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Le grandi eruzioni possono raffreddare la Terra per secoli: cosa emerge da 12.000 anni di storia

1 Settembre 2026di Redazione online

Quando un vulcano esplode, l’attenzione va quasi sempre alla lava, alla cenere, alle evacuazioni e alle immagini spettacolari che arrivano dalle zone più vicine al cratere. Ma le eruzioni più potenti possono avere conseguenze che vanno molto oltre il territorio circostante e, in alcuni casi, molto oltre gli anni immediatamente successivi.

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti emersi da una ricerca pubblicata nel 2026 su Nature Communications, che ha messo insieme quasi 12.000 anni di dati su grandi eruzioni, solfati atmosferici, ghiacciai e variazioni climatiche. Il risultato non dimostra che i vulcani siano la causa di ogni fase fredda del passato, ma suggerisce che alcune eruzioni esplosive possano aver avuto un ruolo più duraturo di quanto si pensasse.

La scoperta cambia soprattutto il modo in cui immaginiamo l’effetto di un vulcano sul clima: non soltanto un raffreddamento di uno o due anni, ma in alcuni casi l’avvio di una catena di reazioni capace di coinvolgere ghiacci, oceani e grandi circolazioni atmosferiche.

Quando il problema non è la cenere ma lo zolfo

La cenere vulcanica è ciò che vediamo, ma per il clima globale può contare molto di più l’anidride solforosa. Se un’eruzione è abbastanza potente da spingere questo gas fino alla stratosfera, a decine di chilometri di altezza, possono formarsi aerosol di solfato capaci di riflettere una parte della luce solare verso lo spazio.

A quel punto sulla superficie terrestre arriva temporaneamente meno energia e le temperature possono diminuire.

È ciò che accadde dopo l’eruzione del Pinatubo, nelle Filippine, nel giugno 1991. Il vulcano immesse nella stratosfera circa 20 milioni di tonnellate di anidride solforosa; la nube di aerosol si diffuse progressivamente intorno al pianeta e contribuì a un raffreddamento globale che raggiunse circa mezzo grado nel momento di massimo effetto.

Non è poco. Mezzo grado sulla temperatura media globale rappresenta un cambiamento notevole, soprattutto se prodotto da un singolo evento naturale.

Il Tambora e l’anno in cui l’estate quasi scomparve

Un esempio ancora più impressionante arriva dal Tambora, in Indonesia, che nel 1815 produsse una delle più grandi eruzioni della storia documentata.

L’anno successivo, il 1816, è rimasto famoso in Europa e Nord America come “l’anno senza estate”. Le temperature furono insolitamente basse, si verificarono gelate fuori stagione e in diverse aree i raccolti subirono gravi danni. L’US Geological Survey ricorda che gli effetti climatici dell’eruzione si fecero sentire ben oltre l’Indonesia e contribuirono a una forte anomalia termica nell’emisfero settentrionale.

È un esempio molto concreto di come un evento avvenuto a migliaia di chilometri possa arrivare a incidere sulla vita quotidiana di persone che non hanno mai visto quel vulcano.

Ed è proprio da episodi come Tambora e Pinatubo che nasce una domanda importante: l’effetto termina davvero quando gli aerosol spariscono dall’atmosfera?

Lo studio che ha guardato indietro di 12.000 anni

Per rispondere, i ricercatori di Nature Communications hanno ricostruito quasi tutta la storia climatica dell’Olocene, il periodo iniziato dopo l’ultima grande glaciazione e nel quale si è sviluppata la civiltà umana moderna.

Sono stati confrontati i dati sulle più grandi eruzioni conosciute con le tracce lasciate nei ghiacci, nei sedimenti, nelle morene e in altri archivi naturali. Il risultato più sorprendente è che oltre l’80% delle avanzate glaciali analizzate si colloca, entro i margini di incertezza delle datazioni, vicino ad almeno una grande eruzione nell’emisfero settentrionale.

La relazione statistica, secondo gli autori, è troppo forte per essere spiegata semplicemente dal caso.

Questo non significa che ogni ghiacciaio sia avanzato “per colpa di un vulcano”. Le eruzioni possono però rappresentare il primo impulso capace di spostare un sistema climatico già vicino a una soglia.

Come può un effetto di pochi anni durare per secoli

Qui sta la parte più interessante della ricerca.

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Gli aerosol vulcanici non restano nella stratosfera per centinaia di anni. Dopo qualche tempo vengono progressivamente rimossi. Per spiegare fasi fredde più lunghe bisogna quindi guardare a ciò che succede dopo il primo raffreddamento.

Se la temperatura diminuisce abbastanza, il ghiaccio marino può espandersi. Una superficie coperta di ghiaccio riflette più luce solare rispetto all’oceano scuro e tende quindi a raffreddare ulteriormente l’ambiente circostante. Nello stesso tempo possono cambiare salinità e densità delle acque, con possibili ripercussioni sulla circolazione dell’Atlantico.

A quel punto il vulcano non continua direttamente a raffreddare il pianeta: ha però innescato un meccanismo che può proseguire attraverso oceani e ghiacci.

Gli autori dello studio parlano proprio di feedback capaci di estendere l’effetto climatico ben oltre la durata degli aerosol.

Un vulcano oggi potrebbe fare la stessa cosa

In linea di principio sì, ma non possiamo semplicemente prendere il Tambora o il Pinatubo e immaginare che una futura eruzione produca gli stessi effetti.

Il clima di oggi parte da condizioni differenti: gli oceani sono più caldi, l’Artico ha meno ghiaccio e nell’atmosfera ci sono concentrazioni di gas serra molto superiori a quelle dell’inizio dell’Ottocento o persino del 1991.

Una grande eruzione potrebbe quindi produrre un raffreddamento temporaneo anche nel clima attuale, ma quel raffreddamento si sovrapporrebbe a un sistema che nel frattempo ha accumulato molto più calore.

È un po’ come aprire una finestra in una stanza molto calda: per qualche tempo la temperatura può scendere, ma questo non significa che sia scomparsa la fonte che continua a riscaldare l’ambiente.

I vulcani non spiegano il riscaldamento attuale

Su questo punto la distinzione è importante. I vulcani emettono anche anidride carbonica, ma le quantità globali sono molto inferiori rispetto alle emissioni prodotte ogni anno dalle attività umane.

Il loro effetto climatico più evidente dopo le grandi eruzioni esplosive è infatti spesso raffreddante, proprio a causa degli aerosol di solfato che schermano temporaneamente una parte della radiazione solare.

Per questo il nuovo studio non ribalta ciò che sappiamo sul cambiamento climatico contemporaneo. Aggiunge piuttosto un tassello importante alla comprensione della variabilità naturale e mostra quanto un singolo evento geologico possa interagire con oceani, ghiacci e atmosfera in modi che continuano a sorprenderci.

La lezione dei vulcani è che il clima conserva memoria

Forse è questo l’aspetto più affascinante della ricerca.

Un’eruzione può durare ore o giorni, la nube di aerosol qualche anno, ma le conseguenze che mette in movimento possono continuare molto più a lungo. Il sistema climatico non torna necessariamente al punto di partenza appena il cielo si schiarisce.

Oceani e ghiacci hanno tempi propri, molto più lenti di quelli dell’atmosfera. Se vengono spostati abbastanza, possono conservare per decenni o secoli la memoria di ciò che è accaduto.

È per questo che guardare a 12.000 anni di eruzioni non serve soltanto a capire il passato. Può aiutarci anche a valutare meglio cosa potrebbe accadere se, in un mondo già molto più caldo, uno dei grandi vulcani della Terra decidesse di ricordarci improvvisamente quanto può essere potente.

Su Agendaonmline.it: Cambiamenti Climatici

Fonti scientifiche e approfondimenti

  • Nature Communications – Studio sulle grandi eruzioni vulcaniche e sulle avanzate glaciali durante l’Olocene
  • USGS – Effetti climatici dell’eruzione del Pinatubo del 1991
  • USGS – Come le grandi eruzioni vulcaniche possono influenzare clima e temperature
  • NOAA Climate.gov – Confronto tra emissioni di CO₂ vulcaniche e attività umane
  • Nature Communications – Studio sugli effetti delle eruzioni vulcaniche sulla circolazione dell’Atlantico
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