Una casa sull’acqua, una seduta spiritica, il rumore dei canali dietro le finestre chiuse: a Venezia basta davvero poco per trasformare una notte in un incubo. Su RaiPlay c’è un giallo che porta Hercule Poirot lontano dai salotti eleganti e lo chiude in un palazzo pieno di ombre, dove la ragione sembra perdere terreno davanti ai fantasmi.

“Assassinio a Venezia” è il film diretto e interpretato da Kenneth Branagh, terzo capitolo della sua rilettura cinematografica di Poirot dopo “Assassinio sull’Orient Express” e “Assassinio sul Nilo”. Stavolta, però, il tono cambia. Meno viaggio elegante, meno salotti luminosi, meno fascino da cartolina. Venezia diventa un luogo scuro, umido, quasi malato. Un labirinto perfetto per una storia in cui il confine tra delitto e apparizione sembra sfilacciarsi di continuo.

La trama si ispira al romanzo “Poirot e la strage degli innocenti” di Agatha Christie, ma sposta il racconto in una Venezia del secondo dopoguerra, ferita e bellissima. Poirot vive lì, in pensione, protetto dal suo guardaspalle Vitale Portfoglio, interpretato da Riccardo Scamarcio. Ha chiuso con i casi, con gli interrogatori, con quella parte di sé che sa leggere le bugie meglio delle parole. O almeno è quello che prova a raccontarsi.

A riportarlo dentro il mistero è Ariadne Oliver, scrittrice di gialli interpretata da Tina Fey. Amica, provocatrice, forse l’unica capace di smuoverlo davvero, lo convince a partecipare a una seduta spiritica nel palazzo di Rowena Drake, ex cantante d’opera segnata dalla morte della figlia Alicia. La serata nasce come una sfida alla razionalità di Poirot. Una casa infestata, una medium celebre, ospiti nervosi, una madre che non riesce a lasciar andare la propria bambina. Sembra tutto costruito per mettere in imbarazzo l’uomo che non crede ai fantasmi. Però qualcuno muore.

Da quel momento “Assassinio a Venezia” torna nel territorio più classico del giallo: un luogo chiuso, un gruppo di sospettati, segreti che iniziano a venire fuori uno dopo l’altro. Ma Branagh aggiunge una patina più inquieta, quasi horror. I rumori nel palazzo, l’acqua che batte, le ombre, le voci dei bambini, le maschere, le porte che sembrano respirare. Tutto lavora per insinuare un dubbio: se anche Poirot, uomo della logica, cominciasse per un istante a non essere più sicuro di ciò che vede?

Il cast aiuta molto a tenere il film in equilibrio tra indagine e atmosfera. Kelly Reilly dà a Rowena Drake una fragilità nervosa, attraversata da dolore e ostinazione. Jamie Dornan interpreta il dottor Leslie Ferrier, reduce di guerra segnato da traumi che non riesce più a contenere. Jude Hill è Leopold, suo figlio, un bambino troppo serio per la sua età. Michelle Yeoh, nel ruolo della medium Joyce Reynolds, porta invece in scena una figura ambigua, magnetica, difficile da incasellare subito tra truffa, fede e suggestione.

Il meccanismo del mistero resta la chiave centrale della pellicola inserita nel catalogo di Raiplay ma la parte più interessante è forse il modo in cui Poirot viene messo davanti a qualcosa che non può controllare del tutto: la paura. La paura che la ragione non basti, che certi dolori lascino davvero una traccia nelle stanze, che il passato sappia tornare anche quando nessuno lo invita.

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