C’è un certo tipo di cinema che attraversa il tempo come una vecchia auto che continua a marciare nonostante chilometri, graffi e anni sulle spalle. Basta accendere Prime Video e lasciarsi avvolgere da quel profumo di magnolia, dagli interni di una Studebaker che cigola appena, dagli sguardi che sanno cambiare il destino delle persone più di mille discorsi.

Questa commedia drammatica ci porta nel cuore dell’America del dopoguerra, quando l’età che avanza sembrava un ostacolo e i pregiudizi erano muri solidi. Eppure, proprio lì, tra ironia e malinconia, nasce un legame inatteso che ha segnato la storia del cinema mondiale.

Ci vogliono meno di cento minuti per capire perché, a trentasei anni dall’uscita, questa pellicola premiata con l’Oscar parli ancora al cuore. È un cinema che non urla, ma scivola dentro con la delicatezza del sole che filtra dal finestrino di un’auto in corsa.

“A spasso con Daisy”, tratto dal romanzo di Alfred Uhry premiato con il Pulitzer, racconta l’improbabile amicizia tra la vedova ebrea Daisy Werthan e il suo autista afroamericano Hoke Coleburn, nell’Atlanta del 1948. Curiosità che vale la visione: Morgan Freeman aveva già interpretato Hoke a teatro e sul set guidò davvero lo stesso modello di automobile utilizzato negli spettacoli teatrali.

Alla sua uscita, sul finire degli anni ’80, il New York Times lo descrisse come «quasi sublime per l’eleganza delle interpretazioni», evidenziando la naturale sintonia tra i protagonisti. The Guardian parlò invece di «racconto tenero e disarmante, capace di eludere ogni sentimentalismo». Giudizi coerenti con il respiro universale del film.

La regia è di Bruce Beresford, mentre la produzione porta le firme di Richard D. Zanuck e Lili Fini Zanuck per Warner Bros. In scena brillano Jessica Tandy, il già citato Morgan Freeman e Dan Aykroyd, volti che hanno scritto capitoli fondamentali del cinema americano.

Agli Academy Awards 1990, il film conquistò quattro statuette: Miglior Film, Miglior Attrice, Miglior Sceneggiatura non originale e Miglior Trucco, a fronte di nove nomination. Un trionfo che ebbe anche notevoli ripercussioni al botteghino: con un budget di 7,5 milioni di dollari ne incassò globalmente quasi 146.

Oggi, approdato su Prime Video, il film continua a riscuotere grande apprezzamento: il 90% di gradimento su Google, un 7,3 su IMDb e un 81% su Rotten Tomatoes confermano la solidità di un classico che attraversa le generazioni senza perdere intensità.

Ma perché rivederlo oggi? Per la forza silenziosa della coppia Freeman-Tandy, che trasforma un semplice scambio di ruoli sociali in un dialogo sull’umanità. Per quella fetta di torta tesa con mani tremanti, per i guanti infilati con un gesto che è già fiducia, per la fotografia calda di Peter James, capace di restituire l’atmosfera del Sud americano tra gli anni ’50 e ’70. E perché certi film – quelli capaci di parlare senza pontificare – meritano sempre una seconda chance.

Alla fine, la sensazione è di aver compiuto un viaggio interiore più che geografico. Le strade percorse da Daisy e Hoke non raccontano solo l’America segregazionista, ma ogni distanza che ancora oggi ci separa dall’altro. E quando Daisy, con voce incrinata, porge quella fetta di torta, comprendi che l’empatia non fa rumore, ma cambia tutto.

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