A ogni cambio di stagione mi capita di pubblicare sui social un piccolo “avvertimento”: è arrivato il momento delle pulizie. Tra gli “amici” finiranno sotto osservazione quelli che non mettono mai un like, non commentano, non pubblicano nulla e sembrano essere lì soltanto perché, molti anni prima, qualcuno ha inviato una richiesta e qualcun altro, cioè Io, l’ha accettata.
Non sono certamente l’unico a farlo. Periodicamente compaiono post su Facebook ed Instagram molto simili: «Sto facendo pulizia tra i contatti», «Sto eliminando chi non interagisce mai», «se vuoi restare ancora tra i miei amici lascia almeno un like». Qualcuno lo annuncia scherzando, altri sembrano prendere la questione molto sul serio.
Dietro questa abitudine apparentemente banale c’è però qualcosa di interessante. Abbiamo imparato a fare decluttering negli armadi, nelle dispense, nei cassetti e nelle fotografie del telefono, ma molto meno spesso ci chiediamo quanto spazio occupino gruppi, chat, contatti e relazioni che continuiamo a portarci dietro anche quando hanno ormai poco a che fare con la nostra vita.
Potremmo chiamarlo decluttering sociale. Non significa cancellare persone come si buttano vecchi oggetti, ma chiedersi quali rapporti abbiano ancora un significato e quali continuiamo a mantenere soprattutto per abitudine.
Nei social conserviamo anche relazioni che nella vita reale sono finite da anni
Facebook, Instagram e le altre piattaforme hanno prodotto qualcosa che prima era molto più difficile: la possibilità di non perdere mai completamente qualcuno.
Il compagno di scuola che non vediamo da trent’anni, una persona conosciuta durante una vacanza, un collega di un lavoro lasciato da tempo, qualcuno frequentato per pochi mesi continuano a comparire nella nostra quotidianità attraverso fotografie, compleanni, vacanze e aggiornamenti.
Un ricerca ha persino individuato forme di amicizia definite dormant o commemorative: rapporti non più attivi che vengono mantenuti online per nostalgia, possibilità di riallacciare i contatti o semplicemente perché rappresentano una parte della nostra storia. Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato. Alcuni di quei legami possono essere piacevoli proprio perché rimangono sullo sfondo.
Il problema nasce quando la quantità delle connessioni finisce per confondersi con la qualità delle relazioni. Centinaia o migliaia di contatti possono dare l’impressione di una vita sociale enorme, mentre molti di quei rapporti non esistono più se non attraverso ciò che un algoritmo continua a mostrarci.
Le chat che non leggiamo più ma che non abbiamo il coraggio di lasciare
Poi ci sono i gruppi WhatsApp. Quello nato per organizzare una cena tre anni fa. La chat della palestra che non frequentiamo più. Il gruppo dei genitori quando i figli hanno ormai cambiato scuola. Quello degli amici nel quale da mesi partecipano realmente soltanto quattro persone, mentre gli altri leggono distrattamente oppure hanno silenziato le notifiche.
Anche qui agisce una sorta di inerzia sociale. Uscire da un gruppo sembra spesso un gesto più forte di quanto realmente sia, quasi equivalesse a dichiarare pubblicamente di non voler più avere nulla a che fare con quelle persone. Così preferiamo restare.
Le piattaforme ci aiutano: possiamo silenziare, archiviare, nascondere. È interessante che anche gli studi sui social mostrino come, davanti a rapporti diventati meno interessanti o più difficili, le persone preferiscano spesso nascondere o ridurre la visibilità piuttosto che arrivare alla decisione più netta di eliminare virtualmente qualcuno.
In fondo, diciamo la verità, facciamo qualcosa di molto simile anche nella vita reale.
A cosa serve davvero il decluttering sociale
Fare decluttering sociale non significa restringere la propria vita o diventare più selettivi fino a restare soli. Semmai dovrebbe servire al contrario: liberare tempo e attenzione per le relazioni che vogliamo davvero coltivare.
Ogni chat controllata per abitudine, ogni gruppo al quale partecipiamo soltanto per educazione, ogni rapporto mantenuto attraverso messaggi ai quali rispondiamo più per dovere che per piacere richiede una piccola quota della nostra attenzione. Presi singolarmente sembrano dettagli; sommati possono produrre la sensazione di essere continuamente raggiungibili e socialmente impegnati senza sentirsi, per questo, più vicini a qualcuno.
Fare ordine può allora significare semplicemente rimettere le relazioni nella giusta distanza: alcune vicine, altre più occasionali, altre ancora affidate a un ricordo senza l’obbligo di mantenerle artificialmente attive.
Il risultato non dovrebbe essere una rubrica più corta. Dovrebbe essere una vita sociale meno rumorosa e più corrispondente a quella che siamo oggi.
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