteche ed i wine bar offrono un indiscutibile vantaggio, quello di poter degustare diverse tipologie di vino, senza dover necessariamente acquistare un intera bottiglia.

La mescita sfusa di più vini è una caratteristica irrinunciabile che consente tra l’altro con una spesa modulabile di passare una serata in allegria con la massima soddisfazione del palato.

Sono tra l’altro luoghi per così dire “democratici”, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista anagrafico.

Ambiti dal pubblico di mezza età  o dai cosiddetti “giovani-adulti” sono frequentati spesso anche dai giovanissimi. Il target eterogeneo richiamato dalle vinerie, molto più che dai pub, ne accrescono l’appeal.

L’ampia varietà di vini di cui dispone il territorio italiano ha favorito negli ultimi anni la nascita di numerosi wine bar e vinerie soprattutto nelle zone ad alta produttività

La globalizzazione dei mercati ha fatto il resto consentendo di ampliare l’offerta senza legarla necessariamente alla territorialità .

Ovviamente, in alcune zone, la degustazione dei vini locali è inevitabile.

Impensabile esimersi dal gustare un bicchiere di Barolo e Barbaresco in Piemonte, o un buon Chianti in uno dei cento localini delle colline toscane.

In Campania, invece, i bianchi fanno concorrenza spietata ai rossi, con il Greco di Tufo DOCG ed il Fiano di Avellino DOCG.

La Lombardia offre nella zona della Franciacorta una infinita varietà di spumanti di altissima qualità le isole si difendono con il Vermentino di Gallura in Sardegna, o il Nero d’Avola della Sicilia, terra anche di grandi passiti e marsala, per risalire lo stivale passando per l’aglianico del Vulture in Basilicata, per il Salice salentino in Puglia.

Al centro della Penisola spiccano il Montepulciano ed il Trebbiano in Abruzzo, il verdicchio dei Castelli di Jesi ed il rosso del Conero nelle Marche.

Impareggiabile il Brunello di Montalcino, prezioso nettare delle colline della terra di Toscana.

A ridosso della Alpi, i bianchi sono più richiesti e frequenti, dal Pinot al Tocai friulano, ma una delle opportunità offerta da vinerie e wine bar è proprio quella di sperimentare, scoprire e conoscere nuovi profumi e sapori, al di là  dei grandi nomi noti.

Ogni vineria che si rispetti avrà da proporre almeno 200 etichette.

Generalmente la tendenza di chi frequenta le vinerie è quella di orientarsi sulle etichette non locali considerata la possibilità  di scegliere tra numerose opportunità 

Negli ultimi anni, inoltre, anche i vini stranieri stanno tentando la scalata a quelli italiani, in particolare quelli Sud Americani, che però sono ancora in netta minoranza.

E per chi alla convivialità di un locale preferisce la calma rilassante delle quattro mura di casa, senza rinunciare alla meditazione di un buon vino, le enoteche rappresentano il paradiso. Per qualcuno, recarsi in enoteca è più gratificante che girovagare tra gli scaffali di una biblioteca o di una libreria.

Qui, la scelta della bottiglia di cui impadronirsi è  l’inizio di un vero e proprio rito, si dice che chi si reca in enoteca inizia a bare dal momento in cui ci mette piede.

La regola principale è analoga a quella da osservare nelle vinerie, estraniarsi dal mondo circostante, per entrare in simbiosi con le migliaia di bottiglie, ognuna delle quali sembra esercitare lo stesso fascino ammaliante di una sirena. In ogni caso, non potrete sbagliarvi, qualunque sia l’acquisto, sarà un affare.

Stappare per credere. Prosit

La Cucina Molisana, viaggio nei piatti e nei prodotti Tipici della regione Molise.

Il Molise, la più piccola regione italiana dopo la Valle d´Aosta, ha una posizione geografica molto particolare che si riflette, inevitabilmente, anche sulla sua cucina. Mentre nelle zone più interne della regione, caratterizzate da una vasta area montuosa, la cucina molisana è dominata da pietanze a base di carne di maiale, salsicce paesane e soppressate – preparate secondo le antiche tradizioni gastronomiche – nel piccolo tratto di fascia costiera prevale, invece, una cucina più tipicamente marinara con piatti a base di zuppe di pesce, risotti e minestre.

Gli antipasti della cucina Molisana.

Un tipico pranzo molisano non può che iniziare con l´insalata di maiale, fatta con pezzettini di maiale bolliti e conditi semplicemente con olio, sale e pepe.

Altra specialità della cucina molisana è la trippa di maiale che, una volta condita con peperoncino e finocchietto, viene fatta essiccare affinché diventi croccante e pronta ad essere gustata.

Sulla fascia costiera è da saggiare, invece, la scapece di alicette, a base di alici freschissime, farina, aceto, olio, aglio e qualche foglia di salvia.

I Piatti Tipici Molisani.

Accanto ai tradizionali cavatelli, una pasta tradizionale del Molise, da provare assolutamente la saporitissima fascadielle, un piatto tradizionale della provincia di Isernia, un particolare tipo di polenta condito con sugo di ragù, ventresca e formaggio.

Altrettanto gustosi sono i crioli con le noci – a base di pezzetti di baccalà e noci tritate – e le taccozze con fagioli, tipica pasta molisana condita con uno squisito soffritto a base di aglio, cipolla, carota sedano e fagioli lessati.

Per chi ama gli accostamenti un po’ inusuali sono da provare, invece, i maccheroni con la mollica, semplice piatto di pasta, preferibilmente lunga, condita con un composto a base di mollica di pane, olio, aglio e prezzemolo.

I Secondi piatti

E´ la carne a farla da padrona sulle tavole molisane, cucinata nei modi più diversi e fantasiosi come i larduocchi – a base di maiale e peperoni sottaceto – la checcètta– a base di testine di agnello o capretto, ricoperte di molliche di pane, aglio, olio e prezzemolo- o, ancora, la coscia di agnello ripiena di lardo, aglio, olio, sale e prezzemolo.

Ma non mancano i piatti a base di pesce come il baccalà fritto o cucinato al forno con le patatele triglie alla n´gorda, a base di triglie fresche ripiene di molliche di pane raffermo, e gli scampi ubriachi, conditi con cipolla, basilico, prezzemolo e peperone.

I Dolci della Pasticceria Molisana. 

Famosissimi in tutta la regione, che vanta una lunga tradizione in materia dolciaria, i cauciuni ripieni di pasta di ceci, le caragnole, tipico dolce natalizio preparato con fettucce di pasta, e le peccellate, ripiene di marmellata o mosto cotto.

Da provare anche i Caggiunitte, ripieni di castagne, cioccolata fondente e mandorle, le ceppelliate di Trivento, squisiti dolcetti a base di marmellata di amarene, e i classici amaretti, a base di mandorle e uova.

Le strade del Vino in Molise.

Il Biferno, è un vino tipico della provincia di Campobasso, si produce utilizzando vitigni rossi e bianchi. Il rosso si abbina perfettamente alle carni bianche al forno, alle carni rosse alla griglia e alla polenta. Il bianco, invece, si abbina ai formaggi ed al pesce.

Da assaggiare anche il Pentro di Isernia, prodotto nei territori della provincia di Isernia e realizzato con vitigni rossi, bianchi e rosati.

I Formaggi tipici e DOP nell’Italia settentrionale.

Forse, il formaggio non sarà uno dei prodotti più noti ed apprezzati in assoluto della cucina italiana all’estero, ma in patria vanta milioni di estimatori e rappresenta una delle portate più raffinate del gourmet dello stivale.

Tutto il Nord Italia può vantare una varietà di formaggi di altissimo livello, la maggior parte prodotti ancora secondo antiche ricette.

A fare la differenza al nord, rispetto alle altre zone d’Italia, le grandi distese di pascoli e di foraggio che si trovano nelle pianure e nelle valli alpine e prealpine.

Quali sono i Formaggi Tipici del Nord Italia?

Tutte le regioni settentrionali italiane hanno il loro formaggio da vantare. Un cenno doveroso, per il Parmigiano Reggiano ed il Grana Padano, formaggio a pasta dura stagionata, dal sapore caratteristico, noto in tutto il mondo provenienti dall’Emilia Romagna e dal Veneto e dalla bassa Lombardia.

I Formaggi in Emilia Romagna

L’ Emilia Romagna, patria della gastronomia per eccellenza, è la culla di numerose tipologie di formaggio che il mondo intero invidia (e talvolta tenta di imitare) all’Italia.

A cominciare dal Parmigiano Reggiano Dop, che ha nelle province di Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna il cuore della produzione. Le origine del re dei formaggi risalgono addirittura al Medioevo: da allora, la ricetta con cui si ottengono le celebri forme non è mai cambiata.

A contendere la palma del miglior formaggio emiliano al parmigiano c’è il Grana Padano Dop, la cui produzione avviene tra le province di Piacenza, Bologna, Ferrara e Ravenna.

I cultori dei prodotti caseari non possono fare a meno di apprezzare il gustosissimo Formaggio di fossa di Sogliano al Rubicone, stagionato in specifici luoghi nel periodo che va da luglio a novembre.

Tra i pecorini emiliani, spicca il Pecorino dell’Appennino Reggiano, ottenuto con latte di ovini. La stagionatura dura due mesi, per un prodotto dal gusto sublime.

Tra gli altri formaggi tipici dell’Emilia Romagna, si segnalano la Robiola di Castel San Giovanni, alla quale viene aggiunto lo zucchero, e i diversi tipi di pecorino a stagionatura media.

La Commissione europea ha dato  il via libera al riconoscimento DOP allo ‘squacquerone di Romagna’ (Dop) un formaggio a pasta molle ottenuto esclusivamente da latte vaccino intero.

Ha una pasta di colore bianco, madreperlaceo, senza crosta ne’ buccia e la sua zona di produzione include le province di Ravenna, Forli’-Cesena, Rimini, Bologna e parte del territorio della provincia di Ferrara.

Le razze bovine interessate dalla produzione di questo formaggio dell’Emilia Romagna sono la frisona italiana, bruna alpina e romagnola. 

Formaggi tipici in Friuli Venezia Giulia.

Il Friuli Venezia Giulia non è certamente tra le regioni italiane una delle più note per la produzione di formaggi.

Naturalmente non mancano i prodotti tipici  come il Cuc, considerato il formaggio per antonomasia ma, rispetto alle aree limitrofe, si tratta di vere e proprie eccezioni.

Il Montasio Dop è un formaggio a latte intero con una stagionatura che può variare dai 2 ai 12 mesi, anche se non mancano pezzature che vengono invecchiate ulteriormente per destinare il prodotto alla grattugia.

Di antica tradizione è anche il Formaggio salato della Carnia, prodotto nella valle d’Arzino, e che deve il nome alla salamoia in cui viene conservato per la maturazione.

Formaggio tipico friulano è anche  la Strica, che altro non vuol dire che striscia, ed è composto dalle striscioline di formaggio che avanzano dalla lavorazione. Nella zona di Monrupino si ottiene un ottimo Formaggio Tabor del Carso. Anche in Friuli, infine, è possibile gustare formaggi di Malga, caprini freschi e stagionati.

Formaggi Tipici Liguri

La Liguria, in fatto di formaggi, sconta l’orografia del territorio, dove le pianure sono pressoché assenti. Nella regione sono una decina i prodotti tipici derivati del latte.

Tra i formaggi della Liguria le specialità sono il brussu dell’Alta Valle Arroscia, una pasta di formaggio dal gusto intenso e piccante, a base di ricotta di pecora fermentata e impastata con olio extravergine, che si mangia sulle bruschette o che si usa per condire la tipica pasta imperiese, la streppa e caccia là (pezzi di pasta strappati e appiattiti con le dita e cotti in acqua bollente insieme a foglie di cavolo, rape e patate).

 E ancora, la prescinseua, una cagliata fresca leggermente acidula, prodotta con il latte dei pascoli dell’Appennino e che è l’ingrediente essenziale della famosa focaccia al formaggio di Recco. È un formaggio che si trova solo nel genovese, la sua zona d’origine, perché è prodotto in quantità limitate e perché ha una breve conservazione.

Nell’Alto Chiavarese, al confine con la provincia di Piacenza, viene prodotto il formaggio di Santo Stefano d’Aveto, dal sapore intenso, prodotto con latte bovino fresco.

Tutto l’entroterra ligure è un fiorire di formaggi e tomini prodotti dagli allevatori nei pascoli e nelle aziende zootecniche e i più famosi sono la toma di Mendatica e la formaggetta savonese.

Si segnalano la formaggetta della valle Argentina, nelle province di Savona e Imperia, prodotta per fare da complemento al pesto e ad altre portate della cucina ligure, ed il Formaggio di alpeggio di Triora che se prodotto in estate viene considerato di qualità migliore.

Ottimi formaggi vaccini vengono prodotti anche nella zona di Torriglia, sempre in provincia di Genova.

Tra i prodotti tipici della provincia di Savona, va segnalata la Giuncata, formaggio conseguito dalla lavorazione del latte ovino dalla consistenza morbida.

Saporita è anche la Sola, formaggio ottenuto dal latte di pecora il cui nome è dovuto alla particolare forma che ricorda la suola di una scarpa!

Formaggi Tipici lombardi

Come la maggior parte delle regioni del Nord Italia, anche la Lombardia è terra di formaggi per eccellenza. Qui si contano a ben 58 tipologie di formaggio diverse.

Il più noto dei formaggi lombardo è il Gorgonzola, prodotto nella provincia di Bergamo e di Lodi, anche in versione piccante.

Mascarpone e stracchino, entrambi formaggi freschi rappresentano un vanto dell’industria casearia lombarda e sono ottimi ingredienti per la preparazione di elaborati piatti.

Tra i prodotti caseari di alta montagna, una menzione speciale meritano il Bitto Dop e il Formai de Mut Alta Val Brembana Dop, formaggi dai sapori strepitosi.
Tra i Dop prodotti in Lombardia vanno annoverati anche il Grana Padano ed il Parmigiano Reggiano, nonchè il Provolone Valpadana, il Quartirolo Lombardo, il Valtellina Casera ed il Taleggio.

Più tipici sono il Bagòss, il Cingherlino, proveniente da Varese, il Casolet dell’Adamello, le Formaggelle di monte e il Grana lodigiano.

Formaggi Tipici Piemontesi

In Piemonte sono ben 63 i formaggi tipici censiti, a partire dalla Toma che  forse più di ogni altro rappresenta la tradizione casearia dell’intero territorio regionale, prodotta in numerose località con piccole ma significative varianti. Da assaporare quella di Lanzo, della Val di Susa, della Val Stura, Pragelato ed Elva.

Numerose anche le produzioni di caprini, freschi e stagionati e la Robiola di Roccaverano Dop, formaggio fresco e bianchissimo,nata pare in Liguria o forse Lombardia ma poi indiscutibilmente affermatasi in Piemonte, la cui variante commerciale non ha niente a che vedere con la produzione piemontese, che può vantare una tradizione millenaria.

Tra i nomi noti dei formaggi piemontesi spiccano il Bra Dop, prodotto nella zona del cuneese, porta il nome della cittadina piemontese, capitale del Roero, collocata sul confine tra le Langhe e la pianura cuneese,  il Castelmagno Dop, amato dai papi ad Avignone e dai regnanti di Casa Savoia, oggi uno dei più rinomati esempi dell’arte casearia piemontese, tipico della valle compresa tra le Alpi Marititme e Cozie, il Murazzano Dop, formaggio grasso a pasta fresca, e il Raschera Dop, prodotto nella zona della Langa, che prende il nome dall’Alpe Raschera e si produce in tutta la provincia di Cuneo, nella variante d’alpeggio in alcuni comuni montani (Frabosa Soprana, Frabosa Sottana, Roburent, Roccaforte M.vì, Pamparato, Ormea, Garessio e Magliano Alpi)

In Piemonte vengono prodotti anche altri formaggi, che traggono origine in altre regioni italiane limitrofe ma che qui si ottengono con risultati altrettanto apprezzabili.

E’ il caso del Gorgonzola Dop, del Grana Padano Dop e del Taleggio Dop. In molti agriturismi piemontesi è possibile osservare le fasi di lavorazione dei formaggi. I vini Barolo e Barbera, completano l’abbinamento tra i più eccelsi della tavola italiana.

Formaggi Tipici del Trentino Alto Adige

A dispetto dell’esiguità del territorio, il Trentino Alto Adige si propone con ben 43 varianti di formaggio.

I più noti e saporiti sono il formaggio delle Dolomiti, il Dobbiaco ed il Puzzone di Grigno e di Moena, riconoscibile sia per la parte esterna umida che, manco a dirlo, per il caratteristico odore.

Il Trentino è anche la patria di altri prodotti caseari, come il burro, di magnifica fattura, derivato dall’affioramento del latte in cottura e yogurt molto leggeri e raffinati.

Tipico di questa regione è anche il Grana Padano Trentino Dop, il cui disciplinare si differenzia dal Grana emiliano-romagnolo per una maggiore rigidità in fatto di alimentazione dei bovini.

Tra i formaggi trentini più antichi c’è il Nostrano, con pasta a occhiatura medio-grande ed un sapore piccante unico. Nella valle del Chiese e in Val Rendena si produce, invece, lo Spressa, formaggio magro di latte bovino.

Sugli altipiani di Lavarone, Folgaria e Vezzena, si ottiene un ottimo Vezzena, formaggio semigrasso a pasta granulosa.

In molte zone del Trentino Alto Adige, infine, si produce un ottimo Asiago ed anche il Provolone Valpadano.

Le strade dell’olio extravergine di oliva in Italia.

Le varietà dell’olio extravergine di oliva in Italia sono circa 500, ognuna diversa per caratteristiche, sapore e profumi. Ciò è dato dalla varietà morfologica del territorio italiano e dal clima variegato che si può incontrare lungo lo stivale.

L’olio extravergine d’oliva nell’Italia settentrionale

Sono 5 le regioni del nord Italia che vantano una produzione di olio d’oliva di gran pregio, anche se l’area destinata alla coltivazione delle olive è di gran lunga inferiore a quella del centro e del sud dello stivale.

L’olio extravergine d’oliva ligure

E’ la Liguria la regione che può vantare la produzione qualitativamente più pregiata grazie anche alle condizioni climatiche che favoriscono la produzione di olive di altissima qualità.

Lungo tutta la riviera ligure di Levante e di Ponente le coltivazioni di olivi, oltre a donare splendidi prodotti, fanno da scenario naturale ad una delle più belle zone d’Italia.

Dalle Cinque terre, passando per Genova e arrivando a San Remo e Ventimiglia si possono assaggiare splendide portate tipiche della cucina ligure, impreziosite dall’olio locale.

La Taggiasca e la Pignola sono due tipi di cultivar che danno vita ad un olio di grande sapidità, con un gusto equilibrato e dolce che cambia secondo la zona di produzione.

 La dop della Liguria è appunto denominata Riviera ligure ed è prodotta in tutta la regione. E’ uno degli ingredienti principali del notissimo pesto alla genovese.

L’olio extravergine d’oliva della regione Emilia Romagna

L’Emilia Romagna, pur non vantando una coltivazione di olivi intensiva è accreditata con prodotti di alta qualità.

Le zone in cui è possibile trovare ottimo olio, sono quelle intorno Rimini e Cesena e al confine con la Toscana, dove si produce la Dop Brisighella, che da vita ad un olio dal gusto molto forte e strutturato, con spiccati profumi di erbe ed ortaggi.

Gli oli della Lombardia

 In Lombardia la produzione di olii, che avviene ancora in vecchi frantoi, si concentra sulle rive del Lago di Garda e degli altri laghi lombardi.

 E’ il clima a favorire la crescita rigogliosa di alcune cultivar tra cui le più pregiate sono Leccino e Frantoio.

Sul lago di Garda la dop da vita ad un olio carico dal colore giallo intenso e con sfumature alla mandorla.

Meno importante la produzione di olio nelle regioni del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, dove è possibile, comunque, gustare particolari selezioni prodotte dalle aziende locali con tecniche di raccolta e di produzione che danno vita ad un olio molto ricercato.

L’ olio extravergine d’oliva nell’Italia centrale

Sui dolci declivi delle colline del centro Italia, le piante di olivo sono precedenti agli insediamenti umani.

Gli oli extravergine d’oliva della regione Lazio

Nel Lazio la presenza degli olivi è datata intorno all’anno mille avanti Cristo.

Proprio il Lazio, del resto può vantare tre preziose dop, l’olio Sabina e l’olio Canino e la dop Ciociaria, quest’ultima dal sapore più corposo, ottimo per le carni, mentre la Sabina e la Canino hanno un gusto più delicato, ottimo per condire il pesce e le verdure.

L’olio extravergine d’oliva della regione Umbria

In Umbria, le zone dop sono 5 e coprono tutta le regione. A Nord, nella provincia di Perugia si produce la dop dei Colli del Trasimeno, tra Città di Castello e Castiglion del Lago.

Lungo tutto il versante orientale, da Gualdo Tadino a Terni, passando per Spoleto e Foligno la coltivazione della Dop Assisi – Spoleto.

Al centro dell’Umbria sono note le dop Colli Martani nell’area intorno Todi, e dei Colli Orvietani. A Sud la dop Colli Amerini. Sono tutti oli molto decisi.

Gli oli extravergine d’oliva dell’Abruzzo

L’olio abruzzese più noto è quello della dop Aprutino Pescarese dal colore giallo-verde, e un moderato sapore fruttato. Intorno Chieti, l’altra zona dop “Colline Teatine” dell’Abruzzo.

Gli oli della Sardegna

In Sardegna, dove si coltivano le olive della qualità bosana prodotto principalmente nella zona di Alghero e e quello denominato “pizz’e Carroga” coltivato nella Sardegna meridionale.

Gli oli extravergine d’oliva DOP Toscani

La Toscana è una delle regioni italiane che ha la migliore produzione di olio. Le colline del Chianti danno vita ad una DOP di altissima qualità, dal verde carico e dal sapore piccante. Interessante visitare anche gli agriturismi immersi tra gli oliveti, dove spesso si prende parte alla raccolta o si osservano i vecchi frantoi all’opera.

Simile all’olio del Chianti anche la dop Terre di Siena, per colore e gusto. L’Igp Toscano invece, ha un gusto più delicato.

Gli oli extravergine d’oliva Marchigiani

E per concludere il Centro Italia ecco l’olio marchigiano, dal sapore molto leggero, derivato dalla lavorazione delle olive Sargano, coltivate nelle Marche, il cui gusto è garantito dal consorzio marchigiano che impone raccolta a mano e estrazione a freddo

L’olio extravergine d’oliva nell’Italia merdionale

Il sud Italia, è la zona dove si produce il maggior quantitativo di olio, caratterizzato dal sapore deciso e forte e dal colore pieno tendente al verde carico. E’ un complemento ideale per esaltare al meglio i sapori freschi dell’orto, e in abbinamento con il pane che in quasi tutte le regioni viene ancora prodotto nel forno al legno.

Gli oli extravergine d’oliva campani.

In Campania, è utilizzato per la pizza e per le pietanze marinare, mentre nelle aree interne della Basilicata, è il condimento ideale per le portate a base di carne e per i prodotti farinacei. Viene inoltre utilizzato, al Sud Italia, per i prodotti più noti, presenti sul mercato e sulle tavole regionali.

Gli oli extravergine DOP pugliesi.

La Puglia è la regione riconosciuta come maggiore produttrice, con circa 50 milioni di alberi censiti. Ben 4 , in Puglia, le Dop (Denominazione ‘origine protetta): il Dauno nella provincia di Foggia, Terra di Bari, nell’area del capoluogo di regione, Terre d’Otranto, nel sud della regione tra le province di Taranto e Lecce e le Colline di Brindisi, zona limitata in provincia di Brindisi al confine con il Barese.

Gli oli extravergine lucani

In Basilicata interessanti culture di olivi si trovano lungo la fascia ai piedi del Vulture e sulla costa tirrenica alle spalle di Maratea. Molto diversi per sapore, i due prodotti che risultano dalla lavorazione dei due tipi di olive. Più deciso il gusto delle olive provenienti dalla costa, più fruttato quello dei prodotti dell’interno.

Gli oli extravergine d’oliva campani

In Campania, tutta la zona del Cilento produce olio di altissima qualità fregiato della Dop, come sulle colline salernitane e della Valle Ufita in provincia di Avellino che brilla per il Ravece e nella penisola Sorrentina.

Gli oli calabresi

In Calabria, l’olio locale, dal sapore deciso e strutturato accompagna i piatti più raffinati.

In Calabria sono due gli olii più pregiati fregiati della Dop, il Bruzio che viene prodotto nella alto Cosentino ed il Lametia, prodotto nell’area che da Catanzaro si spinge fino alle coste di Tropea.

Gli oli extravergine d’oliva siciliani

In Sicilia, terra baciata dal sole, le dop sono 4: la Monte Etna proveniente dalle coltivazioni nelle province di Messina e Siracusa. Da Agrigento e Palermo arriva la dop Val di Mazara, mentre la zona del Belice da vita alla dop ” Olio Extravergine d´Oliva Nocellara del Belice” nei comuni di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Poggioreale. Per finire con i più pregiati oli siciliani, la dop Valdemone, sempre nel messinese, dal sapore molto delicato.

Olio Extravergine d´Oliva Nocellara del Belice è un pregiato olio DOP siciliano ottenuto dalla sapiente spremitura della Nocellara del Belice, una particolare qualità di oliva che cresce esclusivamente nei terreni fertili e baciati dal caldo sole di Sicilia della Valle del Belice, il cui territorio comprende i comuni di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna, Salaparuta, Santa Ninfa e Poggioreale.

La coltura dell´olivo nella Valle del Belice ha origine antichissime che risalgono alle prime popolazioni di Selinunte, antica colonia greca, la cui principale risorsa era costituita, appunto, dalla coltivazione dell´olivo e dalla produzione agroalimentare. E furono proprio gli abitanti di Selinunte a favorire lo sviluppo e la diffusione dell´olivicoltura, colonizzando le vallate ed i fertili terreni che si affacciavano sulle sponde dei fiumi Belice e Modione.

A testimonianza di ciò il rinvenimento a Selinunte di antiche macine per olive risalenti, con ogni probabilità, al V secolo A.C. Nel corso dei secoli, la coltivazione degli olivi nella Valle del Belice è cresciuta in maniera esponenziale, grazie soprattutto alla particolare qualità dei terreni ed alle favorevoli condizioni climatiche della zona , divenendo, in tal modo, la principale coltura dell´intero territorio e la sua più importante risorsa economica.

L’Olio Extravergine d´Oliva Nocellara del Belice, dal sapore fruttato intenso, erbaceo, con retrogusto leggermente piccante, viene impiegato a crudo su verdure, pesce in cottura e su tutte le pietanze mediterranee.