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Simon Sabato Rodia,l’irpino che incantò i Beatles

La storia di Sabato Simon Rodia è talmente particolare da aver incantato addirittura gente del calibro di John Lennon e Paul McCartney che, nel 1967, non esitarono ad inserire un suo profilo nella copertina del disco Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band, uno dei capolavori dei baronetti di Liverpool che per lanciare il loro album scelsero l’immagine di 60 personaggi famosi.

Tra questi,i Beatles individuarono anche un artista di origini italiane, che era nato a Rivottoli di Serino, in provincia di Avellino, nel 1879.

La storia di Simon Sabato Rodia

A soli 15 anni, Sabato Rodia era arrivato in America, come tanti suoi conterranei, in cerca di fortuna. Era stato dapprima un minatore e, successivamente, dopo la morte del fratello in una miniera della Pennsylvania, piastrellista e muratore.

Proprio la morte del fratello segnò la sua vita negli States.

Qui, a Seattle, aveva sposato una paesana, Lucia Ucci, dalla quale però si separò a seguito di una vera e propria crisi esistenziale che lo portò quasi ad isolarsi dal resto del mondo e a vivere lontano dai suoi connazionali.

Nel 1920 Rodia si trasferì a Los Angeles, nel quartiere Watts, alla periferia della metropoli, abitato per lo più da afroamericani.

Proprio in questo quartiere, nel giro di trent’anni, realizzerà la sua opera d’arte che lo ha reso celebre, frutto di ingegno, follia e creatività.

Sabato Rodia e le Watts Tower

Sabato Rodia

Con l’aiuto della gente del posto, che gli forniva materiali di risulta, Rodia costruì quello che è passato alla storia come il complesso delle Watts Tower, delle strane torri, alcune delle quali alte anche 30 metri, realizzate con pezzi di vetro, metallo, conchiglie e, soprattutto, senza nemmeno un punto di giuntura.

Un monumento che, come ebbe modo di dire, gli ricordava i covoni che, da bambino, lo avevano attratto nelle campagne della natia Serino e che Sabato Samuel Rodia aveva battezzato con il nome di Nuestro Pueblo.

Ma anche un monumento per dare lustro, a suo modo, ad una zona di Los Angeles povera e degradata, che faceva da contraltare alle luci e ai fasti di Hollywood.

Un’opera architettonica che, al pari della personalità sopra le righe dell’italiano che rifuggiva Little Italy, attirò l’attenzione dei Beatles al punto tale da considerarlo meritevole di figurare, nella loro opera, al fianco di veri mostri sacri della storia, della politica, dell’arte e della musica, come quel Bob Dylan al quale, nella copertina di Sgt Pepper’s, Rodia sembra quasi appoggiarsi con aria sognante.

Quella del sogno americano di un irpino sui generis.

Scopri dove cenavano i tuoi Nonni ad Avellino nei primi del ‘900

Una vocazione che viene da lontano e che il tempo ha consolidato.

Se nell’ambito della Campania, l’Irpinia è riuscita a ritagliarsi una sua peculiare connotazione in tema di gastronomia e ristorazione, in fondo lo deve alla sua storia.

La Storia dei ristoranti Avellinesi

Una storia secolare, fatta di volti, nomi e luoghi che, soprattutto tra chi non è più giovanissimo, riporta alla memoria l’immagine di una Avellino in bianco e nero, che proprio nelle sue ridotte dimensioni aveva i caratteri di quella signorilità di provincia che oggi si stenta a riconoscere.

Che ad Avellino (ed in tutta la provincia) si mangiasse bene era noto già ai principi del Novecento.

Fu proprio nella prima metà del secolo scorso che cominciarono ad affermarsi alcune trattorie ed osterie, antenate dei più moderni ristoranti, che hanno fatto epoca.

I Ristoranti Avellinesi dei primi anni del ‘900

“Monzu” Dominico, Quirino Galasso, Cesare Trombetta, la signora Mafalda, i fratelli Blasi, Agostino Giordano erano all’epoca i nomi più gettonati nel mondo della ristorazione avellinese.

Erano tempi in cui si spendeva poco più di una lira per un pasto veloce, tre lire per un pasto completo comprensivo di un quartino di vino.

In tavola finivano piatti semplici ma saporiti (penne al ragù, spaghetti a vongole, minestre maritate, arrosti): pochi ingredienti ma ben assemblati.

Il passaparola, efficace Tripadvisor d’un tempo, basato quasi esclusivamente sulle sensazioni di gusto che i piatti presentati in tavola riuscivano a trasmettere, già all’epoca riusciva a fare la fortuna delle locande e degli osti.

E, così, insegne come quelle di Cesare, Alla Bella Napoli, Alle Due Baccanti, la Corona di Ferro, Eden Park, Giardini Reali, Moderno, Savoia, Sirena e Sofia erano ben radicate sul territorio e costituivano i luoghi di incontro preferiti prevalentemente dalla borghesia cittadina, quella che poteva contare su una buona capacità di spesa e che frequentava le trattorie con una certa frequenza.

Tra i diversi locali disseminati soprattutto nelle zone centrali della città col tempo venne a svilupparsi una sana concorrenza, che contribuì ad aumentare il livello della proposta gastronomica.

I ristoranti più innovativi

Tra i più innovativi ci furono senza dubbio i fratelli Blasi, gestori dell’Eden Park ai Cappuccini che il capo cuoco (lo chef era di là da venire, come l’idea di una cucina gourmet, che a quei tempi avrebbe fatto rabbrividire) lo andò ad ingaggiare a Napoli, alla Pignasecca, per offrire una cucina che oltre ai piatti della tradizione locale si ispirasse anche a quella marinara partenopea.

Tra gli “esperti” dell’accoglienza (e delle pubbliche relazioni) dei primi anni del ‘900 un ruolo di primo piano lo aveva senza dubbio Agostino Giordano, patron dell’albergo Moderno e dell’omonimo ristorante in via Mancini nonché del teatro Giordano che, dopo la chiusura del Comunale, divenne un importante riferimento culturale in città.

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Vito Nardiello: la storia delll’ultimo dei briganti in Irpinia.

Eppure, a partire dall’immediato dopoguerra, il nome di Vito Nardiello è stato tra i più noti delle cronache, non solo irpine.

La sua fama di brigante sanguinario ed implacabile, Nardiello se la costruì nel suo paese natio, Volturara Irpina.

Qui era rientrato dopo la guerra e dopo essersi arruolato nell’esercito titino nella ex Jugoslavia, con le cui mostrine si era guadagnato sul campo i galloni di spietato esecutore.

Anche nei confronti di soldati italiani, avversi al regime comunista. Nel 1945 Nardiello fece ritorno nella sua Volturara. Aveva smesso la mimetica ma non le armi e la padronanza nell’usarle.

In pochi mesi creò una vera e propria banda criminale, chiamando a sé compaesani ex galeotti, dedita a saccheggi, rapine e assalti.

Le prime scorribande furono indirizzate nei confronti di alcune masserie della zona, successivamente ad essere presi di mira furono i viaggiatori che attraversavano la Nazionale.

Sulla scia di ciò che avevano fatto i briganti nel passato, che da quelle zone erano spariti da quasi un secolo, il Malepasso diventò il territorio di caccia della banda che, nel volgere di pochissimo tempo, divenne un incubo per chiunque si trovasse a passare di lì.

A pagare dazio a Nardiello fu anche il senatore Alfonso Rubilli, intercettato e rapinato nei pressi della Bocca del Dragone al ritorno da un comizio elettorale.

Nel giugno del ’46, durante un assalto ad una corriera, la banda lasciò sul selciato la prima vittima, Giuseppe Tortora. Ad agosto i morti per mano di Nardiello erano già saliti a cinque. Per lo più coloni e loro familiari che abitavano in case isolate per il cui assalto la banda aveva gioco facile.

Sul finire del mese di dicembre del 1946, Vito, detto “’o malamente”, cadde nella rete dei Carabinieri che riuscirono ad arrestarlo.

Taglia di un milione di lire per catturare Vito Nardiello

In carcere il bandito di Voltrara rimase pochi anni.

Prima ancora di conoscere la sentenza di condanna, infatti, con un blitz degna di una pellicola americana, Vito Nardiello, armato di lima e lenzuola annodate, riuscì ad evadere, nel 1951, dal carcere borbonico di Avellino, per l’epoca considerato uno dei più sicuri d’Italia.

E qui, con la latitanza, comincia il mito di Nardiello, che protetto dalla sua gente e dalle sue montagne, non si allontanò mai da Volturara e dall’Irpinia, sfidando apertamente le forze dell’ordine, trascorrendo quella che Giuseppe Alessandri, nel suo volume “La storia di Vito Nardiello, il lupo d’Irpinia”, definisce latitanza “a domicilio”.

La primula rossa irpina riuscì a nascondersi tra la sua casa di Tavernole di Volturara ed il centro del paese della Bocca del Dragone, riscendo sempre a sfuggire alla cattura.

A dargli manforte la sua compagna di una vita, Rosa Raimo, con cui ebbe anche quattro figli, alcuni dei quali nati proprio durante la latitanza.

Nel febbraio del 1952, i Carabinieri furono ad un passo dalla sua cattura.

La casa in cui si nascondeva fu circondata. Nardiello, però, diede ancora una volta prova della sua abilità con le armi, uccidendo un militare e ferendo gravemente il comandante della stazione dell’Arma di Volturara.

La sua latitanza durò oltre dieci anni. Sul suo capo furono messe varie taglie, da uno fino a cinque milioni, con tanto di avvisi e foto segnaletiche affissi sulle cantonate del paese.

“Per chi mi tradisce c’è il cimitero”: così vergò di suo pugno un manifesto Nardiello, secondo la leggenda.

La latitanza del brigante di Volturara Irpina si chiuse il 13 marzo 1963, quando fu stanato nella sua abitazione.

In carcere rimase 23 anni e, nonostante la condanna all’ergastolo, nel 1986 ottenne i benefici della libertà vigilata e nel 1991 la piena libertà.

Vito Nardiello si spense nella sua Volturara nel 2001.

Quando al sud si “facevano le bottiglie di pomodoro a casa” ed era festa grande.

Con la fine del mese di settembre sta per finire la stagione delle “bottiglie fatte in casa”. Una frase che, in Campania e in tutto il sud Italia, non necessita di attributi per far comprendere di cosa si stia parlando.

“Fare le bottiglie” equivale a “preparare in casa le conserve di pomodoro”, una tradizione che nasce da una necessità, quella che un tempo imponeva a tutte le famiglie di provvedere, prima dell’arrivo dell’inverno, di fare scorta di condimento al pomodoro da utilizzare nel corso dell’anno per la preparazione di sughi e ragù.

Alzi la mano che non ha mai preso parte a quello che è un vero e proprio rito, di cui restano impressi, nella memoria, gesti, profumi e sapori, come quelli del pomodoro fresco, appena passato, “rubato” e versato nel cozzetto di pane: un’esperienza sensoriale senza pari.

E, poi, gli oggetti, gelosamente custoditi nelle cantine e tirati fuori all’occorrenza.

Dalle ceste per il lavaggio agli attrezzi per la spremitura, dallo strumento per tappare le bottiglie al fusto e al bruciatore per la bollitura.

Anche se la produzione industriale, abbinata ai ritmi frenetici della vita nel terzo millennio, ha di fatto assestato un duro colpo alla produzione domestica, l’usanza di provvedere in casa alla preparazione delle conserve resiste, in molti centri, in molte famiglie.

Come si preparano le conserve di pomodoro.

Una tecnica collaudata e tramandata da generazioni, che impegna tutta la famiglia, dagli anziani ai più piccoli, ciascuno specializzato in una determinata fase lavorativa: dal lavaggio dei pomodori a quello delle bottiglie, dalla bollitura dell’oro rosso alla successiva passata e imbottigliamento, senza trascurare l’aromatizzazione con il basilico e la tappatura di barattoli e bottiglie prima della ultima e definitiva bollitura che consentirà una lunga conservazione del preparato.

Proprio quest’ultima fase è quella che richiede la maggiore attenzione.

Bollire i pomodori in sicurezza.

Quali accorgimenti adottare per evitare imprevisti? I suggerimenti giusti sono quelli forniti da Luciano Ragno, direttore tecnico dello stabilimento Cobegas di Pratola Serra, azienda leader nella fornitura di gas sia in serbatoio che in bombola.

“Innanzitutto, è buona norma usare sempre bombole del gas nuove, che garantiscono maggiore sicurezza in tutte le fasi di utilizzo.

Inoltre – aggiunge Luciano Ragno –, è sempre necessario verificare lo stato di utilizzo del tubo di collegamento dal bruciatore alla bombola e del regolatore.

Se non sono stati utilizzati per lungo tempo, è opportuno sostituirli con pezzi nuovi. Questi sono gli elementi maggiormente soggetti a deterioramento e la loro sostituzione è garanzia di incolumità”.

Il posizionamento della bombola è fondamentale per evitare incidenti.

“La bombola deve essere tenuta in una zona aperta e lontano da fonti di calore. Va posizionata ad almeno 4 o 5 metri dal bruciatore ed è sempre bene avere a portata di mano un estintore”.

Che tornerà utile anche come promemoria. Perché quella delle conserve fatte in casa è una di quelle tradizioni secolari che farà anche a pugni con i ritmi dei tempi moderni, ma che va preservata affinchè non vada… estinta.

Michela de Conciliis e la vera storia del Palazzo Victor Hugo di Avellino.

Per tutti ad Avellino è noto come il Palazzo  Victor Hugo o, in alternativa, come la Casa della Cultura, espressione che si rafforzò nella memoria cittadina negli anni dell’amministrazione Di Nunno, che aveva visto in quel luogo la struttura ideale da destinare alla promozione della cultura in città.

Lì fu trasferito l’Archivio Storico, quasi a voler consolidare in quel luogo le radici della storia di Avellino.

Victor Hugo ed il palazzo di marmo di Avellino

Al palazzo è associato il nome di Victor Hugo in quanto tra il 1807 ed il 1808 le sue stanze ospitarono il colonnello Leopold Sigisbert Hugo, comandante militare della provincia di Avellino durante il Decennio Francese, che si fece raggiungere dalla moglie e dai figli, tra i quali appunto il piccolo Victor.

Una permanenza di pochi mesi quella del futuro romanziere e che, comunque, al di là dell’aneddotica, poco ha inciso sulla vita sociale e culturale della città.

Della casa avellinese in cui trascorse alcuni momenti della sua infanzia, Victor Hugo mantenne un ricordo nostalgico: “C’etait un palais de marbre …” dirà riferendosi al suo periodo italiano, ricordando gli anni della sua infanzia, quelli spensierati dell’innocenza.

Da Palazzo De Concillis a Palazzo Victor Hugo

A quel palazzo, che i più anziani non a caso ricordano come Palazzo De Conciliis,  in realtà è legata la storia di una delle famiglie più influenti di Avellino, una storia a tratti struggente, con protagonista una nobildonna, Michela de Conciliis, che fu protagonista, nella seconda metà dell’Ottocento, della vita cittadina, in particolar modo nel campo della solidarietà e della cura dei più deboli.

Un’attenzione agli ultimi talmente forte che fa a dire ad Andrea Massaro, direttore onorario dell’Archivio Storico, che in fondo il nome Palazzo Victor Hugo, per indicare la struttura alle spalle del Duomo di Avellino, è quanto meno improprio.

Con Massaro abbiamo ricostruito la storia di quell’edificio.

“Alle spalle del Duomo di Avellino, in uno dei siti più antichi della città, la famiglia de Conciliis, sin dalla fine del Seicento aveva acquistato o costruito molti palazzi, tra i quali quello della Camera di Commercio, quello del vecchio ospedale e quello che oggi è chiamato appunto Palazzo Victor Hugo”.

Il palazzo fu costruito alla fine del XVII secolo da Luigi Maria de Conciliis, architetto e ricco proprietario del posto.

Dopo vari passaggi l’edificio pervenne agli inizi dell’Ottocento in eredità a don Felice de Conciliis, che aveva sposato Francesca Roca.

La storia di Michela de Conciliis

Nel 1833 la coppia ebbe una figlia, Michela, che per tutta la sua si batté per il sostegno agli ultimi e che legò il suo nome alle sorti del palazzo e del vicino ospedale.

“Donna bella, ricca e virtuosa, – racconta Andrea Massaro – all’età di 22 anni Michela sposò Francesco Antonio Rossi, brillante e ricco possidente di Lettere in provincia di Napoli.

Il matrimonio durò pochi anni. Rimasta vedova in giovane età, donna Michela sposò nel 1864, all’età di 31 anni, in seconde nozze il medico avellinese Enrico Amabile, molto più giovane di lei. Nuovamente vedova e senza figli, pensò bene di dedicarsi alla beneficenza.

Sofferente a causa di una grave malattia, con testamento olografo dispose che le sue proprietà, compreso il palazzo di Largo Ospedale, fossero assegnate all’Ospedale e che le rendite ricavate fossero destinate alle cure dei poveri”.

Michela de Conciliis morì il 28 ottobre 1903, all’età di 70 anni, e il testamento fu impugnato dagli eredi, con il Tribunale che, però, confermò la proprietà all’Ospedale.

“In un primo momento – continua il direttore onorario dell’Archivio Storico di Avellino – l’impressione fu che a spingere a donare le sostanze ai poveri fosse la suggestione dell’imminente fine, invece ho avuto la sorpresa di scovare un altro testamento, vergato nel 1865 (all’età di 32 anni) quando la nobildonna era nel fulgore della sua bellezza e in giovane età. In tale epoca la donna aveva predisposto analogo testamento a quello del 1902”.

In seguito nel palazzo trovarono asilo donne sole, ragazze madri, orfani e bimbi abbandonati, diventando così la Casa della Maternità.

Oggi, una lapide all’interno dell’edificio, ricorda il gesto di Michela de Conciliis, che sin dalla giovane età aveva destinato il suo Palazzo al sostegno dei poveri ricoverati nel vicino Ospedale.

La storia di Luigi Tangredi, vigile urbano umile ed onesto.

“Essere fermi e decisi nel comportamento, avere un contegno rispettoso e gentile nei confronti dei cittadini, essere seri ed onesti con se stessi e gli altri, mai mostrare insicurezza, perplessità o debolezza per non diventare succubi delle circostanze, usare con tutti lo stesso metro di valutazione”.

Così scriveva, sul finire del 2012, il maresciallo Luigi Tangredi, storica figura di vigile urbano integerrimo di Avellino del quale, pochi giorni fa, è ricorso il secondo anniversario della scomparsa.

La storia di Luigi Tangredi è quella di un uomo umile ed onesto, che ha amato il suo lavoro e la sua città, svolgendo l’uno in funzione dell’altra.

Il suo volume “La vera storia di un vigile urbano” rappresenta un po’ il testamento di colui che è stato tanto amato quanto temuto, tanto rispettato quanto osteggiato.

Una di quelle figure che si definiscono scomode per aver interpretato il suo impiego quasi come una missione, senza mai divergere dalla strada maestra del rispetto delle norme e dell’umanità.

A partire dagli anni ’80, quella del maresciallo Tangredi divenne una figura quasi mitologica ad Avellino, terrore di automobilisti indisciplinati, di ragazzini particolarmente vivaci ed anche di qualche collega che non vedeva di buon occhio la sua incapacità a chiuderne, talvolta, almeno uno.

E, così, fa un certo effetto rileggere oggi della relazione presentata in Procura in cui denunciava la distruzione di contravvenzioni che pur essendo state regolarmente elevate, non completavano mai il loro iter e delle conseguenze che tale sua azione comportò sulla sua vita lavorativa.

O di quando, nel 1996, finì al centro di un caso che lo espose mediaticamente a livello nazionale per lo scontro con l’allora consigliere comunale Ennio Tolino che promosse, addirittura, una raccolta di firme in città per la rimozione del maresciallo Tangredi reo di essere troppo inflessibile nell’esercizio delle sue funzioni!

Appassionato di calcio, tifosissimo dell’Avellino, era stato tra i promotori, all’inizio della sua carriera, dell’allestimento della squadra di calcio del corpo di Polizia Municipale di Avellino che partecipava ogni anno, anche con buoni risultati, a quello che un tempo di chiamava Torneo degli Uffici.

La storia del maresciallo Tangredi è quella di un lavoratore le cui gesta diventano straordinarie nella loro più elementare ordinarietà.

Ma è anche la storia di un uomo che, nonostante la divisa, non ha mai vestito i panni del caporale, impregnando la sua professione di profonda umanità.

Lo ricorderà bene quel padre di famiglia al quale, alla vigilia di una Epifania, contestò una violazione al codice che prevedeva una sanzione da 50.000 lire, esattamente i soldi che l’uomo, disoccupato, aveva in tasca per comprare i regali per la Befana ai figli.

Alla richiesta di aiuto, Tangredi lo invitò prima a pagare la multa e a tornare da lui solo dopo aver ottemperato ai suoi obblighi.

Quando l’uomo gli mostrò la ricevuta di avvenuto pagamento, il maresciallo estrasse dalla sua tasca una banconota da 50.000 lire e, porgendogliela, lo invitò ad accettarla per poter regalare un sorriso ai propri figli.

Avellinesi nel mondo, ecco chi sono gli irpini più famosi.

C’è chi ha vinto una Champions League e chi possiede una squadra di calcio, chi ha partecipato all’ultima edizione del Festival di Sanremo e chi, all’Ariston, qualche anno fa ha addirittura ottenuto il successo.

E, a scorrere l’elenco, si scopre che sono in buona compagnia, di musicisti, magistrati, generali e addirittura di un aspirante primo ministro!

Cosa hanno in comune le persone citate? Una riga sulla carta d’identità: nato a Avellino.

Forse non tutti sanno che nel mondo dell’imprenditoria, dello sport, della cultura, della musica, del cinema e della politica ci sono tanti esponenti di primo piano che condividono il luogo di nascita, pur non potendosi considerare avellinesi al 100%, perchè magari nel capoluogo irpino hanno solo visto la luce o ci hanno vissuto pochi mesi.

Gli Avellinesi più famosi nel mondo

Luigi di Maio

E’ il caso, ad esempio, di uno dei personaggi politici più in vista negli ultimi anni, l’esponente del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, cresciuto e vissuto a Pomigliano d’Arco ma nato, appunto ad Avellino.

Valentina Tirozzi

Come Valentina Tirozzi, capitano della Nazionale femminile di Volley e schiacciatrice del Volley Casalmaggiore, compagine con cui ha vinto uno scudetto ed una Champions League, che pur non avendo di fatto mai vissuto ad Avellino, alla città è legata a filo doppio per i suoi natali.

Clementino

Nato ad Avellino il 21 dicembre 1982 figura anche sulla carta d’identità di Clemente Maccaro, in arte Clementino, il rapper napoletano protagonista all’ultima edizione del Festival di Sanremo con il brano Ragazzi fuori.

Roberto Casalino

Chi ad Avellino ci è nato e vissuto solo un anno è Roberto Casalino, cantautore e compositore, che dopo aver vissuto in Germania è tornato in Italia per stabilirsi a Latina.

Ha legato il suo nome a numerosi successi della musica leggera italiana, per i quali ha scritto tantissimi successi discografici, da Tiziano Ferro a Syria, da Giusy Ferrero a Emma, da Alessandra Amoroso a Francesco Renga, Fedez, Antonello Venditti e Marco Mengoni, per il quale ha scritto nel 2013 il testo di L’essenziale, che trionfò al Festival di Sanremo.

Enrico Preziosi

Nato (e vissuto fino all’adolescenza) ad Avellino è il presidente del Genoa calcio, nonché fondatore di uno degli imperi industriali legati al mondo dei giocattoli, Enrico Preziosi.

Ettore Scola

Ad Avellino è nato anche uno dei più grandi scenografi italiani, Franco Velchi, che ha firmato tante pellicole di successo, da Il medico della mutua con Alberto Sordi a Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola (altro figlio illustre dell’Irpinia, nativo di Trevico), dalla serie televisiva Marco Polo a quasi tutti i film di Carlo Verdone con cui ha lavorato fino al 2000, sette anni prima della sua scomparsa.

Carlo Palermo

Natali avellinesi anche per l’ex magistrato Carlo Palermo, che negli anni ’80 ebbe un duro scontro con l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Craxi a causa di una indagine in cui compariva proprio il nome del leader socialista, che solo molti anni dopo fu investito dal ciclone Tangentopoli.

Bruno Loi

Anche il generale Bruno Loi, che fu al comando in Somalia del contingente militare italiano nell’operazione Ibis di UNOSOM II nel 1993, ha emesso il suo primo vagito ad Avellino.

Da comandante del contingente dovette fronteggiare la cosiddetta battaglia del pastificio a Mogadiscio, tra le truppe italiane ed i ribelli somali, che costò la vita a tre militari italiani.

Avellino calcio anni 80: quando la domenica sera ci si fermava davanti alla tv.

Domenica, ore 18.15: appuntamento con il calcio.

A partire dal 1970 e almeno fino a quando le tv commerciali e satellitari non hanno completamente fagocitato la principale passione sportiva degli italiani, il volto di Paolo Valenti e del suo 90° Minuto hanno rappresentato molto più di una trasmissione televisiva.

Un fenomeno di costume che, grazie anche ad una collaudata squadra di inviati dai vari campi, ha scritto una delle più fortunate pagine di televisione, in grado di raccontare con realismo (e competenza) uno spaccato del Belpaese, al di là del mero momento sportivo.

Quasi impensabile, nell’era del digitale, che per vedere in tv i gol della propria squadra del cuore un tempo, nemmeno così lontano, occorresse attendere le 18.15!

A rivederli oggi, le immagini, le voci ed i volti del 90° Minuto targato Paolo Valenti (e Maurizio Barendson) suscitano nostalgia.

In particolare nei tifosi dell’Avellino, almeno di quelli che hanno memoria delle edizioni degli anni ’80, quando la squadra biancoverde faceva parlare di sé l’intero Stivale.

L’attesa lasciava spazio alla religiosità quando partiva il più popolare dei jingle della domenica pomeriggio, tratto dal brano Pancho del compositore olandese Jan Stoeckart.

Luci spente, bambini in silenzio e tutti sintonizzati davanti a quella che, nella maggior parte dei casi, era l’unica tv presente in casa per vedere, finalmente, dopo averle immaginate attraverso la voce dei radiocronisti di Tutto il calcio minuto per minuto, le sintesi in video delle gare di serie A.

Da Luigi Necco a Salvatore Biazzo a Gianni Porcelli

Volti che, nel corso degli anni, erano diventati familiari più che popolari: da Tonino Carino da Ascoli con le sue giacche improbabili ed il suo stupore nel raccontare le gesta degli uomini in campo a Giorgio Bubba da Genova diviso a settimane alterne tra raccontare le prove di rossoblu e blucerchiati, da Marcello Giannini da Firenze che sembrava uscito dalla combriccola degli Amici Miei di Tognazzi a Ferruccio Gard da Verona con le sue freddure tranchant, da Gianni Vasino da Milano al suo alter ego partenopeo Luigi Necco.

Proprio quest’ultimo, dal campionato 1978/79 divenne la voce anche delle gare interne dell’Avellino.

I collegamenti con lo studio di Paolo Valenti avvenivano inizialmente dalla sala stampa della Tribuna Montevergine del “Partenio”, con il giornalista puntualmente accerchiato da ragazzini (e non solo) festanti o delusi, a seconda del risultato.

Un raccontare il calcio tra la gente, quello che rese celebre Necco, che non nasceva dal caso ma era un modo per evidenziare la genuinità di un popolo, quello avellinese, che attraverso il calcio cercava di farsi largo, di uscire da un anonimato di provincia che gli stava stretto.

Ovviamente, in un simile contesto, l’imprevisto in diretta era dietro l’angolo.

Indimenticabile la bestemmia che, in occasione del primo derby Avellino-Napoli, risuonò dalla Montevergine nelle case degli italiani, con il buon Necco abile a celare la rabbia e l’imbarazzo.

Così come memorabili son rimaste le scene di giubilo, ad ogni salvezza acquisita, dei tifosi irpini a sommergere letteralmente, impedendogli quasi di parlare, il loro telecronista portafortuna.

Se quello di Necco è stato il volto storico dal “Partenio” di 90° Minuto, anche altri giornalisti hanno negli anni raccontato, con pari professionalità e personalità, l’avventura degli irpini, sia in massima serie che in cadetteria, da Salvatore Biazzo a Gianni Porcelli, da Mauro De Nitto a Maurizio Romano.

Pasquale Gengaro, una vita per la pallavolo avellinese.

A 73 anni, trascorre ancora cinque ore al giorno in palestra a indicare movimenti, posizioni e gesti atletici ai suoi piccoli allievi.

Una routine che va avanti da oltre cinquanta anni, gli ultimi 46 dei quali in una palestra, quella di via Benedetto Croce ad Avellino, che è diventata la casa per eccellenza dei pallavolisti in città.

Lui, Pasquale Gengaro, è una di quelle persone che non sembra patire il trascorrere del tempo.

Un uomo di sport a tutto tondo e d’altri tempi che, proprio come altri protagonisti della sua generazione, da Tonino Maffei a Franco Capolupo, ha sempre vissuto il rapporto con le discipline sportive come una missione.

Gengaro, quando inizia il suo amore per lo sport?

“Ho iniziato la mia carriera agli inizi degli anni ’60. Non con la pallavolo ma con il basket. Come tanti ragazzi di quegli anni, mi avvicinai alla Scandone. La pallavolo è venuta subito dopo. Prima come giocatore poi, subito dopo aver frequentato l’Isef a Roma, una scuola che formava nel vero senso della parola, iniziai la carriera di allenatore, guidando la squadra dei Vigili del Fuoco di Avellino, con la quale raggiungemmo la serie B e ci giocammo gli spareggi per la promozione in serie A”.

Serie A che comunque ha vissuto qualche anno più tardi.

“Quando il Ministero eliminò il settore sportivo, Pippo Zagari ci aiutò a non disperdere quell’esperienza. Nacque lo Zagari Sporting, cui fece seguito l’Hirpus di Silvio Spica. Fu a metà degli anni ’80, con l’Irpinia Motori di Franco Rega che raggiungemmo la serie A”.

Da docente di educazione fisica, la formazione è sempre stata per lei un pallino. L’Olimpica, la sua creatura, è un po’ il vivaio per eccellenza della pallavolo, non solo ad Avellino ma in Campania.

“Attualmente l’Olimpica è la più longeva società di pallavolo di Avellino. Esiste dal 1972 e da allora ha formato tantissimi atleti, molti dei quali hanno anche giocato in serie A, da Amedeo Ianuale a Mario Petruzzo, giusto per citarne alcuni. Ancora oggi l’Olimpica è considerata una delle migliori scuole di pallavolo della Campania. Quest’anno abbiamo fornito numerosi ragazzini al settore giovanile dell’Aversa, in A2”.

A proposito di ragazzini, i suoi giovani dell’Olimpica hanno appena raggiunto un importante traguardo, riportando una sqaudra cittadina in serie C.

“E’ stata una stagione esaltante. Diciassette vittorie su 18 gare disputate, un ruolino di marcia invidiabile. Un risultato importante per la città di Avellino, che ritrova la serie C grazie a dei giovanissimi atleti”.

Gengaro, dalla sua esperienza, come è cambiata negli anni la pallavolo?

“C’è un abisso tra la pallavolo che si gioca oggi e quella di trenta anni fa. Oggi c’è maggiore fisicità e la tecnica passa quasi in secondo piano. Prima, invece, era fondamentale. D’altronde il gioco non veniva spezzettato come accade oggi per cui il tasso di difficoltà era molto più alto”.

Lei, intanto, continua a dedicarsi molto alla tecnica, ai fondamentali, alle basi. Proprio come faceva quando insegnava all’Itis e al Geometra di Avellino.

“Non mi parli della scuola odierna! Forse risulterò impopolare per qualcuno, ma nelle scuole oggi non si fa più sport. Sono assenti e non rappresentano più un vivaio per le società sportive. Le scuole, fatta salva qualche rara eccezione come il liceo sportivo dove c’è il mio allievo Ianuale, non avvicina più allo sport”.

In passato invece cosa accadeva?

“Un tempo, in tutte le scuole di Avellino c’erano dei veri e propri gruppi sportivi, che ottenevano risultati eccellenti a livello nazionale. Penso a ciò che faceva, ad esempio, il professore Adamo alla “Cocchia”, il professore Pizza all’Itis o il compianto Gino Galasso al liceo scientifico “Mancini”.

  • Nella foto Copertina di Mauro Zollo / pagina Facebook ASD Nuova G.S. Olimpica Avellino – Pasquale Gengaro con i ragazzi della ASD Nuova GS Olimpica Avellino

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Ad Avellino, si scrive Sport… si legge Tonino Maffei.

C’era un tempo in cui lo sport era il pretesto per cementare le amicizie. Era sufficiente uno spazio aperto ed il più era fatto.

Le divise con i nomi dei campioni non esistevano e per divertirsi e stare insieme era sufficiente (ma non necessario) un pallone.

Via De Concilii, nell’Avellino degli anni ’50, era una sorta di cantera ante litteram.

Qui si sono formati decine e decine di atleti, che hanno scritto pagine tra le più importanti dello sport avellinese.

Da Pippo Cindolo, maratoneta olimpico della nazionale italiana, a Giovanni Console, bomber che esordì in serie A con la maglia del Vicenza e visse una lunga carriera in serie B, fino a Pinuccio Ferrara, Emilio Sandulli, Franco Forino, Enzo Parisi, Gigetto Valentino e Tonino Maffei, che costituirono l’ossatura di quella Scandone antenata dell’odierna squadra che fa sognare i tifosi.

Tonino Maffei e la “cantera” di via De Concilii.

A raccontarli, quegli anni, è Tonino Maffei, una vita dedicata allo sport, all’impegno sociale, alla promozione della sua terra, dalla quale non si è mai allontanato.

I raduni pomeridiani, le corse in strada, le maratone di calcio e basket approfittando dei campetti scolastici del Colletta, del Mancini e dell’Amabile, lì a due passi.

“Bastava scavalcare muri e cancelli ed il più era fatto” racconta Maffei, volto storico del basket avellinese nonché docente che ha avviato intere generazioni di giovani allo sport.

“Eravamo una vera e propria polisportiva – ricorda -: in strada si praticavano tutti gli sport. Ma, in fondo, il vero motivo che ci spingeva a stare insieme era l’amicizia, quella vera, che grazie allo sport, alle sfide, alle partite, cresceva giorno dopo giorno”.

Ad accorgersi di quel gruppo di ragazzi che si divertiva e mostrava doti fisiche eccellenti fu un certo Ciro Melillo, all’epoca responsabile del Centro Sportivo Italiano, un ente di promozione.

“Ci reclutò in blocco e diede vita alla prima formazione di basket cittadina che, successivamente, si fuse con la Scandone, che era stata fondata qualche anno prima dal professore Grimaldi”.

Gli esordi con la maglia della Scandone.

Maffei, Ferrara, Forino, Parisi, Valentino, Sandulli furono i protagonisti della prima scalata in serie C della Scandone.

“Giocavamo nella palestra del liceo classico, i tabelloni erano di legno ed il pubblico poteva assistere alle gare solo da dietro i canestri”.

La prima innovazione la portò Sandro Abate, che ideò una struttura in tubi innocenti che potesse ospitare il pubblico che, intanto, cresceva numeroso.

“Eravamo amici, prima che compagni di squadra. Questo era il segreto dei nostri successi. Dove non arrivavamo con la tecnica o il fisico compensavamo con l’intesa, quella che avevamo costruito per strada, a via de Concilii”.

Chi, invece, rivoluzionò il gioco di quella Scandone fu l’indimenticato coach Rino Persico.

“Con lui praticavamo un gioco che nessun altro adottava: la zone press, il pressing a tutto campo, tutte cose che oggi non si vedono più, in un basket che è tutto incentrato sul pick and roll!”.

A 18 anni, Maffei, insieme ai suoi compagni di squadra, frequentò il primo corso per diventare allenatore di basket.

“Ce lo impose Melillo – racconta – perchè voleva che ognuno di noi comprendesse cosa significasse gestire un gruppo. E ci affidò i bambini del minibasket. In effetti aveva anche un altro scopo: riempire la palestra alla domenica quando c’erano le partite. Infatti, quando noi giocavamo, i bambini pretendevano di venire a vedere i loro allenatori, i genitori erano costretti ad accompagnarli e la palestra era sempre piena!”

Per anni Maffei continuò a calcare i parquet di mezza Italia. Poi vennero gli anni dell’Isef (“allora era difficile accedervi, non più di 60 iscritti all’anno”) e dell’insegnamento.

Gli anni dell’insegnamento, da Mercogliano ad Avellino.

“La mia prima cattedra come docente di educazione fisica fu a Mercogliano. Avevo 21 anni e ricordo le enormi differenze sociali che esistevano a quei tempi. Ebbi come alunno Cosimo Sibilia, che posso dire di aver avviato allo sport e soprattutto a capire cosa significhi l’impegno e il sacrificio in questo campo”.

Dopo sette anni, arriva il trasferimento al Liceo Classico “Colletta”.

“Una scuola in cui l’educazione fisica aveva un ruolo marginale. C’era il preside Aurelio Benevento che, però, era un grande sportivo, un amante del tennis. Mi bastò poco a convincerlo a realizzare un campo di tennis al posto del parcheggio.

E da lì venne poi il campo di calcetto, il tavolo di ping pong. Insomma, il Colletta assunse l’aspetto di un campus americano. Anche i docenti si sfidavano tra loro. Nell’ora di educazione fisica gli studenti potevano praticare numerose discipline e si cominciarono a vedere i risultati anche ai campionati studenteschi”.

Maffei, intanto, appese le scarpette al chiodo, cominciò la carriera da allenatore.

La Carisparmio, la squadra di basket femminile, in serie A (“Mi chiamavano quando non avevano soldi per ingaggiare qualche allenatore di fuori, ma io ero contento”), poi la Vito Lepore, considerato il settore giovanile della Scandone.

Nel 1985, arriva la svolta nella sua vita.

A 42 anni, ed in un’epoca tutt’altro che facile, Tonino Maffei abbandona il mondo della scuola, il “posto fisso”.

“Fui trasferito al Geometra. La palestra era inagibile e avrei dovuto trascorrere le mie ore a leggere il giornale in classe e a tenere a bada i ragazzi. Non ce la feci. Meglio rinunciare e dedicarmi alle mie passioni”.

Gli anni del commercio: ad Avellino arriva “Sport’s”

Gli diedero dell’incosciente, ma Maffei seguì il suo istinto. E subentrò come socio in un negozio di articoli sportivi situato al corso Vittorio Emanuele, Sport’s, fondato da Claudio De Feo, Roberto Pescatori e Geppino Gallo.

In pochi anni, divenne il punto di riferimento per tutti gli sportivi avellinesi.

Anche perchè Sport’s aveva una caratteristica: era uno dei pochi negozi in cui si trovavano abbigliamento ed attrezzature da neve.

I Pullman per il Laceno

“La domenica mettevamo a disposizione gratuitamente degli autobus per andare a sciare a LacenoI bus erano sempre pieni, la montagna accoglieva i nostri gruppi che si divertivano ed apprezzavano. Le comitive diventavano sempre più numerose. E venivano a rifornirsi delle attrezzature da Sport’s…”.

E, qui, nasce la seconda vita sportiva di Tonino Maffei, quello che lo porta nel 1994 a far nascere la prima sezione avellinese del Club Alpino Italiano e, successivamente, della Federazione Italiana Escursionismo.

Negli ultimi 25 anni, l’ex ragazzo di via De Concilii ha percorso migliaia di chilometri attraverso i monti dell’Irpinia, tracciando sentieri, aggiornando la cartografia e contribuendo a scrivere il nome della provincia di Avellino lungo il Sentiero Europeo E1, quello che da Capo Nord arriva a Capo Passero in Sicilia.

A 73 anni, Tonino Maffei possiede ancora lo spirito, la forza e la curiosità di quel ragazzino che saltava cancelli in via de Concilii.

Con 60 anni di esperienza in più.