A Lecce basta aspettare che il sole cominci a scendere per capire quanto la luce faccia parte dell’architettura. La pietra dei palazzi perde il colore quasi beige delle ore più calde, diventa dorata, poi sembra accendersi quando arrivano le prime luci della sera. È uno dei momenti in cui questa città del Salento mostra meglio il proprio carattere.
A settembre il piacere può essere ancora maggiore. Le giornate conservano spesso un sapore estivo, il mare resta una tentazione concreta e il centro storico può essere vissuto con un ritmo diverso rispetto alle settimane centrali di agosto. È il momento giusto per immaginare un weekend a Lecce che non rimanga chiuso tra chiese e monumenti, ma arrivi fino all’Adriatico.
Due giorni non permettono di conoscere tutto. Sono però sufficienti per attraversare il cuore barocco della città, assaggiare una cucina che passa con naturalezza dal pasticciotto a ciceri e tria e dedicare una giornata a Otranto, poco più di quaranta chilometri più a sud.
Prima di partire c’è anche un modo insolito per entrare nell’atmosfera. Rivedere Mine Vaganti prima del viaggio rende quasi inevitabile riconoscere alcuni scorci mentre si cammina. Ferzan Özpetek ha trasformato Lecce in una parte essenziale del racconto. I palazzi, le case, i cortili e Piazza Sant’Oronzo non fanno semplicemente da sfondo: contribuiscono a raccontare una città elegante e profondamente legata alla dimensione familiare. Una delle scene fu girata proprio ai tavolini dello storico Caffè Alvino.
Primo giorno a Lecce, quando il barocco cambia con la luce

La prima mattina può cominciare da Piazza Sant’Oronzo, quando la città non ha ancora raggiunto il pieno ritmo della giornata. Al tavolo di un bar la scelta ha poco bisogno di essere studiata: pasticciotto leccese ancora tiepido e, soprattutto se la temperatura è quella di settembre, un caffè leccese con ghiaccio e latte di mandorla.
Poco distante compare l’Anfiteatro Romano, quasi inglobato nella città contemporanea. È uno di quei contrasti che a Lecce diventano normali nel giro di poche ore: Roma antica da una parte, decorazioni barocche dall’altra, negozi e tavolini tutto intorno.

Da qui il percorso porta verso la Basilica di Santa Croce, probabilmente il luogo in cui si comprende meglio cosa significhi davvero barocco leccese. Conviene fermarsi prima di entrare. La facciata è un accumulo sorprendentemente armonioso di animali, figure umane, elementi vegetali, colonne e balconate scolpite nella pietra leccese, materiale malleabile che ha consentito agli scalpellini una libertà decorativa difficilmente replicabile con pietre più dure. È anche quella pietra color beige a dare alla città la sua tonalità immediatamente riconoscibile.
Poi è meglio smettere per qualche minuto di seguire una mappa.
Tra Via Umberto I, Corso Vittorio Emanuele II e le strade che si aprono lateralmente compaiono cortili, botteghe di cartapesta, balconi, portali e piccole chiese. La Chiesa di Sant’Irene, antica patrona della città prima di Sant’Oronzo, merita una deviazione.
Tra gli scorci che meritano una deviazione c’è anche Piazzetta Raimondello Orsini, a pochi passi dal Teatro Romano. È uno spazio raccolto, quasi nascosto, dove il centro storico conserva ancora una trama medievale di vicoli, palazzi gentilizi, balconi e portali. Al centro spicca il monumento a Fanfulla da Lodi, uno dei tredici cavalieri della Disfida di Barletta, scolpito da Antonio Bortone in una posa insolitamente intima e riflessiva. È uno di quei luoghi di Lecce che funzionano bene anche in fotografia: meno monumentale delle grandi piazze, ma forse proprio per questo più capace di restituire il carattere quotidiano e stratificato della città.

Ancora più singolare è il Museo Faggiano, uno di quei luoghi capaci di spezzare piacevolmente il percorso monumentale. Qui il viaggio nella storia avviene dentro un edificio privato, attraverso tracce archeologiche affiorate nel sottosuolo nel corso dei lavori di ristrutturazione.
A pranzo non serve complicarsi la vita. Una puccia, una frisella con pomodoro e olio oppure il rustico leccese, con la sua sfoglia che racchiude besciamella, pomodoro e mozzarella, consentono di continuare la visita senza trasformare la pausa in una lunga sosta al ristorante.
Piazza Duomo vista dall’alto

Il pomeriggio dovrebbe avere un punto fermo: Piazza Duomo.
L’ingresso quasi laterale rispetto alla città produce ancora oggi un piccolo effetto sorpresa. Lo spazio si apre improvvisamente e intorno compaiono la Cattedrale di Maria Santissima Assunta, l’Episcopio, il Palazzo del Seminario e soprattutto il grande Campanile.
Vale la pena entrare nella Cattedrale e raggiungere la cripta, ma oggi esiste anche un altro modo di osservare Lecce: l’ascensore interno del Campanile conduce a un punto panoramico situato a circa 43 metri. Da lassù si distinguono terrazze, cupole e tetti della città e lo sguardo si spinge verso l’Adriatico; nelle giornate particolarmente limpide il Campanile guarda idealmente fino alla costa albanese.
È uno dei momenti che può cambiare la percezione del viaggio: improvvisamente Lecce smette di apparire soltanto una città d’arte e torna a essere ciò che geograficamente è, una città salentina sospesa fra due mari.
La sera il centro storico cambia ancora. Le facciate illuminate sembrano più profonde, i tavolini invadono le strade e arriva il momento di affrontare la cucina salentina senza fretta. Ciceri e tria, con ceci e pasta in parte fritta, sagne ‘ncannulate, fave e cicoria e pezzetti di cavallo al sugo raccontano un territorio molto più contadino di quanto l’eleganza barocca della città potrebbe suggerire. Un calice di Negroamaro completa bene il quadro.
Secondo giorno da Lecce a Otranto, verso l’Adriatico

Il mattino seguente il paesaggio cambia.
Da Lecce a Otranto ci sono poco più di quaranta chilometri e in auto, in condizioni normali, occorre meno di un’ora. Chi preferisce lasciare la macchina può verificare i collegamenti del trasporto pubblico: durante l’estate Trenitalia propone anche Otranto Link, con prosecuzione in autobus dalla zona della stazione di Lecce verso diverse località della costa adriatica e la stessa Otranto.
Appena dentro il borgo antico, il mare scompare per qualche minuto dietro mura e case. È qui che Otranto rivela la sua parte meno balneare.
La Cattedrale di Santa Maria Annunziata custodisce uno dei grandi tesori del Medioevo pugliese: il mosaico pavimentale con il celebre Albero della Vita, popolato da personaggi biblici, animali, creature fantastiche e riferimenti che continuano a generare interpretazioni.
Ma questo luogo custodisce anche una pagina drammatica della storia mediterranea. L’assedio ottomano del 1480 e la vicenda dei Martiri di Otranto ricordano quanto questa estrema parte orientale d’Italia sia stata per secoli luogo di incontri, passaggi ma anche scontri fra mondi diversi.
Uscendo dalla Cattedrale, il percorso continua verso il Castello Aragonese e poi ridiscende verso il mare. A quel punto l’atmosfera cambia nuovamente: il lungomare degli Eroi, le barche, il porto e l’acqua dell’Adriatico riportano il viaggio verso una dimensione decisamente più leggera.
Ed è qui che settembre può fare la differenza.

Se il tempo lo permette, il costume merita ancora un posto nello zaino. Si può restare vicino al centro oppure spostarsi verso la costa degli Alimini e la Baia dei Turchi. Non è però necessario voler fare tutto: sacrificare il borgo per accumulare altre tappe toglierebbe proprio ciò che rende interessante questa giornata.
Dove mangiare a Lecce, dalla trattoria alla cucina contemporanea

Tornati a Lecce, tre indirizzi permettono di scegliere atmosfere diverse.
Le Zie Trattoria Casereccia, in Via Costadura, conserva un’impronta decisamente tradizionale ed è il posto da considerare quando l’obiettivo sono i grandi piatti della cucina salentina senza troppe reinterpretazioni.
Trattoria Nonna Tetti, in Piazzetta Regina Maria, mantiene un carattere popolare e rustico. Fave e cicoria, sagne e preparazioni di carne riportano verso quella cucina domestica che costituisce una parte importante dell’identità gastronomica del territorio.
La Cucina di Mamma Elvira, in Via Ludovico Maremonti, offre invece un’impostazione più contemporanea, senza recidere il legame con i prodotti pugliesi, accompagnata da una selezione interessante di vini del territorio.
Prenotare rimane una buona idea, soprattutto nei weekend e nelle settimane di settembre in cui Lecce continua a essere molto frequentata.
Quando andare e dove dormire a Lecce
Visitare Lecce a settembre consente di tenere insieme due viaggi che in altri periodi dell’anno possono sembrare separati. Di giorno ci sono chiese, palazzi e vicoli; se le temperature restano favorevoli, a meno di un’ora di distanza l’estate continua sulle coste del Salento.
Per arrivare, il treno porta direttamente nel capoluogo salentino, mentre per chi sceglie l’aereo lo scalo di riferimento è Brindisi. Una volta in città l’auto diventa quasi superflua per il primo giorno: il centro storico si scopre soprattutto camminando.
Anche per dormire vale la pena restare nelle zone centrali, scegliendo magari un piccolo B&B ricavato in una casa a corte o in un palazzo storico. Non tanto per risparmiare qualche minuto negli spostamenti, quanto per un altro motivo: uscire dopo cena senza una destinazione precisa è una delle esperienze più piacevoli che Lecce riesce ancora a offrire.
Due giorni non bastano per conoscere davvero Lecce e il Salento. Bastano però per lasciare qualche questione aperta: una masseria intravista lungo la strada, una spiaggia rimandata, un paese dell’entroterra che sulla mappa sembrava troppo lontano.
E forse è proprio questo il modo migliore di andarsene. Con qualcosa che obblighi, prima o poi, a tornare.
