Hai mai riso con le lacrime agli occhi? Non quella risata leggera, ma quella che arriva dopo una frase tagliente, un momento di verità, uno scambio tanto amaro quanto necessario. Su Netflix c’è una serie capace di regalarti proprio questo: una commedia drammatica che non si limita a raccontare il dolore, ma lo guarda dritto in faccia, ci scherza sopra, lo scompone e poi lo ricompone in qualcosa che assomiglia alla vita vera.

Quando perdere qualcuno significa perdere se stessi, l’unico modo per andare avanti è imparare a convivere con il vuoto. Questa serie su Netflix racconta tutto questo, e lo fa con sarcasmo, umanità e verità.

Ci sono produzioni per la tv che fanno ridere. Altre che fanno riflettere. Poi c’è “After Life”, che riesce a fare entrambe le cose, ma in un modo tutto suo: crudo, diretto, profondamente umano.

Ideata, diretta, prodotta e interpretata da Ricky Gervais, questa serie britannica (18 episodi di circa 30 minuti l’uno) approdata sulla piattaforma di streaming nel 2019 si presenta come una commedia esistenziale che affronta, senza filtri né edulcorazioni, il tema della perdita, del lutto e della depressione.

Tony, il protagonista, è un giornalista di provincia che, dopo la morte della moglie Lisa per un cancro, decide di non prendersi più cura di nulla e di nessuno. Il suo cinismo diventa una corazza, la sincerità brutale un’arma contro un mondo che gli appare assurdo, vuoto, spesso idiota.

Ma sotto quella superficie di sarcasmo e rabbia si nasconde una sofferenza profonda, che si manifesta nelle piccole cose: un cane che lo tiene in vita, una collega gentile, un padre malato da accudire, una panchina al cimitero dove sfogare tutto ciò che non riesce a dire. Ecco la trama in poche righe, ma con uno sviluppo poi tutto da scoprire.

Il merito di “After Life” è di non cercare facili consolazioni. Gervais costruisce un racconto che alterna momenti di umorismo tagliente a riflessioni intime sulla fragilità emotiva. Non c’è morale, non c’è redenzione preconfezionata, ma piuttosto un lento, doloroso processo di accettazione.

Tony non “guarisce” davvero, ma impara a convivere con il dolore. E questo lo rende profondamente autentico. La scrittura della narrazione è essenziale, asciutta, mai retorica, con uno stile tenero, ruvido ma empatico, che fa in modo da rendere anche i personaggi secondari memorabili.

Dalla postina impicciona al collega depresso, dalla sex worker che diventa confidente al farmacista gentile: tutti incarnano un’umanità imperfetta, stramba, spesso solitaria, ma capace di piccoli gesti significativi.

Visivamente, la serie mantiene un tono sobrio, quasi teatrale. Nessuna estetica sofisticata o montaggi virtuosistici: tutto è al servizio della narrazione e delle emozioni. E anche questo minimalismo stilistico contribuisce a dare spessore e verità al racconto.

In un panorama televisivo spesso dominato da format ad alta tensione, questa produzione originale Netflix si distingue come un’opera intima, personale, profondamente onesta. È una storia che parla del dolore in modo diretto, senza renderlo spettacolo, ma riconoscendone il peso nella vita di tutti.

È anche una riflessione su ciò che resta quando tutto sembra perduto: la possibilità, piccola ma concreta, di trovare un senso nell’incontro con l’altro. Un viaggio toccante, che lascia qualcosa anche quando l’ultima puntata si spegne.

Molto alta la valutazione degli utenti Google pari a un 94% di gradimento. Sul sito aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes, invece, è di 72%, infine su IMDb il punteggio è 8,4 su 10.

Ti lasciamo di seguito il trailer ufficiale sul canale Netflix di Youtube per poter iniziare ad assaporare un po’ dell’atmosfera di questa serie. E immergerti empaticamente in una storia tanto diretta quanto reale.

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