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DEL MATRIMONIO … oltre il rosa, i confetti e l’amore.

Sei eterosessuale? Sei omosessuale ? Vivi una coppia di fatto ? Qualche riflessione per andare oltre queste differenze ideologiche e burocratiche.

Proverò ad affrontare l’argomento partendo dall’esplorazione di un punto di vista poco battuto, certamente poco romantico eppure -a parere mio-  prioritario, quello dello Stato.

Stato inteso come quella creazione culturale umana che rappresenta l’istanza unitaria e sovrana di neutralizzazione dei conflitti sociali e religiosi attraverso l’esercizio di una summa potestas”[Hobbes] che, nel moderno Stato di Diritto, si sostanzia nel precetto universale e astratto della legge.

Questa summa potestas non può mai esprimersi in maniera arbitraria, ma deve attenersi a quei limiti formali e sostanziali fissati –nel nostro caso- nella Costituzione della Repubblica.

Ed è proprio la Costituzione che, ponendo i principi fondanti il comportamento dello Stato, ci esprime il Suo punto di vista.

Cosa pensa lo Stato del Matrimonio?

L’art 29 risponde:

 “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare

Tale articolo è stato materialmente redatto tra il 1946 e il 1947 e tra gli onorevoli costituenti non c’era alcuna identità di vedute sul significato di “famiglia” e “matrimonio”.

Se leggeste i verbali delle discussioni a quest’articolo scoprireste, per esempio,  che la parità dei coniugi non era affatto un valore condiviso, e che si è battagliato duramente – con in prima fila le on. Jotti (PCI) e Merlin (PSI) – affinchè tale principio venisse affermato in Costituzione e si scrivesse “coniugi” al posto di “marito e moglie”, così da eliminare ogni riferimento -anche terminologico-  alla differenza di sesso.

L’ on. Corsanegro (DC), relatore dell’articolo, al contrario sosteneva addirittura che, pur d’accordo sulla parità dei sessi in linea di principio e pronto a riconoscere come  la donna non avesse più necessità –ad esempio – dell’autorizzazione maritale per compiere negozi giuridici, però “non si sentiva di sconvolgere il diritto della famiglia ad avere un capo, che per la natura stessa della famiglia, deve essere il padre”.

Potete ben immaginare che fu una discussione lunga e accalorata!

Durò in commissione Costituente dal luglio 1946 all’aprile 1947: c’era chi sosteneva che fosse necessario far riferimento all’obbligo morale di procreazione, altri invece sostenevano che bisognasse inserire un qualche riferimento alla prosperità della Nazione .

Ognuno ci teneva ad aggiungere la propria precisazione ideologica, ad  imprimere il proprio marchio di fabbrica alla costruzione di tale concetto.

Fu un democristiano a sbloccare la situazione.

Fu l’on. Aldo Moro a riportare ordine nel ragionamento  convergendo l’attenzione di tutti su due verità fondamentali:

  1. In sede Costituente tutti loro erano chiamati a dare principi e linee guida allo Stato, non ad attuare il programma elettorale del proprio partito;
  2. Lo Stato deve poter appartenere a tutti, e perciò tutti devono poterne partecipare la struttura in modo da potersi lì riconoscere, e per fare questo sarebbe stato necessario semplificare: non insistere sulle differenze ideologiche bensì semplificare per ricondurre tutto ad un unico comune denominatore.

Ridusse e semplificò, infine offrì la seguente sintesi:

Il valore dell’affermazione contenuta nell’articolo in discussione, sta nel riconoscere costituzionalmente che lo Stato ha dinanzi a sé delle realtà autonome da cui esso stesso prende le mosse (…) quando si dice che la famiglia è una società naturale, non ci si deve riferire immediatamente al vincolo sacramentale; pur essendo molto caro ai democristiani il concetto del vincolo sacramentale nella famiglia, questo non impedisce di raffigurare anche una famiglia, comunque costituita, come una società che, presentando determinati caratteri di stabilità e di funzionalità umana, possa inserirsi nella vita sociale.”

Il consenso alla fine fu trovato sull’affermazione che la famiglia è una società naturale (nel senso di preesistente allo Stato), che presenta determinate caratteristiche di stabilità ( è destinata a durare a lungo) e funzionalità umana e sociale (non solo procreativa, ma soprattutto educativa ed assistenziale), sul fatto che questa società naturale fosse un organismo fondamentale per lo Stato e come tale dovesse essere integrato nella sua struttura, e tale relazione fu identificata nel matrimonio.

Il matrimonio, pertanto, dal punto di vista dello Stato altro non è che il modo in cui esso stesso si relaziona ad un gruppo di individui che, presentando determinate caratteristiche di stabilità e funzionalità, rappresentano quel nucleo originale del nostro tessuto sociale che chiamiamo Famiglia.

Lo Stato, inoltre, fa un’altra importante affermazione di principio: dice che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge ( e quindi davanti a sé, perché la legge è lo strumento della sua summa potestas).

Dice anche che è preciso compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione sociale del Paese.

Eppure, incomprensibilmente, continuiamo a rifiutare il matrimonio agli omosessuali.

Dal punto di vista dello Stato questo è un danno enorme: escludendo con volontà e coscienza una parte della popolazione -che pure esiste ed è inserita in tutti i contesti sociali- dalla struttura dello Stato, si nega loro la possibilità di riconoscersi in quello Stato di cui pure sono cittadini.

Una intera fascia della popolazione è –di fatto- estromessa, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di sentimento di appartenenza, volontà di partecipazione, di cittadinanza e di coesione del tessuto sociale.

Perché mai un omosessuale dovrebbe voler far parte e contribuire alla prosperità di una società che fa di tutto, anche andare contro la propria Costituzione, pur di negargli opportunità e diritti.

A peggiorare la situazione c’è il pasticciaccio brutto del ddl Cirinnà: una vera e propria discriminazione a norma di legge, con cui di fatto si perimetrano differenze sostanziali tra quei cittadini che pure lo Stato vorrebbe uguali:

  • Sei eterosessuale? Puoi partecipare allo Stato in maniera completa.
  • Sei omosessuale? Mi dispiace ma il tuo contributo non può essere accettato, quantomeno non tutto intero.
  • Puoi pagare le tasse, ma non vogliamo tu venga  considerato  proprio uguale a noi.
  • Noi eterosessuali abbiamo la Famiglia, nucleo fondante del tessuto sociale dello Stato.
  • Voi omosessuli avrete le Formazioni Sociali Specifiche, quasi come una Famiglia, ma tutte per voi.

Dal punto di vista dello Stato, questo è inaccettabile.

Lo Stato ha già compiuto con chiarezza la sua scelta: tutte le comunità di cittadini che presentano quelle caratteristiche di stabilità e funzionalità umana [senza distinzione tra eterosessuali o omosessuali] sono una Famiglia, e se sono una Famiglia lo Stato ne riconosce i diritti, e lo fà attraverso il matrimonio.

Dal punto di vista dello Stato, pertanto,  l’unica soluzione corretta è –oggi come nel 1946- la semplificazione: il matrimonio.

Senza aggettivi qualificativi. Per tutti. Tutto il resto è discriminazione.

Una considerazione a margine: non si dovrebbero mai confondere od associare i piani delle lotte di rivendicazione di diritti degli omosessuali, con le istanze di parificazione dei conviventi eterosessuali, unificandoli nel concetto di “famiglie di fatto”.

Le prime, infatti, sono giuste  e doverosa battaglie di libertà, che si oppongono ad  una vera e concreta discriminazione, che impedisce loro di partecipare con pienezza alla vita dello Stato; la seconda una richiesta di un privilegio da parte di chi, rifiutando l’istituzione statale del matrimonio e rifuggendone gli obblighi conseguenti, pure ne vorrebbe riconosciuti i diritti.

Non riesco a vederci alcuna affinità.