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Penelope non aspettare, il tempo perso non tornerà.

25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Penelope deve smettere di aspettare. La violenza è una mancanza di vocabolario.(Gilles Vigneault)

Sfogliando in questi giorni i giornali, un episodio, l’ennesimo, di violenza su di una donna colpiva la mia attenzione.

Un piccolo trafiletto, solo nomi, nessun cognome, dieci righe di un giornale raccontavano, in maniera rapida, asettica, superficiale, un fatto di cronaca nera, la storia di una donna e della sua sofferenza diveniva un dato statistico, un altro numero d’aggiungere alla lunga lista di morti per mano di un uomo.

Elena, quello il nome  della giovane donna, non è più tra noi, il compagno l’ha uccisa, lei non abita più qui, e per chi crede nell’aldilà, lei è in un altrove migliore di questo, con un viso bello e pulito, e non tumefatto dai pugni, nessun livido da nascondere sotto pullover informi, nessuna scusa più da inventare, libera finalmente ma non in questo mondo, che invece non l’ha accolta e non l’ha protetta.

Non l’ha protetta quella notte in cui spaventata dalle continue telefonate del suo ex compagno e dal suo insistere alla portone di casa, aveva chiamato i Carabinieri con le lacrime che chiudevano la gola e la bocca, e si era sentita rispondere che in realtà non era nulla di grave, che doveva chiudersi in casa e non temere nulla, e che in fondo era un uomo innamorato e deluso.

E le cose non erano cambiate molto, anche nella stanza della caserma quando aveva provato a spiegare quello che le succedeva tutti i giorni ormai da un anno.

Avevano raccolto la denuncia, con un sorriso come se fosse una visionaria, una che in fondo stava esagerando e che non c’era nulla di male a cercare ostinatamente ed in maniera ossessiva la donna che si amava.

Amare?

La maniacalità, la possessività, la persecuzione, la violenza verbale, morale, fisica è amore ?

E quale società sana, ed evoluta può definire questo amore, ma soprattutto quale società può consentire che tutto questo accada, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto senza attivarsi, senza educare, senza punire, senza limitare ed arginare.

E cosa facciamo noi, quali responsabilità individuali ci assumiamo dinanzi alla morte di Elena, ed a quella delle donne come lei, perché non esiste cambiamento collettivo senza un profondo atto di cambiamento individuale, e senza una assunzione di responsabilità umana, piena e consapevole.

Nel leggere quel piccolo, minuscolo trafiletto, quelle parole su di un foglio, di cui nessuno domani avrà memoria, non ho pensato neanche per un secondo alle leggi, alle regole, all’inasprimento delle pene, alla certezza della stessa o alla rapidità della conclusione di un processo, no, nulla di tutto questo, neanche per un istante, neanche per un attimo.

Alla mente mi sono balenati gli atteggiamenti sessisti a cui assisto quotidianamente e che alimentano un terreno, rendendolo fertile, le spallucce di chi non giustifica ma tace, di chi si volta dall’altra parte e di chi omette, ma è ugualmente colpevole.

Io non so quale sia stata la vita di Elena, conosco però molte vite simili alla sua, quella di mia madre per esempio, che sarebbe potuta divenire un numero ma che invece ha deciso di essere un nome ed un cognome, e che con il corpo piegato dal dolore ha deciso di reagire.

Ma lei ha avuto aiuto, e stata sostenuta, accompagnata in un percorso che se “fuori” si è concluso, “dentro” non sarà mai davvero finito.

Ed allora a Penelope non resta che raccogliere la tela, piegarla, riporla e decidere di prendere il mare.

Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono, terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta. Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo a essere piegato, sterile e domato.
(Eve Ensler)

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Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, non è una data a caso. E’ il ricordo di un brutale assassinio, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana, ai tempi del dittatore Trujillo. Tre sorelle, di cognome Mirabal, considerate rivoluzionarie, furono torturate, massacrate, strangolate. Buttando i loro corpi in un burrone venne simulato un incidente.


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