Ogni volta che El Niño torna a rafforzarsi, ricompaiono inevitabilmente gli stessi anni: 1982, 1997, 2015. Si confrontano temperature del Pacifico, piogge, siccità e inverni europei quasi che bastasse trovare l’evento più simile per capire che cosa ci aspetta nei prossimi mesi.
I precedenti sono preziosi, ma hanno un limite enorme: quel mondo non esiste più.
Il Mediterraneo di oggi ospita specie che fino a pochi decenni fa erano estranee alle nostre coste, gli oceani hanno accumulato una quantità crescente di calore, l’Artico ha perso una parte consistente del ghiaccio e l’atmosfera parte da temperature medie più elevate. El Niño può dunque ricordare quello del 1997 o del 2015, ma sta agendo dentro un sistema climatico diverso.
Ed è proprio per questo che trasformare il passato in una previsione dell’inverno 2026-27 rischia di essere molto più complicato di quanto suggeriscano certi confronti.
I precedenti servono, ma non sono una fotografia del futuro
La climatologia utilizza gli eventi passati perché aiutano a capire come si comporta il sistema e quali conseguenze sono già state osservate. Anche NOAA, l’agenzia statunitense che studia oceani e atmosfera, mette però in guardia da una lettura troppo meccanica: due eventi di El Niño possono produrre effetti differenti perché cambiano la distribuzione delle temperature nel Pacifico, lo stato generale dell’atmosfera e una parte della variabilità climatica che non può essere prevista con precisione.
Persino eventi classificati con un’intensità simile non necessariamente portano le stesse piogge, le stesse siccità o lo stesso inverno in Europa.
Il passato, insomma, ci dice che cosa può accadere. Non ci garantisce che accadrà nello stesso modo.
Una ricerca pubblicata nel 2025 su npj Climate and Atmospheric Science ha fatto un esperimento particolarmente significativo: gli studiosi hanno preso tre dei grandi El Niño del passato, quelli del 1982-83, 1997-98 e 2015-16, e li hanno inseriti in un clima più caldo. Il risultato è stato che gli effetti cambiavano in diverse parti del pianeta e che, in molti casi, lo stato climatico di fondo pesava più delle differenze dello stesso El Niño.
È forse questo il punto da cui bisognerebbe partire oggi.
Il Mediterraneo non è più quello di quarant’anni fa
Per capire quanto sia cambiato lo scenario basta guardare molto più vicino a noi.
Nel Mediterraneo sono diventate familiari specie che un tempo erano assenti o considerate eccezionali. Il pesce coniglio, originario del Mar Rosso e dell’Indo-Pacifico, si è diffuso attraverso il Canale di Suez; il pesce scorpione ha raggiunto il Mediterraneo orientale e continua la propria espansione; il granchio blu, arrivato dalle coste americane, è ormai diventato un problema concreto per pesca e allevamenti in diverse zone italiane.
Non è El Niño ad aver portato questi animali nei nostri mari. Il punto è un altro: acque più calde possono rendere il Mediterraneo maggiormente favorevole alla sopravvivenza e alla diffusione di specie termofile provenienti da altre regioni.
È un cambiamento che si può quasi toccare con mano. Un pescatore di oggi può incontrare specie che suo padre o suo nonno avrebbero difficilmente trovato nelle stesse acque.
E lo stesso mare più caldo entra anche nella meteorologia. Quando una perturbazione attraversa il Mediterraneo, un’elevata temperatura superficiale può rendere disponibile più calore e più vapore acqueo. Non significa che ogni mare caldo produrrà automaticamente un nubifragio, ma significa che il terreno sul quale si muove l’atmosfera non è più identico a quello dei decenni passati.
Anche gli oceani partono da condizioni diverse
Il Pacifico tropicale resta il cuore di El Niño, ma oggi è inserito in un oceano globale più caldo.
Le temperature marine hanno raggiunto negli ultimi anni valori eccezionalmente elevati e nell’agosto 2026 la temperatura media della superficie oceanica mondiale ha nuovamente toccato livelli record. L’oceano assorbe gran parte del calore in eccesso accumulato nel sistema climatico, e questo modifica lo sfondo sul quale si sviluppano anche fenomeni naturali come El Niño.
Un paragone può aiutare a comprendere la differenza. Due giornate possono entrambe registrare cinque gradi sopra la media, ma cinque gradi aggiunti a una temperatura di partenza di 20 non producono lo stesso risultato di cinque gradi aggiunti a una base già vicina ai 25.
Con El Niño il principio è più complesso, ma il problema di fondo è simile: l’anomalia non agisce nel vuoto.
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui alcuni studi recenti stanno cercando di capire non soltanto quanto diventerà forte El Niño, ma come cambieranno i suoi effetti in un pianeta più caldo.
L’Artico di oggi è un altro pezzo del problema
Anche guardando verso nord il confronto con gli anni Ottanta o Novanta diventa difficile.
L’estensione e soprattutto lo spessore del ghiaccio marino artico hanno subito una forte riduzione negli ultimi decenni. L’Artico si è inoltre riscaldato più rapidamente della media globale, modificando uno degli elementi che contribuiscono a determinare le differenze di temperatura tra le alte e le medie latitudini.
Per chi vuole sapere che inverno farà in Italia questo dettaglio conta, perché la circolazione atmosferica dell’emisfero settentrionale nasce dall’interazione di moltissimi fattori: Pacifico, Atlantico, Artico, Vortice Polare, correnti a getto e temperature degli oceani.
Pensare che basti osservare come si comportò El Niño nel 1997 per dedurre cosa accadrà a Roma o Milano nel prossimo gennaio significa quindi ignorare tutto ciò che nel frattempo è cambiato.
Anche l’atmosfera contiene più energia
C’è poi una trasformazione meno visibile rispetto a un pesce tropicale o a un ghiacciaio che arretra, ma altrettanto importante.
Un’atmosfera più calda può contenere una maggiore quantità di vapore acqueo. In termini semplici, quando si creano le condizioni favorevoli alle precipitazioni, può esserci più acqua disponibile.
Questo non significa che pioverà ovunque di più. Il cambiamento climatico può accentuare contemporaneamente estremi apparentemente opposti: periodi più lunghi senza pioggia in alcune aree e precipitazioni più intense quando l’atmosfera riesce finalmente a scaricare l’umidità accumulata.
È anche per questo che il comportamento di un El Niño molto forte non può essere separato dal clima nel quale si manifesta.
Un evento naturale che quarant’anni fa interagiva con una determinata atmosfera oggi incontra condizioni termiche e oceaniche differenti.
Persino i modelli climatici hanno ancora margini di errore
Un altro elemento che invita alla prudenza arriva dagli stessi strumenti usati per prevedere il clima.
Nel 2026 una ricerca della NOAA ha evidenziato come diversi modelli climatici rappresentino in maniera imperfetta alcuni scambi di calore e il comportamento delle nubi basse nel Pacifico sudorientale, elementi che possono influenzare l’evoluzione di El Niño.
Non significa che le previsioni climatiche siano inutili. Al contrario, sono strumenti fondamentali e oggi molto più sofisticati rispetto a pochi decenni fa. Significa però che anche la scienza continua a migliorare la comprensione di un fenomeno estremamente complesso.
Quando leggiamo una previsione stagionale, quindi, dovremmo pensare a probabilità e scenari, non a una cronaca scritta con mesi di anticipo.
Cosa possiamo davvero dire sull’inverno in Italia
Possiamo affermare con una certa sicurezza che un El Niño molto forte è capace di modificare la circolazione atmosferica su scala planetaria e che i suoi effetti possono propagarsi ben oltre il Pacifico.
Da qui a stabilire se l’Italia avrà un inverno più freddo, più piovoso o più nevoso il passo resta però enorme.
Nel nostro caso conterà molto ciò che accadrà nell’Atlantico, il comportamento della NAO, l’evoluzione del Vortice Polare, lo stato dell’Artico e naturalmente le temperature del Mediterraneo. Sono elementi che cominceranno a diventare più leggibili durante l’autunno e che potranno modificare sensibilmente lo scenario.
Per questo i grandi precedenti del passato vanno osservati, studiati e raccontati. Ma senza trasformarli in profezie.
Il 1982, il 1997 e il 2015 restano una bussola importante per comprendere El Niño. Non sono una mappa dell’inverno 2026-27.
Perché il fenomeno può anche assomigliare a quelli di allora. Il pianeta sul quale sta agendo, invece, è ormai un altro.
Fonti scientifiche e approfondimenti
- NOAA Climate.gov – Why Past ENSO Cases Aren’t the Key to Predicting the Current Case
- npj Climate and Atmospheric Science – Future climate response to observed strong El Niño analogues
- World Meteorological Organization – European State of the Climate 2025
- ISPRA / CNR-IRBIM – “Attenti a quei 4!”, monitoraggio delle specie tropicali invasive nei mari italiani
- ISPRA – Il granchio blu alieno in espansione nel Mediterraneo
- NOAA Pacific Marine Environmental Laboratory – Climate models get a key feature of El Niño wrong
