Un vecchio fascicolo, una prova che anni prima non poteva essere analizzata o qualcuno che ricorda un particolare dimenticato. Il telefono torna a squillare e la pensione, almeno per un po’, finisce. Al cinema e nelle serie crime succede spesso così: un investigatore ha lasciato il distintivo, prova a costruirsi una vita lontano dai delitti e sembra finalmente riuscito a chiudere con il passato. Poi ricompare.
È un meccanismo che abbiamo ritrovato recentemente su Netflix in L’uomo dei sussurri e Un sacrificio di sangue, dove due poliziotti della vecchia generazione vengono nuovamente coinvolti in indagini che hanno bisogno della loro esperienza. A prima vista sembra materiale perfetto per uno sceneggiatore. Eppure, quando ci si sposta dalla fiction alla cronaca, si scopre che casi sorprendentemente simili sono realmente accaduti.
Naturalmente nella vita reale è molto meno spettacolare: un pensionato non riceve normalmente pistola e distintivo per tornare da solo sulle tracce di un assassino. Sono però esistiti davvero ex investigatori richiamati come consulenti, detective assunti nuovamente per riesaminare cold case e poliziotti in pensione che hanno continuato privatamente a seguire delitti mai chiariti.
In alcune vicende il loro contributo ha persino cambiato il destino di un’indagine che sembrava ormai consegnata agli archivi.
Pete Beirne, il detective richiamato per un omicidio di quindici anni prima
Una delle storie che più assomigliano alla trama di un thriller arriva dal Regno Unito e ha come protagonista Pete Beirne, ex Detective Chief Inspector ormai in pensione. La Thames Valley Police, forza di polizia che opera nell’area della valle del Tamigi, lo aveva reclutato proprio per tornare a lavorare sui delitti rimasti senza soluzione. Tra quei fascicoli c’era l’omicidio di Vikki Thompson, 30 anni, aggredita nell’agosto del 1995 mentre portava a spasso il cane vicino ad Ascott-under-Wychwood, nell’Oxfordshire. Morì in ospedale sei giorni dopo.
Approfondimento: THE GUARDIAN – Man convicted of murder in ‘double jeopardy’ retrial
Un uomo del posto, Mark Weston, era già stato processato e assolto nel 1996. Per molto tempo la vicenda sembrò quindi chiusa anche dal punto di vista giudiziario, ma quando l’indagine venne riesaminata le tecniche forensi disponibili erano cambiate. Su un paio di stivali appartenuti a Weston furono individuate piccole tracce del sangue della vittima che non erano emerse durante la prima investigazione. Nel frattempo era cambiata anche la legislazione inglese sul double jeopardy, consentendo in particolari circostanze un secondo processo per reati gravi quando emergono nuove prove particolarmente solide. Nel dicembre 2010 Weston venne giudicato colpevole dell’omicidio e condannato all’ergastolo.
In Tasmania un ex capo dei cold case è tornato alla scrivania
Qualcosa di ancora più esplicito è accaduto in Tasmania, dove nel 2018 la polizia decise di richiamare Colin Little, uno dei suoi investigatori più esperti. Little aveva trascorso più di trent’anni nella Tasmania Police ed era stato alla guida della prima unità dello Stato dedicata specificamente ai casi irrisolti. Era ormai in pensione quando venne assunto nuovamente, questa volta come consulente civile, per riesaminare alcuni dei cold case più difficili.
Non gli venne affidata una squadra e non gli fu chiesto di comportarsi come il detective cinematografico che torna per un’ultima missione. Il suo lavoro era molto più silenzioso: rileggere migliaia di pagine di verbali, ricostruire ciò che era stato fatto anni prima, valutare piste abbandonate e provare a capire se un nuovo sguardo potesse far emergere qualcosa che allora non era stato considerato abbastanza. La stessa Tasmania Police spiegò che avrebbe valutato la possibilità di utilizzare anche altri investigatori pensionati secondo questo modello.
Tra i casi conosciuti da Little c’era quello di Victoria Cafasso, ventenne italiana uccisa nel 1995 sulla spiaggia di Beaumaris, sulla costa orientale della Tasmania. Little aveva già partecipato in passato alla revisione dell’indagine; a distanza di trent’anni l’omicidio resta irrisolto e nel 2025 la polizia ha offerto una ricompensa da un milione di dollari australiani per informazioni utili a identificare il responsabile.
Approfondimenti: Cafasso, Victoria Anna Elizabeth – Retired detective to consult on unsolved Tasmanian crimes in new bid to crack cold cases
Emma Caldwell e il pensionato che non riuscì a ignorare ciò che aveva scoperto
La storia di Gerry Gallacher, in Scozia, è diversa perché nessuna forza di polizia lo richiamò ufficialmente. Fu lui, ormai fuori dal servizio, a decidere che qualcosa non tornava nell’indagine sull’omicidio di Emma Caldwell, 27 anni, trovata morta nel 2005 in una zona boschiva del South Lanarkshire dopo essere scomparsa da Glasgow.
L’inchiesta iniziale era stata enorme e aveva portato nel 2007 all’arresto di quattro uomini di origine turca, ma l’impianto accusatorio era poi crollato. Anni dopo Gallacher, che aveva trascorso circa tre decenni nella polizia scozzese occupandosi anche di omicidi e criminalità organizzata, ricevette da un ex collega alcune informazioni che riaccesero la sua curiosità professionale. Cominciò così un’indagine personale durata circa diciotto mesi, concentrandosi soprattutto su Iain Packer, uomo già interrogato più volte dagli investigatori ma mai diventato il bersaglio principale della prima inchiesta.
Gallacher raccolse documenti, ricostruì elementi rimasti sullo sfondo e nel 2015 rese pubbliche le sue conclusioni attraverso la stampa scozzese. Non fu certamente un uomo solo a risolvere il caso: negli anni successivi servirono nuove indagini della polizia, testimonianze, lavoro giornalistico e attività giudiziaria. Ma il ruolo del detective pensionato nel riportare Packer al centro dell’attenzione è ampiamente documentato. Nel febbraio 2024 Packer è stato dichiarato colpevole dell’omicidio di Emma Caldwell e di numerosi altri reati commessi contro donne.
Approfondimenti: Retired detective who ‘solved’ Emma Caldwell murder nine years ago driven by ‘justice’
Il tempo rende più difficili i delitti, ma può anche offrire nuove risposte
I cold case hanno una relazione particolare con il tempo. Più passano gli anni, più i ricordi dei testimoni diventano fragili, le persone scompaiono e le piste si raffreddano; nello stesso tempo, però, ciò che era inutilizzabile al momento del delitto può acquistare improvvisamente valore. Il DNA, l’evoluzione delle tecniche forensi, la digitalizzazione degli archivi e, più recentemente, la genealogia genetica investigativa hanno permesso di affrontare nuovamente casi che negli anni Ottanta o Novanta sembravano arrivati a un punto morto.
A queste tecnologie può aggiungersi un elemento molto meno misurabile: la memoria di chi aveva lavorato su quelle indagini. Un vecchio detective può ricordare perché una pista venne abbandonata, quale testimone aveva suscitato dubbi o quale reperto era stato considerato irrilevante perché all’epoca non esisteva ancora il modo di analizzarlo.
Non significa che l’esperienza possa sostituire il lavoro scientifico, anzi: oggi un cold case si risolve quasi sempre grazie a una squadra fatta di investigatori, laboratori, pubblici ministeri, analisti e nuove tecnologie. Ma spiega perché, qualche volta, riportare un pensionato davanti a un fascicolo non sia affatto un gesto nostalgico.
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