Mario Zamma
Mario Zamma
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La storia di Mario Zamma, tanta gavetta prima del successo.

La carriera di Mario Zamma, dagli applausi della piazza di Atripalda a quelli del Salone Margherita di Roma, dai successi televisivi fino a quelli teatrali più recenti.

Quella di Mario Zamma, al secolo Mario Lomazzo da Sorbo Serpico, è la storia di un artista vero, di un ragazzino che ha saputo inseguire i suoi sogni fino a raggiungerli.

Grazie ad un talento innato, esploso sin da quando era  un bambino.

Mario, quando hai cominciato a dare spettacolo?

“A 5 anni ero già un piccolo fenomeno della canzone. D’altronde, non poteva essere diversamente, con la presenza in casa di tre fratelli maggiori, Carmelo, Pino e Leonardo, protagonisti delle serate in città con la loro band “La nuova sensazione”. In quegli anni partecipai a tutti i festival canori della provincia di Avellino, incantando il pubblico e cantando canzoni considerate da grande”.

La scelta di iscriverti al Conservatorio “Cimarosa” fu quindi quasi obbligata?

“In un certo senso si. Con il pianoforte, però, ci sapevo fare. E fu proprio in quegli anni che scoprii e alimentai il mio lato ironico.

Al Conservatorio mi divertivo a sbeffeggiare ed imitare qualche insegnante. E quella vena caricaturale faceva sorridere un po’ tutti. Furono Maurizio Pietrantonio e Carmelo Columbro (attuale direttore del “Cimarosa”, ndr) a convincermi che, oltre la musica, avevo altre doti”.

Che la televisione scoprì presto.

“Il primo a darmi una chance fu Lello Bersani, nella trasmissione televisiva “Prisma, settimanale dello spettacolo”.

In quella occasione  fui notato da un agente che mi inserì come nuova talento del cabaret in una tournée realizzata con una rivista dell’epoca, Ragazza In. Insieme a me, c’erano Stefano Sani e Manuel Frangio”.

Le imitazioni diventano il trampolino di lancio di Mario.

E poi?

“Nel 1986 partecipai a Fantastico, con Pippo Baudo, che mi volle anche a Serata d’onore dove, una sera, duettai cantando con l’”originale” Eros Ramazzotti.

L’anno dopo, l’incontro con uno dei mostri sacri della recitazione e della comicità italiana, Gino Bramieri, che mi cooptò nel cast del GB Show, in onda su Canale 5″.

L’imitazione di Ciriaco De Mita

A un irpino, Ciriaco De Mita, devi la tua popolarità. Fu grazie alla sua imitazione che entrasti nelle case di tutti gli italiani.

“Era il 1987 e segretario della Democrazia Cristiana, il principale partito politico italiano dell’epoca, era Ciriaco De MitaLa sua imitazione divenne un cult. Al punto che Pier Francesco Pingitore mi introdusse nella famiglia del Bagaglino, con la quale son rimasto per trent’anni. 

Sono stati anni di gloria e di successi, tra televisione e teatro, al fianco di mostri sacri come Oreste Lionello e Pippo Franco oltre alle tante bellissime donne protagoniste della rivista per eccellenza”.

Se l’arte dell’imitazione ti ha dato il successo e la notorietà, quella della caratterizzazione ti sta regalando ore le soddisfazioni forse maggiori da un punto di vista meramente artistico. E’ così?

“In qualche modo si. L’imitazione è bella, fa sorridere, ma quando inventi un personaggio è come se intervenisse un’altra parte di te”.

Il progetto  teatrale “Sbussolati”

In questa seconda fase del tuo percorso artistico, proprio quando hai deciso di metterti in discussione, ecco che sul tuo cammino irrompe un altro volto noto del mondo dello spettacolo con natali irpini: Nicola Canonico. 

“Mi ha proposto di fare una bellissima commedia insieme. Un progetto interessante, grazie al quale è nato un bel gruppo di lavoro, insieme a Nicola e a Roberto D’Alessandro, coautore della bellissima commedia “Sbussolati” con la quale abbiamo girato l’Italia. 

Abbiamo cercato di fare spettacolo che non fosse solo uno spettacolo comico. La comicità è figlia del dramma. Si ride tanto perché ci sono situazioni tragiche. Ho voluto fare uno spettacolo di discussione, veicolando un pensiero nel quale chi ascolta si riconosca e provi a riflettere. Sbussolati in fondo parla del disorientamento della società di oggi. E’ una storia d’amore raccontata al contrario, uno spaccato dell’Italia (e non solo) contemporanea”.

Ritorni a “casa” su un palcoscenico. Che però non è quello del teatro “Gesualdo”.

“Pur venendo di rado ad Avellino, conosco le vicende del Gesualdo. Una città defraudata e privata di un luogo deputato all’arte è una città monca”. 

 


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