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Cucina e Gastronomia

I peggiori Ristoranti Avellinesi, 12 motivi per dire: Cucina da Incubo.

Tra il serio ed il faceto, ecco gli  errori, situazioni e circostanze più odiose nelle quali ci si imbatte quotidianamente nei ristoranti, nei pub e nelle pizzerie della provincia di Avellino.

Una cena galante, un pranzo di lavoro, una “reunion” enogastronomica tra amici, un’allegra serata in famiglia, può trasformarsi in un incubo che si ripercuote sulla digestione e sui rapporti.

Talvolta è colpa della location scelta, o magari incontrata lungo il tragitto.

I dodici madornali errori concettuali e concreti più frequenti nei locali di Avellino e non solo, che rischiano di rovinare tutto sono arcinoti.

Nessuno può dirsi così fortunato da non essere mai incappato in una classica serata da dimenticare o in una più televisiva quanto poco auspicabile“cucina da incubo” che fa sbottare anche al più tollerante degli avventori “Mai più qui dentro”.

Il rischio per i ristoranti è grandissimo, perché, in questi casi, il “passaparola” ha un effetto negativo dirompente esponenziale, rispetto ad una qualsivoglia campagna pubblicitaria.

Ecco la dozzina di errori, situazioni e circostanze più odiose nelle quali ci si imbatte nei locali della provincia di Avellino.

Buona la prima: 

Si sa, chi ben comincia è a metà dell’opera. Se non siete pronti all’inaugurazione posticipatela.

Quando alla “prima” serata, magari pubblicizzata con tanto di evento e affissione 6X3, camerieri, responsabili di sala, lavapiatti, aiuto cuoco e chef stellati vanno in tilt, tanto che per avere una bottiglia di acqua minerale al tavolo bisogna mettersi in auto ed arrivare alle sorgenti di Monticchio, per non morire di sete, avete già buttato al vento più del 50% dell’ investimento.

Anche se dal giorno dopo sarete in grado di soddisfare i palati più sopraffini, la frittata è fatta, occorrono almeno sei mesi per cancellare la memoria dell’incidente di partenza.

Ogni lavoro va pagato: 

I camerieri sono il front-office di un ristorante. Se sbuffano, non ascoltano e si approcciano male finiranno quasi sicuramente per litigare col cliente.

Talvolta, è vero, gli avventori sono insopportabili, ma quello del cameriere è un mestiere sporco che qualcuno deve pur fare, e fare bene, Per farlo bene occorre pagarli bene.

Spesso un servizio impeccabile, copre anche “strafalcioni” fatti in cucina.

Il cameriere ideale dovrebbe essere “il primo cliente” del locale dove lavora. Spesso finisce per essere il primo artefice del fallimento.

Cosa farò da grande: 

Un pub, ma anche un ristorante, una birreria ma anche un’enoteca, una caffetteria ma anche braceria, pizzeria e specialità di pesce e cucina messicana e indiana.

Uno dei più odiosi errori è presentarsi alla clientela senza essere né carne né pesce.

Il forno e la brace hanno temperature diverse per ogni tipo di alimento. Una bistecca che sa di pesce, o è pesce spada/salmone (citazione Sibiliana) o è qualcosa di immangiabile.

Chi non si specializza finirà per fare male tutto e disorientare il cliente. Di ibridi ne abbiamo la pancia piena.

Tornare a casa travestiti da crocchè: 

Tenere puliti ed efficienti i sistemi di aerazione e tiraggio in cucina è costoso, ma gettare al vento una messa in piega da 20 euro perché si ritorna a casa con i capelli al profumo di olio Castrol è una garanzia di non ritorno.

Anche la tintoria ringrazierà, ma non rivedrete mai più il cliente. Siamo avventori, non involucri in cerca di essenza di crocchè.

Questo cosa sarebbe?

La rivisitazione spinta è l’alibi di chi non sa cosa fare. O siete Cracco, Canavacciulo, Ramsey, oppure lasciate perdere la fantasia estrema.

Ci sono piatti, pietanze, alimenti che meno ci mettete mano meglio è. Qualche esempio? Il baccalà. Le ricette tradizionali sono più di venti. Se in mille anni di storia nulla o quasi è cambiato, chi siete voi per potergli cambiare i connotati!

La tradizione che nasconde la monotonia: 

è l’altra faccia della medaglia dell’eccessiva rivisitazione. Un menù uguale da anni non è sintomo di consolidamento ma di limitata capacità ai fornelli.

Anche la tradizione si rinnova. Se a luglio come a gennaio proponete la minestra maritata o viceversa una succulenta caprese fredda, c’è qualcosa che non va.

Tutto buono ma il conto è “salato”: 

Se avete la capacità di soddisfare il cliente, perché fargli venire il reflusso gastroesofageo al momento del conto ?

Prezzi chiari sul menù, anche per le portate di giornata. Se al tavolo proponete un “fuori carta” dovete metterlo in conto alla media dei prezzi scritti.

Avere un menù turistico come specchietto per le allodole, per poi piazzare il gran gourmet al buio, è davvero odioso.

Siete ristoratori non mercanti in fiera, e noi siamo clienti non polli.

Dr. Jekyll e Mr. Hyde:

A pranzo primo, secondo frutta e acqua a 7 euro, la sera, pizza e birra per due, totale 30 euro, Qualcosa non torna.

O di giorno cucina il fratello scemo dello chef e proponete il peggio del peggio oppure i clienti della sera pagheranno anche quello mangiato dagli avventori della mattina.

Se l’equilibrio contabile non è il vostro forte, forse sarebbe il caso di pensare a qualche altra attività.

Dal Polo Nord all’Equatore: 

Si mangia, si gusta e si digerisce bene intorno tra i 18 ed i 22 gradi.

A 10 gradi si rischia una congestione o comunque una sensazione poco gradevole di freddo, a 25 si inizia a sudare nel piatto.

Non risparmiate sul riscaldamento, gli ambienti devono essere accoglienti, la scusa della caldaia rotta è vecchia come il cucco magari potete farla franca la prima volta.

Idem per i condizionatori. Se si sta male nel vostro locale il giudizio sul cibo verrà inevitabilmente condizionato.

Il giusto sta in mezzo: 

Le portate di dimensioni da “Anche gli angeli mangiano fagioli” possono solo impressionare.

Torneranno indietro per più della metà, il che non è un merito, salvo essere avvezzi al riciclo per il prossimo cliente. Lo stesso succede con queste stravaganze di tendenza finger food e concept food.

Se ho fame voglio riempire lo stomaco, non guardare una pietanza disegnata nel piatto, che solitamente ha un nome tanto lungo quanto è la sua esiguità.

In città c’era una volta un ristorante che proponeva un dolce chiamandolo fiore di vaniglia con pistillo di pistacchio gambo di cioccolata e altri lussureggianti appellativi.

Non ho mai capito il dolce dove stava. Ad Avellino, al ristorante mangiamo antipasto, primo, secondo, contorno, dolce e ammazza caffè. Voi lo sapete. Anche noi. Perché prenderci in giro?

Il titolare saltimbanco:

Una battuta è gradita, chiedere di tanto in tanto se va tutto bene ci può stare. Se vi sedete al mio tavolo raccontando le imprese dei vostri trisavoli dalle crociate allo sbarco in Normandia, forse dovrebbe passarvi per la testa che state dando fastidio.

Quando dall’antipasto passiamo direttamente al caffè, quello è l’elemento che deve farvi capire che avete oltrepassato il limite!

Se vado a cena o a pranzo fuori, forse è anche perché non voglio farmi tediare dalle domande di mia moglie mentre mastico.

Guarda che sono un tuo compaesano: 

Il vino, per chi è di Avellino è provincia non è il monolito osservato con stupore dai primati di 2001 – Odissea nello Spazio. Ne conosciamo vita, morte e miracoli, soprattutto dopo il terzo bicchiere.

Se mi vendi una bottiglia di aglianico base normalmente venduta negli scaffali dei supermercati a 5/7 euro, oltre i 15 euro mi stai defraudando. Lo stesso vale per Greco, Fiano, Taurasi, Ne conosco la bontà, ma non lo hai inventato tu.

Sii intelligente, vendi il vino giusto al giusto prezzo e soprattutto, se hai deciso di averne un tipo veramente costoso che merita quel prezzo, non tenerne una sola bottiglia giusto per esposizione, dicendomi ogni volta “ti avviso, ne ho solo una” Nessuno ha più sete di noi, ma ci sono tanti altri che hanno più bottiglie di te !

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