Merzouga, oltrepassare la porta del deserto

Il deserto del Marocco

I diari di viaggio di Enrico Dario Caltabiano

Questo è il racconto del viaggio, che ci ha condotto da Merzouga all’oasi di Dubira sulla scia dei berberi e delle popolazioni di colore mauritane, nella cornice di un intenso e appassionante scorcio d’Africa

Dormire in Marocco in una casa di fango

[…] Ci mettiamo di nuovo a dormire, io all’aperto, al riparo di un graticcio nella corte centrale della costruzione di fango. Comincia a fare caldo sul serio, ma so che dentro è peggio. Mi sveglia solamente per qualche minuto il tramestio degli italiani che, di ritorno dall’oasi, fanno colazione. Poi ricado in un sonno profondo, finché la sabbia in bocca e nelle orecchie e la temperatura troppo elevata, non rendono questa mia necessità una impresa impossibile.

La parola d’ordine in questi casi è una sola: “bere”. Per fortuna il frigorifero è sempre pieno d’acqua e di bibite. La cosa veramente curiosa è che praticamente qui per tutto il tempo non si fa altro che ingurgitare liquidi senza, o quasi, andare in bagno.

Facciamo colazione con the verde, succo d’arancia appena spremuto, burro, marmellata e focaccette di semola, mentre conversiamo in spagnolo con i nostri amici di Valencia. Per il resto c’è una specie di gradevole torpore che ci pervade e non ci molla mai: puoi chiacchierare, far suonare i tamburi, fumare o giocare con la macchina fotografica, ma tutto sembra scorrere più lento e mellifluo di quanto non succeda altrove.

Prendo la mia macchina fotografica perché anche io voglio rubare l’anima a questo momento, ma il mio gesto serve solamente a realizzare che l’obiettivo è completamente bloccato: la sabbia del deserto si infila ovunque trovi spazio, come la polvere.

Il villaggio dei Neri in Marocco

Visita al villaggio dei neri e al lago dei cigni

Nel frattempo è giunta l’ora di partire. Saliamo a bordo di un grande fuoristrada e il nostro nuovo autista esibisce le prestazioni della trazione integrale, spiegandoci che proprio da queste parti passa la Parigi-Dakar.

Il primo motivo del nostro spostamento motorizzato è la visita al villaggio dei neri, vicino Merzouga. Si tratta di immigrati provenienti dalla Mauritania, che vivono in villaggi di fango. Ci accolgono come vuole la tradizione, offrendoci the verde, e ci fanno sedere su un grande tappeto mentre si esibiscono in danze tipiche. Il ritmo e i gesti sono così coinvolgenti, che unirsi a loro è quasi un impulso. Il suono forte e cupo del tamburo unito ai movimenti coordinati degli uomini, richiamano un coraggio e una forza ancestrali. C’è una energia positiva che emanano questi balli e questi ritmi. E mi viene da pensare a quanto siano diversi e distanti i nostri mondi, quanto la frivola frenesia di noi europei sia lontana dal loro modo di percepire la vita come contatto nudo e libero con la natura.

Fa strano vedere assieme occidentali, berberi e neri insieme, sotto un tetto di fango a bere, parlare, sfogliare album di fotografie e danzare in cerchio. È una bella immagine, anche se alla fine ti rendi conto che siamo noi, turisti curiosi, a rendere in fondo possibile tutto questo, e che Amhid e i suoi amici sono rimasti tutto il tempo piuttosto a margine della scena, in attesa che la “cerimonia” si concludesse. E non sfugge nemmeno l'assenza totale di donne...

Ci congediamo lasciando una mancia, dopo aver guardato le foto che ritraggono altri gruppi di turisti bianchi chinati all’ingresso di una capanna, in mezzo a bambini sorridenti, o danzanti come noi.

La seconda tappa del giro in 4x4 è un grande lago melmoso popolato di cigni. Con un briciolo di incoscienza ci tuffiamo: il fango molle sprofonda di almeno venti centimetri sotto i piedi. Torniamo alla macchina infangati, mentre ad ogni passo si alzano dalla terra arsa sciami di piccole cavallette.

La terza tappa, era inevitabile, è un negozio -rigorosamente di fango- che vende tappeti, sciabole, narghilè caffetani e turbanti, che poi altro non sono che foulard, solo più lunghi e più larghi (quello che fa la differenza è il modo di indossarli). Ci perdiamo un po’ nell’ennesima “dimostrazione di tappeti”, e ormai sapremmo distinguere a occhi chiusi un tappeto berbero da uno arabo, mentre la seta di cactus per noi non ha più segreti.

Usciamo con i nostri turbanti lunghi tre metri, e l’amico del 4x4 ci mostra casa sua e le sue due mogli. È tutto piuttosto curato, e in camera da letto, come non manca mai in nessun edificio pubblico o privato in tutto il Marocco, troneggia la foto dell’attuale re Muhammad VI.

Quando torniamo all’albergo sono già le quattro e mezza. Non resta che preparare uno zaino snello, con le cose essenziali per la notte: una felpa, uno spazzolino da denti e poco più. Quindi saliamo sui dromedari, che per tutta gratitudine emettono versi da fare invidia allo Steven Spielberg di “Jurassik Park”. E basta poco per comprendere a fondo cosa intendeva la ragazza di Imperia quando diceva che “il dromedario fa male”. Sì, ci vuole poco a capire che i cuscini e il rivestimento della sella non attutiscono quasi per niente il saliscendi di questi simpatici e faticosi 4x4 del deserto.

Una spettacolare foto del deserto del Sahara

Quando a parlare è solo il vento tiepido del Sahara…

Dopo un lungo tratto di sterrata tra le case, abbandoniamo definitivamente le pietre per imboccare la via delle dune. La nostra incrocia altre carovane, e per un pezzo dietro di noi rimangono visibili i tetti delle costruzioni di fango, anche se i loro profili sono in parte mimetizzati nel grigio omogeneo del paesaggio. Le zampe dei dromedari non affondano mai nella sabbia, ma la ammortizzano espandendosi e gonfiandosi ad ogni contatto, proprio come cuscinetti d’aria. Anche i piedi del capo-carovana devono in qualche modo essersi adattati a questo genere di percorso.

Poi il sole cala, e tutt’a un tratto ti volti e provi quasi una stretta allo stomaco: le luci di Merzouga sono definitivamente scomparse, e intorno non vedi altro che dune. È in quel preciso momento che comprendi a fondo lo spirito di tutto un viaggio: quando senti che le parole finiscono e a parlare è solo il vento tiepido del Sahara, la sua vastità e la totale mancanza di punti di riferimento. In quel preciso istante cala un breve silenzio... è come se tutti noi percepissimo la stessa identica emozione, la stessa paura sotterranea di fronte alla quale l’istinto si sente smarrito, confuso. Mi sfilo il turbante e ho la testa sudata. Ora che il sole è tramontato, la temperatura si abbasserà, anche se non faremo il freddo... dopotutto anche qui è piena estate.

Avanziamo ancora per un po’, direi verso est a giudicare dal punto in cui il sole è sceso, alle nostre spalle. Poi, alla nostra sinistra compare il profilo liscio dell’Erg Chebbi, una duna di 120 metri, la più alta di tutto il Sahara marocchino. La costeggiamo senza mai abbandonarla, quindi, come un miraggio, compaiono le prime palme e le tende berbere. Dipinta su un cartello di legno c’è una scritta: DUBIRA OASIS. Siamo arrivati.

Ci fermiamo un po’ più avanti, nell’area di sosta recintata che fa da capolinea ai nostri mezzi di trasporto. Uno ad uno, i nostri quadrupedi si flettono prima sulle zampe anteriori poi su quelle posteriori, e per qualche secondo prima di scendere ti ritrovi con il sedere per aria, nella improbabile posizione di una impennata al contrario.

È buio ma la luna illumina abbastanza per riuscire a gustare, senza l’ausilio di torce, il nostro fatidico “the nel deserto” e una cena a base di pollo, verdura e melone, servita e condita, come da tradizione, su un unico piatto di portata e consumata rigorosamente con le mani.

Amhid ci spiega che possiamo dormire all’aperto, sugli stuoini, oppure nella grande tenda berbera poco distante. Poi ci mostra una cosa singolare: solleva un coperchio circolare, in mezzo alla sabbia, e illumina con la torcia: là sotto c’è l’acqua!

L’Erg-Chebbi: una duna alta 120 metri

Ritorniamo ai nostri stuoini aiutando un gruppo di italiani alle prese con uno scarabeo blu che corre veloce sulla sabbia. Ma il nostro desiderio più grande adesso è scalare l’Erg Chebbi…

Camminare su una duna è faticoso, e se questa duna è una montagna, lo è ancora di più. Arriviamo sul crinale ansimanti, e da qui l’unico modo per procedere verso la vetta è proseguire a gattoni.

Sì, si fa fatica, ma quando sei sulla cima ti rendi conto che varrebbe la pena di rifarlo altre mille volte: il panorama è di una bellezza paragonabile a quella del mare per chi lo vede per la prima volta. E, in un certo senso, anche qui di mare si tratta, un mare in chiaroscuro, con le sue onde e le sue risacche magicamente immobili, come ipnotizzate e cristallizzate dal chiarore della luna e sotto una cascata di stelle come non è facile vedere da nessun’altra parte.

Seduto a cavalcioni sulla cresta, puoi saggiare la differenza di temperatura della sabbia sui due versanti, e quello esposto fino all’ultimo alla luce del tramonto è ancora tiepido, mentre in generale basta affondare una mano per scoprire che, appena sotto la superficie, il calore non si disperde mai.

Stiamo lassù parecchio tempo, e Seid ci spiega che la breve teoria di luci che si vede, in lontananza, è il confine con l’Algeria. È zona militare invalicabile. Poi scendiamo rapidamente verso le luci da presepe del nostro accampamento, e lo facciamo lasciandoci scivolare come fossimo sulla neve.

Rimaniamo ancora un po’ sotto l'incanto di stelle a chiacchierare, ma cediamo abbastanza in fretta al sonno, mentre a pochi passi da noi i dromedari emettono strani versi... forse stanno sognando. […]

Il tramonto del deserto

Visitare il deserto: informazioni utili

Se volete visitare il deserto, il periodo migliore è dicembre, quando la temperatura è mite e si può viaggiare a dorso di dromedario anche di giorno (l’unica avvertenza è quella di equipaggiarsi di maglie pesanti, dal momento che l’escursione termica diventa molto forte).

Noi comunque ci siamo stati ad agosto, e siamo ancora vivi!

Merzouga, a sud di Erfoud e di Er-Rachidia (raggiungibili dalle maggiori città del Marocco con i grand taxi), è la località ideale per raggiungere il deserto: da lì partono le gite a dorso di dromedario, e non è difficile reperire un albergatore (anche se questo albergo è di fango!) disposto a organizzare per voi un giro completo, con pernottamento sulle dune.

[continua]

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